Dal “sogno responsabile” all’incubo palpabile!
“La capienza finale del Flaminio? Sarà attorno ai 40 mila, anche se qui poi ci sarà qualche aggiustamento da fare. Ci sono vari aspetti da sistemare, ma non voglio entrare troppo nei dettagli perché è un momento molto delicato”.
Ho aspettato qualche giorno prima di affrontare l’argomento, perché chi mi segue da anni sa benissimo quanto io mi sia battuto per questa vicenda del Flaminio, quanto io abbia spinto per dimostrare la fattibilità della ristrutturazione dello stadio anche quando Claudio Lotito sosteneva che quello di fare del Flaminio la casa della Lazio fosse un progetto “antieconomico” e quindi da non prendere nemmeno in considerazione.
Ma da quello che sta emergendo, dai proclami mai tramutati in qualcosa di reale (primo fra tutti quello che il Flaminio sarebbe stato uno dei progetti da inserire nel dossier degli stadi candidati ad ospitare gli Europei del 2032), dai tempi biblici dell’iter, dal progetto originale che non convince e infine alle parole dell’altro giorno del sindaco Gualtieri, il famigerato “sogno responsabile” datata 2032 sta assumendo sempre più, purtroppo, i contorni dell’incubo palpabile!

Perché un Flaminio con 40.000 posti non serve a nulla: non è uno stadio funzionale, non è un impianto futuribile, non è uno stadio in grado di andare incontro alle esigenze di una piazza che da anni prima dello sciopero ha fatto registrare circa 30.000 abbonati e presenze medie superiori a quella che dovrebbe essere la futura capienza imposta dalle restrizioni della Soprintendenza e quindi del Comune.
Accettando di rivedere il progetto e rinunciare ad oltre 10.000 posti di capienza, la Lazio sarebbe l’unica società al mondo che progetta uno stadio che può ospitare meno tifosi di quelli che fino a prima dello sciopero si presentavano all’Olimpico, l’unica società al mondo che investe oltre 400 milioni di euro per un impianto che ancora prima di essere costruito già lascia fuori parte dei tifosi che ha attualmente la Lazio.

Una cosa senza senso, come senza senso è un progetto che spacchetta i settori popolari (la Curva per essere chiari) in una piazza abituata per oltre 70 anni ad andare a vedere la partita in uno stadio in cui la Curva è un muro unico.
Senza parlare poi del rischio di rivedere a Roma lo scempio che stiamo vedendo a Firenze, con quella nuova gradinata costruita all’interno della Curva Fiesole per accontentare la Soprintendenza, per “preservare” un qualcosa di decadente che viene spacciato per un’opera monumentale da tutelare.

Ma quale tutela del progetto originario può esserci in questo scempio che vedete sotto in foto? Qualcuno è in grado di spiegarlo in questo Paese che dice di volersi modernizzare ma che invece che andare avanti va all’indietro?
Ecco, io a Roma e per la Lazio un qualcosa come quello che sta sorgendo a Firenze non lo voglio vedere, perché se succedesse allora sì che quel fantomatico “sogno responsabile” dato in pasto ai laziali diventerebbe a tutti gli effetti un incubo palpabile, una sorta di accrocco messo su solo ed esclusivamente per monetizzare un’eventuale cessione della Lazio, inserendo nel pacchetto un sì del comune per la costruzione di uno stadio che non solo non piace a nessuno, ma che rischia di diventare una zavorra economica per i prossimi decenni.

A queste condizioni, io dico di NO al Flaminio e lo dico con la morte nel cuore, perché da sempre il Flaminio è lo stadio del mio cuore (anche se la prima partita della Lazio l’ho vista a febbraio del 1967 allo Stadio Olimpico), la mia casa, lo stadio sotto casa per me che sono nato nel 1962 su quella collina Parioli che sta di fronte alla tribuna coperta.
Da bambino da casa sentivo i cori e i boati, dalle finestre del terrazzo davanti al salone intravedevo uno spicchio di campo immaginando la partita, come facevamo da bambini chiudendo gli occhi mentre ascoltavamo alla radio “Tutto il calcio minuto per minuto”.
Amo quello stadio alla follia e ho sempre sperato che potesse diventare l’impianto di proprietà della mia Lazio dei sogni, quel catino infernale con la gente a ridosso del rettangolo di gioco che lo avrebbe trasformato in una sorta di Colosseo in versione calcistica, una vera e propria fossa dei leoni in grado di garantire alla Lazio 3/5 punti in più a campionato ottenuti grazie al tifo laziale.
Da quando è stato chiuso, mi sono battuto per farlo rinascere, per farlo risorgere dalle sue ceneri come una novella Araba Fenice e l’ho fatto andando da solo contro tutti, a partire da chi oggi grida “O Flaminio o morte” ma all’epoca ripeteva che era uno stadio inutile e che quel catino sotto la collina Parioli era buono solo per “espletare funzioni corporee”.

