Magnocavallo: la Lazio, Chinaglia e i tifosi
Sconosciuto o quasi ai laziali di oggi, al contrario di tanti protagonisti di quella “Banda del meno nove”, Giorgio Magnocavallo (che oggi compie 69 anni) nonostante abbia indossato solo per due stagioni la maglia biancoceleste (appena 3 gol segnati in 53 partite giocate), si è meritato un piccolo posto nella storia biancoceleste.
Pugliese di origine come Gregucci, ma bergamasco di adozione (la famiglia si è trasferita al nord in cerca di fortuna quando lui era piccolo) con quei baffoni, i capelli lunghi e ricci e il fisico compatto, più che a un calciatore mi ha sempre dato l’idea di assomigliare a un guerriero vichingo. Forse anche a causa di quella parlata in bergamasco che lo rende a volte incomprensibile.

Da Bergamo e dall’Atalanta Giorgio Magnocavallo non si voleva proprio muovere. Dopo esser partito dalle giovanili dell’Inter, e dopo anni di gavetta tra Lecco, Varese, Brescia, Genoa e Triestina, nel 1984 è approdato all’Atalanta, dove ha esordito in serie A proprio contro la sua Inter.
Dopo tanto girovagare “Magno” è tornato a casa, ha un ottimo rapporto con la società e una mezza promessa dal presidente di un posto come allenatore delle giovanili una volta appesi gli scarpini al chiodo. Quindi, visto che abita a due passi da Zingonia, il centro sportivo dove si allena l’Atalanta, l’idea di lasciare Bergamo neanche lo sfiora.
La sua è una vita tranquilla, tutta casa e bottega, come quella di un impiegato ma con lo stipendio di un privilegiato. Ma Magno non ha fatto i conti con il destino e, soprattutto, con Giorgio Chinaglia.

«Me ne stavo tranquillo in ritiro, quando un giorno mi chiama il mio procuratore in albergo e mi dice che mi deve passare una persona che mi vuole parlare. Dall’altro capo del telefono c’è Giorgio Chinaglia.
Long John mi dice che mi ha visto giocare, che secondo lui io sono il classico calciatore che può far innamorare i tifosi della Lazio, che se accetto di andare a Roma lui mi fa diventare famoso.
Chinaglia mi dice che ha grandi progetti, mi parla di Europa da conquistare nel giro di qualche anno, di una Lazio che sta ripartendo da zero e parola dopo parola, promessa dopo promessa, riesce a convincermi.
Anche perché era impossibile resistere al suo carisma. Ricordo il mio arrivo a Roma, il primo incontro con Giorgio Chinaglia nel suo attico che si affaccia su Piazza di Spagna, con una vista da mozzare il fiato.
Con lui c’è Felice Pulici, che all’epoca è il direttore generale della Lazio. Al momento di scrivere materialmente il contratto, Pulici mi vuole dare 10 milioni di lire in meno di quanto stabilito a voce.
Non è una gran cifra, non è uno sgarbo tale da far saltare il trasferimento, ma quel gesto manda Giorgio Chinaglia su tutte le furie. Inizia a discutere con Pulici come se fosse il mio procuratore. Gli dice che i giocatori devono essere rispettati e che oltre ad essere orgogliosi di indossare la maglia della Lazio devono essere felici come uomini.
Pulici prova a replicare e Chinaglia a quel punto perde la pazienza e quasi lo solleva dal pavimento, lasciandomi a bocca aperta. Mai incontrato un personaggio del genere in vita mia.
Giorgio sicuramente ha fatto tanti errori nella sua vita come calciatore, come dirigente e come uomo, ma io non ho mai conosciuto una persona così buona e così leale. Un vero signore, un personaggio d’altri tempi, forse la persona migliore incontrata in tanti anni di calcio.
E quando nel 2012 mi è arrivata all’improvviso la notizia della sua morte è stata dolorosa come una coltellata al cuore».

