Pescia e quella Lazio che non c’è più!
Sono passati 15 anni, ma se chiudo gli occhi sembra ieri e il dolore per la scomparsa di un amico fraterno è lo stesso provato quel maledetto 8 ottobre del 2011 quando in una telefonata che non mi dimenticherò mai Gabriella Grassi mi ha detto che il sorriso di Andrea Pesciarelli si era spento. Per sempre.
E con Pescia se n’è andato anche un pezzo di Lazio del mio cuore, una Lazio in cui tutti marciavamo sulla stessa strada. Magari non a braccetto, a volte discutendo anche animatamente, ma senza le divisioni, gli steccati e le trincee di oggi.

Una Lazio con il sorriso, non solo perché si vinceva, ma perché a guidarla non c’era un personaggio divisivo a tutti i livelli, a partire dal rapporto tra società e tifosi per finire con quello tra il club e chi faceva comunicazione.
Un rapporto testimoniato dalla foto che ho scelto per questo articolo, con Pescia in panchina con la divisa ufficiale della Lazio del centenario in una di quelle partitelle settimanali giocate a Formello in cui dirigenti, staff tecnico e giornalisti si mischiavano per dar vita sul campo di Formello a partitelle indimenticabili.
Questo succedeva quando Formello non era un bunker, quando esisteva un rapporto tra chi faceva comunicazione e chi dirigeva la Lazio: sempre nel rispetto dei ruoli, sempre senza fare sconti a nessuno, ma senza gli attriti di oggi, senza la presenza di qualcuno che pretende sempre di imporre il suo pensiero anche quando quello che sostiene fa a pugni con la realtà, come succede in modo palese da qualche anno.

Non ho mai partecipato a quelle partitelle e non solo perché il mio sport era il rugby e non il calcio, ma per il semplice motivo che per scelta fin da quando ho iniziato a fare questo lavoro ho sempre evitato di avere rapporti troppo stretti sia con le società di cui dovevo parlare e scrivere sia con i calciatori e gli allenatori.
Ottimi rapporti con tanti, cene fuori con nessuno o quasi, coinvolgimento in eventi organizzati dalla società limitato a questioni lavorative e, soprattutto, nessun regalo accettato: che fossero tessere omaggio per entrare allo stadio (le ricevevano tutti quelli che parlavano e scrivevano di Lazio quotidianamente) o il famoso regalo di Natale non faceva nessuna differenza.
L’unico regalo che ho accettato dai tempi di Calleri è stata la medaglia celebrativa dello scudetto del 2000 che mi ha regalato personalmente Sergio Cragnotti e che conservo come una reliquia. Non per il valore reale di quella moneta, ma per il valore simbolico.

Non partecipavo a quelle partite ma non me ne perdevo una, perché c’era sempre un clima di grande goliardia, nel quale Pescia recitava quasi sempre il ruolo del gran maestro di cerimonia, perché con le sue battute non risparmiava nessuno ma riusciva a strappare il sorriso a tutti, anche a chi era bersaglio delle sue battute o delle sue frecciate.
Dopo qualche anno, quindi, giovedì sono andato in pellegrinaggio verso quel tratto affollatissimo di lungotevere che avrò percorso migliaia di volte in vita mia e che da quell’8 ottobre 2011 mi provoca una stretta al cuore quando passo vicino a quell’albero a cui a distanza di 15 anni sono ancora legati foto e vessilli biancocelesti.
Sono andato all’albero di Pescia perché in questo momento difficilissimo della mia vita e della storia della Lazio, avevo bisogno di parlare con lui, di sentirlo vicino e mai come oggi avrei bisogno di risentire al telefono la sua voce. Invece lui non c’è e quella voce non la sentirò più.