Non è né una battuta né un’invenzione, ci sono le intercettazioni telefoniche e le interviste a dimostrare che Claudio Lotito ha sempre pensato questo del Flaminio, rifiutando tutte le offerte delle varie giunta capitoline dal 2005 a oggi che con sindaci diversi alla guida del Campidoglio hanno provato più volte ad offrirglielo su un vassoio d’argento.
Ho sempre detto e scritto che “si poteva fare”, che bastava mettersi seriamente seduti con l’amministrazione e varare un progetto moderno per trasformare quello stadio in un qualcosa di fantastico, in un piccolo gioiello, in una “bombonera” a tinte biancocelesti.
E chi come me ha avuto la fortuna nella vita di vedere almeno una partita nello stadio del Club Atlético Boca Juniors, sa benissimo di cosa sto parlando, perché si tratta di un qualcosa forse di unico al mondo.
Per anni mi sono battuto, da solo o quasi, spiegando che i problemi di parcheggio potevano essere superati utilizzando la rampa corso Francia (dal pezzo che parte da sopra il Tevere fino allo stadio) come parcheggio temporaneo in occasione delle partite, con il traffico da Roma Nord verso i Parioli e il centro facilmente dirottabile su lungotevere.
Per anni ho studiato sentenze per smontare le pretese degli eredi di Nervi di mettere bocca su qualsiasi progetto e ho spinto per ridare vita a quello stadio, ma oggi, a conti fatti, mi pento amaramente di aver fatto questa battaglia, perché mi rendo conto che viviamo in una città e in un Paese ucciso e seppellito dalla burocrazie, da norme che solo a leggerle suscitano ilarità o rabbia, a seconda di come si vuole prendere la cosa.
Uno stadio da 40.000 posti per una piazza che ne fa già più di 40.000 con migliaia di laziali che hanno abbandonato da tempo l’Olimpico per protesta e che sono pronti a tornare in massa con una nuova proprietà, è una cosa assurda, senza un briciolo di logica. Pura e semplice follia!
Un Flaminio con al massimo 40.000 posti potrebbe essere un fiore all’occhiello per una società come il Como, per il marma, forse per il Cagliari o il Venezia, ma una società come la Lazio che cosa ci dovrebbe fare con un impianto da meno di 50.000 posti di capienza? Secondo me NULLA, assolutamente NULLA!

Io non ci spenderei un solo euro per rimettere a posto questo Stadio Flaminio se fossi obbligato a restare in tutto e per tutto fedele al progetto originario, se dovessi rinunciare a 12.000 posti di capienza per preservare una pensilina o per non superare di qualche metro l’altezza dell’Auditorium.
E non ci perderei nemmeno tempo, lasciando la patata bollente nelle mani del Comune di Roma, della Sovrintendenza e della fondazione Nervi. Ce li mettessero loro i soldi per ristrutturare un impianto in cui non giocherebbe nessuno.
Lo Stadio Flaminio non è il Colosseo. E non è neanche l’Altare della Patria. Chiamarlo monumento a mio parere è un qualcosa di assolutamente ridicolo, a meno che non lo si voglia considerare un monumento all’incurie e all’incapacità di realizzare impianti sportivi in una città che a parole vorrebbe andare avanti ma che sta anni luce dietro a tutte le altre capitali europee: dalla viabilità ai servizi, dalle linee metro agli impianti sportivi.
Vi farei vedere che cosa hanno costruito a Tortona, in un paesino tra Alessandria e Milano che è più piccolo del più piccoli dei quartieri di Roma (meno di 30.000 anime), dove un grandissimo imprenditore che nel giro di pochi anni ha portato il Derthona Basket dal nulla ai vertici del basket italiano ha costruito una cittadella del basket con due impianti coperti (un palazzetto da oltre 5000 posti e uno di allenamento di 1000 posti di capienza), campetti all’aperto di basket e padel, bar, palestra e tanto altro (il progetto è di completare l’opera inserendo negozi, un centro di medicina dello sport e per terapie di riabilitazione, più una foresteria per le giovanili) investendo oltre 40 milioni di euro.
Questo significa guardare al futuro, non fare lo slalom tra mille vincoli e spendere centinaia di milioni di euro per trasformare il Flaminio in un impianto moderno quando la cosa più semplice e logica sarebbe buttare giù tutto e ricostruire.
Perché tanto se qualcuno non mette una vagonata di milioni di euro (che l’amministrazione e il ministero non hanno) per ricostruire il Flaminio, tra pochi anni questo monumento al degrado farà la fine del velodromo dell’EUR e crollerà da solo, senza l’intervento delle ruspe.

Ma questo, quasi certamente, non si farà e si continuerà a perdere tempo in riunioni, conferenze dei servizi e in mille altre questioni burocratiche.
Per questo, da oggi, mi considero ufficialmente un pentito, perché ho capito di aver combattuto come Don Chisciotte una battaglia contro mulini a vento scambiati per fantasmi. O meglio, per il fantasma di Pier Luigi Nervi. Pace all’anima sua…
Quindi, da oggi smetto di combattere la battaglia del Flaminio, depongo le armi e lascio spazio a chi ha ancora voglia di discutere e di perdere tempo con questo progetto e con la burocrazia, la vera piaga di questa città e di questo paese.
Perché se queste sono le condizioni, a partire dalla riduzione della capienza da 52.000 a 40.000 spettatori, il nuovo Flaminio non serve a nulla, è un investimento sbagliato e, soprattutto, non è più quel magnifico sogno che culliamo da una vita, ma una zavorra economica, l’ultimo incubo che ci potrebbe propinare e lasciare in eredità questa gestione arrivata oramai palesemente al capolinea.
In qualsiasi paese normale, lo Stadio Flaminio sarebbe stato già abbattuto anni fa, come hanno fatto a Londra con impianti storici come Highbury e Boleyn Ground (diventati ora un condomini residenziale extra lusso) o come il White Hart Lane e ricostruito per dare alla Lazio un impianto futuristico, non un rudere da ristrutturare.
Ma a Roma a quanto pare tutto questo non si può fare, perché il Flaminio è un monumento. Beh, se lo tenessero e se lo rimettessero a posto loro questo monumento: la Soprintendenza, il Comune di Roma e la Fondazione Nervi.
Però devono farlo con i soldi loro, non con quelli della SS Lazio e dei suoi tifosi, costretti ad essere da sempre spettatori senza diritti ma con l’obbligo di dover ingoiare qualsiasi cosa e di dover pure pagare tanto e in silenzio…