Giorgio Magnocavallo oggi vive a Zingonia, ha un paio di scuole di calcio a Bergamo e fa l’opinionista a Bergamo TV, dove per anni ha lavorato in coppia con l’altro ex laziale Oliviero Garlini, scomparso di recente. Ma più che un lavoro, per lui è un divertimento.
«Mi godo la pensione, perché credo di aver lavorato abbastanza in vita mia. Quei due anni di Lazio, poi, sono stati come dieci anni vissuti da un’altra parte».
Lo dice sorridendo, ma c’è un fondo di tristezza in quel tono di voce e in quella risata. La parola Lazio è la chiave per aprire l’album dei ricordi: quelli belli ma anche quelli brutti. Sì, perché l’avventura romana per Magnocavallo non è stata certo tutta rose e fiori, anzi.
«In quei due anni ho visto e vissuto di tutto. Una promozione fallita, un fallimento evitato per un soffio, la retrocessione a tavolino, poi il ripescaggio e un anno vissuto con quella penalizzazione che ci pesava sulle spalle come un macigno, senza contare tutto il resto.
Ma a distanza di 40 anni, alla fine sono contento di aver dato retta a Chinaglia, perché a Roma ho vissuto un’esperienza umana incredibile.
Pur avendo girato tante piazze, anche importanti, alla Lazio ho capito veramente che cosa significa essere calciatori. A Roma ho conosciuto il calcio vero e la passione della gente. A Roma sei calciatore ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana.
Ho visto gente piangere, sia di gioia che di dolore, perché lì il calcio è vissuto in modo viscerale. Mai visto un attaccamento del genere alla squadra, a distanza di anni c’è gente che ancora si ricorda di me non perché sono stato un campione, ma solo perché ho fatto parte di quella squadra, di quella “Banda del meno nove” di quel gruppo di pazzi ma di ragazzi eccezionali.
Il mio unico rimpianto, è quello di essere arrivato alla Lazio nel momento sbagliato. C’era il caos dopo l’uscita di scena di Chinaglia. Calleri ci disse che dovevamo fare dei sacrifici se non volevamo essere responsabili del fallimento della Lazio, e tutti abbiamo accettato di tagliare l’ingaggio, anche in modo pesante.
Poi, poco dopo ci siamo ritrovati pure in serie C, e ci è crollato veramente il mondo addosso. E se ci siamo ripresi, gran parte del merito è di quella gente. Vedendoli in lacrime in albergo, disperati per quella retrocessione a tavolino, abbiamo capito che dovevamo reagire, che dovevamo dare noi per primi un segnale forte a tutto l’ambiente».

