I laziali e il “custode della Lazialità”!
“Claudio Lotito è come quello che quando eravamo ragazzini e giocavamo a pallone diceva: ‘Il pallone è mio e ci faccio giocare chi mi pare’. Ma il pallone non è tuo caro Claudio Lotito è della tifoseria, perché senza i tifosi della Lazio e i laziali veri, la Lazio non esisterebbe. La Lazio è una Spa, non è un giocarello tuo, è un giocarello di tutti quelli che amano la Lazio, caro Claudio Lotito”.
Due giorni fa un amico mi ha mandato uno spezzone di una trasmissione di Lazialità del 2009 in cui era ospite Aldo Donati che davanti al primo svuotamento per protesta dell’Olimpico in occasione del primo LIBERA LA LAZIO disse queste parole che a distanza di 17 anni mettono i brividi: sia per quanto sono ancora attuali, sia perché già allora a chi aveva a cuore le sorti della Lazio era ben chiaro il fatto che Claudio Lotito non avesse realmente a cuore né le sorti della Lazio né ri instaurare un rapporto profondo e sincero con i tifosi laziali.

Per questo quando sento parlare di trovare un punto d’incontro, di riallacciare il dialogo, oppure quando leggo letterine inviate ai tifosi confezionate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale per trovare parole che non gli uscirebbero mai né dal cuore né dalla bocca, mi viene da sorridere.
Perché Claudio Lotito è questo, è sempre stato questo, fin dall’inizio. A Claudio Lotito non interessa nulla della Lazio, figuriamoci dei tifosi laziali, dei loro desideri, della loro voglia di sognare, della loro speranza di vedere la Lazio spiccare il volo e fare quel salto di qualità che lui non le ha mai fatto fare in 22 anni, nonostante le tante chance che gli ha servito su un vassoio d’argento il destino.

Non lo ha mai fatto perché non gli interessa, perché per lui la Lazio è ed è sempre stata solo un mezzo per raggiungere i suoi scopi: una chiave per entrare nei salotti buoni e per conquistare un seggio in Senato; uno strumento per ottenere quella visibilità e quella popolarità che non avrebbe mai avuto; un mezzo per finanziare con i soldi della Lazio le sue aziende, sia quelle di servizi che quelle (Salernitana in passato, speriamo ora non anche la Reggina…) calcistiche.
E i laziali non li ha mai amati, perché sono stati quasi da subito un intralcio ai suoi piani perché non hanno accettato di essere solo ed esclusivamente dei sudditi silenti, cortigiani disposti ad approvare qualsiasi cosa chinando con referenza la testa senza mettere mai in discussione le parole e le decisioni del sovrano.

Claudio Lotito finge di essere un uomo aperto, uno disposto al dialogo e ad accettare le critiche, come dice lui “se sono costruttive”, ma poi se qualcuno si azzarda a muovergli qualche appunto, anche a fin di bene, lui si inalbera, si irrigidisce, digrigna i denti e diventa subito aggressivo e si rivolge all’interlocutore dicendo: “tu non hai capito”, “ora ti spiego io”, oppure si mette sul piedistallo chiedendo con fare arrogante “ma tu che fai di lavoro? Sei un imprenditore? Se vuoi fare il presidente comprati una squadra”.
E questo è il “peccato originale”, perché Claudio Lotito è convinti che comprando le azioni della Lazio in quella torrida estate del 2004 lui si è comprato tutto: la storia della società, i tifosi e quella Lazialità che lui non sa nemmeno dove sta di cosa e cosa significa realmente, perché non l’ha mai vissuta appieno o, per dirla alla Maurizio Sarri, perché “non ci si è mai immerso” in quel mondo Lazio, perché non si è mai “fatto pervadere dalla Lazialità”.

Quello tra Claudio Lotito e i tifosi della Lazio è un rapporto senza una storia alle spalle e, soprattutto, senza un futuro all’orizzonte. Perché è come un dialogo tra un sordo e un muto, entrambi ciechi.
Claudio Lotito non si sente apprezzato dai tifosi della Lazio e i tifosi non si sentono considerati da un presidente che si definisce “custode della Lazialità” ma poi si comporta non da gestore di storia e sentimenti, ma da padre-padrone oppure come ha datto Aldo Donati in quella trasmissione del 2009 come il bambino che prende in mano il pallone e pretende di decidere lui chi può giocare, anche se quel pallone è suo solo in parte, perché è stato acquistato con i soldi di tutti.
E ora che è rimasto solo, con quel pallone in mano ma senza nessuno disposto a giocare, invece che fare un esame di coscienza per capire come e perché si è arrivati a questo punto, invece di ammettere di aver sbagliato tanto (se non tutto) dal 2005 a oggi, invece di chiedere scusa in modo sincero, va in giro a raccontare di essere vittima di un complotto.
Lo racconta ai colleghi politici, lo racconta in ogni intervista, lo racconta ai magistrati denunciando oscure trame e inesistenti manovratori occulti che vorrebbero scippargli la Lazio utilizzando la piazza, cavalcando la protesta che ha portato allo svuotamento dello stadio.