In molti della «Banda del meno nove» hanno sempre indicato in Eugenio Fascetti l’artefice del miracolo, l’uomo che con il suo carisma è riuscito a tenere uniti tutti i pezzi e a evitare che la Lazio andasse in frantumi. Giorgio Magnocavallo, però, la vede in modo diverso.
«La fortuna della Lazio è stata quella di aver scelto gli uomini giusti. Non eravamo certo i migliori sulla piazza come calciatori, ma eravamo uomini veri.
Quella era una banda di matti, ma di persone vere, quelle che sposano una causa e che le restano fedeli. Noi abbiamo sposato la Lazio e non l’abbiamo mai tradita, come quando si sposa una donna in chiesa e si fa un giuramento davanti a Dio.
Lo so che certe cose non sono più di moda di questi tempi, ma io ancora ci credo e allora ci credevamo tutti. Uomini veri e tifosi eccezionali: è stata questa l’arma vincente.
Se dico Lazio, poi, la prima cosa che mi viene in mente è la Curva Nord. Lo so che può sembrare retorica, ma loro per noi ci sono sempre stati. Ci hanno seguito ovunque, hanno quasi scatenato una guerra quando hanno retrocesso la Lazio in serie C, si sono presentati in più di 60.000 nei due spareggi a Napoli.
E queste sono cose che alla fine pesano, perché la sudditanza psicologica nel calcio esiste ed è sempre esistita. Tra Lazio e Vicenza o tra Lazio e Campobasso, alla fine è stata anche la piazza a fare la differenza.
Senza quella gente alle spalle non ce l’avremmo mai fatta e la Lazio sarebbe sparita. Certo, i palloni decisivi li abbiamo spinti noi in rete, ma sono stati loro, i tifosi, che ci hanno dato la forza per farlo e che quindi sono loro che hanno salvato la Lazio».
Quando parla si capisce che Giorgio Magnocavallo prova brividi veri nel ricordare quei giorni. Ricorda i compagni che non ci sono più come Giuliano Fiorini, o gli amici di una vita, come Acerbis e soprattutto Filisetti, a cui è legatissimo ancora oggi.
«Senza quel gruppo avrei mandato tutti a quel paese e me ne sarei andato. Sono stato sul punto di farlo tante volte, ma guardando i compagni e la gente ho sempre resistito alla tentazione di farlo veramente.
Fascetti era il collante di quel gruppo, è vero, ma da tanti punti di vista era anche l’elemento di rottura. È stato bravo perché è riuscito ad assemblare in pochi mesi, e tra mille difficoltà, una squadra nuova, trasformandola in un gruppo eccezionale.
Ma non sopportavo né lui né quel pazzo del preparatore atletico che si era portato dietro, quel professor Sassi, uno che ci faceva fare i 100 metri di corsa in salita a Villa Pamphili insieme a Pietro Mennea e che poi ci diceva che eravamo lenti solo perché arrivavamo dietro a uno che era stato campione olimpico. Un pazzo vero».

“Magno” si ricorda tutti e tre i gol segnati con la maglia della Lazio e confessa di aver rivissuto centinaia di volte tante in sogno le partite di quella stagione incredibile: sempre con l’incubo di non farcela, di fallire nel sogno dove invece era riuscito nella realtà.
Quella stagione lo ha segnato in modo profondo, come lo ha ferito quell’addio arrivato alla fine di quel campionato.
«La rottura è stata inevitabile, perché quella stagione è stata troppo intensa e ci ha segnati a tutti. La mia ultima immagine di Lazio è legata al giorno dell’addio e al volto di Eugenio Fascetti, perché a causa di quei contrasti insanabili con l’allenatore sono dovuto andare via.
Per la Lazio e per Chinaglia ho lasciato casa, una società che mi garantiva un futuro anche dopo il calcio giocato e invece dopo quell’impresa, all’improvviso, mi sono ritrovato a Barletta, lontano dalla ribalta.
Non era certo questo l’epilogo che avevo sognato, con tutto il rispetto per Barletta, dove sono stato bene e dove mi hanno trattato benissimo.
Quando mi hanno comunicato la mia nuova destinazione mi è crollato il mondo addosso, in un istante ho visto andare il mio mondo e i miei sogni in frantumi.

Ho fatto fatica a riprendermi, ma alla fine non ho mai rimpianto di aver scelto la Lazio, perché a Roma ho vissuto un’esperienza che non avrei potuto vivere da nessun’altra parte, se non forse a Napoli o a Barcellona.
E alla fine uno gioca a calcio non solo per i soldi, ma anche per passione, per poter vivere certe emozioni e per poter conservare ricordi che regalano brividi anche a distanza di tanti anni, quando cala il sipario e si spengono le luci della ribalta.
Io questa esperienza l’ho vissuta e mi considero uno fortunato, quindi non finirò mai di dire grazie alla Lazio ma, soprattutto, a Giorgio Chinaglia.
Sono rimasto a Roma solo per due anni, ma la Lazio mi è rimasta dentro al punto che almeno due volte all’anno ci riuniamo a Milano con altri giocatori biancocelesti del passato e la maggior parte di quei calciatori fanno parte della “Banda del meno nove”, a dimostrazione di quanto potevamo essere uniti».
Questo è il calcio di una volta, questo è Giorgio Magnocavallo: non un campione, ma uno degli “eroi” di questa ca@@o di storia della Lazio.