Ecco, secondo Claudio Lotito lo Stadio Olimpico si è svuotato perché c’è qualcuno che racconta bugie su di lui e che con grande abilità sta manovrando la piazza e le menti dei tifosi.
Lo pensa perché è più facile e più comodo credere al complotto che guardarsi allo specchio e chiedersi se, dove, come e quanto può aver sbagliato per arrivare a spingere una delle tifoserie più fedeli del calcio italiano ad andarsene da quella che per tanti se non per tutti è sempre stata una seconda casa.
Perché questo è lo stadio per tutti i tifosi: un rifugio, un luogo in cui per qualche ora esci dalla realtà dimenticando lavoro, stress e problemi di una vita sempre più frenetica e quasi alienante.
Ma tutto questo può capirlo solo chi è veramente tifoso, chi è cresciuto con quella passione e quell’amore che Claudio Lotito (purtroppo per lui) non ha mai provato.
Perché solo chi ama può lasciare per amore, perché non si accontenta più di un rapporto svuotato della sua essenza è che è diventato una bellissima scatola ma con il nulla dentro.
Sì, perché purtroppo oggi la Lazio per tanti è diventata il nulla, oppure addirittura un qualcosa che fa talmente male da spingere i tifosi a rinunciarci per non farsi ancora più male.
Ed è per questo che la protesta ha coinvolto la quasi totalità dei tifosi, come dimostrano in modo quasi disarmante i dati forniti in questi giorni dalla Lega di Serie A sulle presenze allo stadio e sulla percentuale di riempimento degli stadi di Serie A.
Una classifica in cui la Lazio occupa l’ultimo posto, con un indice di riempimento dell’Olimpico che arriva a malapena all’11% della capienza dello stadio, in competa controtendenza con il resto della Serie A, con quello che succede dall’altra parte del Tevere, ma anche con quello che è successo in casa Lazio fino alla passata stagione.
E la responsabilità di quello che è successo è solo ed esclusivamente di Claudio Lotito, di un proprietario che si è incoronato Re, di un padrone di un’attività commerciale che pretenderebbe di obbligare i clienti ad entrare nel suo negozio anche se lui li insulta, lo offende e non li considera nemmeno clienti ma sudditi.

Umberto Lenzini, che per amore della Lazio si è rovinato, ripeteva sempre che i soldi che lui spendeva non erano solo i suoi, ma quelli dei laziali che ogni domenica riempivano l’Olimpico e consentivano alla Lazio di stabilire un record d’incasso dietro l’altro.
“I soldi non sono miei, sono dei laziali e io sono solo il custode di questo patrimonio economico, ma anche di storia, di passione, di sogni e sentimenti”.
CUSTODE, non PADRONE. PRESIDENTE, non RE. Questo è quello che Claudio Lotito non ha mai capito, questo è quello che Claudio Lotito si rifiuta di accettare: lui è solo un CUSTODE della Lazialità, non il PADRONE della Lazialità e dei laziali.
Ma non lo ha mai capito e non lo capirà mai. E, soprattutto, non lo accetterà mai, perché lui è esattamente come lo ha descritto Aldo Donati 17 anni fa: un bambino (forse addirittura bullizzato viene da pensare) con il pallone in mano che dice “gioca solo chi dico io”.
Un bambino, però, rimasto da solo su quel campo, senza nessuno con cui giocare, senza nessuno a cui dettare le regole e imporre la sua volontà.
Perché, anche se soffrendo, i laziali hanno deciso di andarsene, di lasciarlo da solo a giocare con quel che resta della Lazio. Perché come recita un vecchio adagio popolare: “Andare via fa male per un po’, ma restare dove non sei apprezzato fa male per sempre”.
Ecco, i laziali, per amore e per orgoglio, hanno deciso di non stare male per sempre, hanno preferito togliersi la Lazio oggi piuttosto che accettare l’idea di avere “per sempre” Claudio Lotito alla guida della Lazio. E poi magari un altro Lotito, come ripeteva (come se fosse una minaccia…) lui stesso fino a qualche tempo fa…
Una scelta sofferta e dolorosa, ma l’unica possibile per mettere la parola fine a questa gestione entrata nella storia come la più longeva di sempre ma anche la meno amata o la più odiata della storia della Lazio.