In questi 64 anni ho visto tante volte la morte in faccia. Ho visto morire tante persone care, ho perso amici in circostanze tragiche negli anni di piombo e poi negli ultimi anni a causa di malattie o incidenti.
Dovrei essere vaccinato, in un certo senso “indurito” dalla vita, ma non è così.
Ed è bastata la foto di questo articolo ripescata nell’archivio per aprire le cataratte di un fiume di emozioni e di ricordi che da qualche giorno mi sta letteralmente travolgendo al punto che ho dovuto aspettare qualche giorno e un momento di relativa tranquillità per riordinare le idee e scrivere questo articolo per ricordare un amico fraterno volato via troppo presto e una Lazio che non c’è più.
Andrea Pesciarelli è morto all’improvviso e in modo tragico. Lui che come me era un malato delle due ruote, uno che non si rassegnava agli anni che passano e che un po’ per comodità e un po’ per sentirsi ancora ragazzo, si avventurava sulle vie di Roma a cavallo del suo scooter.
Quella sua corsa con il sorriso sulle labbra, si è conclusa intorno alle due di notte dell’8 ottobre 2011, contro un albero. E non sapremo mai come e perché.
È morto in quel tratto di lungotevere compreso tra piazza della Libertà, viale Mazzini e lo stadio Olimpico, nella zona delle passioni più care, famiglia a parte, di Pescia: la Lazio, la Rai e il calcio.
A dimostrazione di quanto infame possa essere il destino, Andrea se n’è andato da solo. Senza una mano da stringere, senza vedere un sorriso, senza un ultimo pensiero da lasciare in eredità e senza poter regalare l’ultima di quelle battute ironiche che lo hanno reso celebre nell’ambiente del giornalismo e adorato dagli amici.

Io e Andrea non siamo stati solo amici, ma fratelli fin dagli anni della scuola. Lui era più giovane di me di un paio d’anni, al San Gabriele era un pischello quando mi sono diplomato, ma giocava a fare il grande.
Come me, adorava il basket e la Lazio, quindi diventare amici è stato un attimo e l’intesa è scattata immediata. Dalla politica allo sport, per 30 anni abbiamo condiviso le stesse passioni. Per 30 anni ci siamo presi in giro ad ogni telefonata e ogni volta che ci siamo incrociati allo stadio, a cena o sul lavoro.
Sì, perché facevamo anche lo stesso lavoro. Lui ha scelto quasi subito la strada della tv, io all’inizio quella della carta stampata. Per anni, ci ha unito la radio, quei siparietti che nascevano spontanei ogni volta che stavamo in collegamento nella stessa trasmissione.
Che fosse da Guido, a Lazio Patria Nostra o da Franco Capodaglio, per noi non faceva nessuna differenza.
La cosa importante per noi era stare insieme a ridere e scherzare, tentando di sdrammatizzare sempre e comunque, in un ambiente in cui da anni tutti si prendono troppo sul serio e hanno perso la voglia di ridere parlando di calcio.
E per farlo ci davamo del LEI, ma solo per “cazzeggiare”. E lo facevamo con gusto anche quando stavamo con le rispettive consorti (entrambe romaniste) che, scuotendo la testa, ci guardavano con quello sguardo compassionevole che si dedica a due ultra quarantenni che si rifiutano di crescere.
Ma quanto abbiamo riso. Quanto ci siamo divertiti…
Lavorativamente parlando abbiamo rischiato di incrociarci, quando nel 1996 Pietro Pasquetti mi ha chiamato al TG3 del Lazio. Ma io detto di NO perché avevo scelto un’altra strada, quella che portava a TMC, la televisione dello Sport.
È successo proprio nel momento in cui lui lo sport ha deciso di lasciarlo per buttarsi sulla politica, l’altra grande passione della sua vita.
E ci ha visto giusto, più di me. È passato al TG1 con Clemente Mimun e poi lo ha seguito al TG5, dove è diventato la prima firma politica di Mediaset. Una carriera straordinaria, senza spinte o raccomandazioni, sudata.
Mentre scrivo mi torna alla mente ogni telefonata di quegli ultimi anni, ogni sms. La sua risata quando ha rivelato in radio una delle mille magagne della gestione-Lotito e il presidente della Lazio ha telefonato a Mimun, minacciando di chiamare addirittura Fedele Confalonieri o Berlusconi, per richiamare all’ordine Andrea.
E lui come sempre ha preso tutto a ridere, facendo piegare in due anche me con l’imitazione al telefono della voce di Clemente Mimun che lo scongiurava di lasciar perdere Lotito e la Lazio per non ricevere più un’altra telefonata.
Audio e messaggi non li ho mai cancellati. Anzi, li conservo gelosamente e ogni tanto me li rileggo o li risento per sorridere, per provare a riavvolgere il nastro del tempo pur sapendo che, purtroppo, il tasto rewind nella vita non esiste.
Quando leggo i suoi messaggi che è un dolce eufemismo definire “antiromanisti” e penso alla faccia di mia moglie, romanista, che scuoteva la testa e mi insultava ogni volta che glieli leggevo. “Te e quello scemo dell’amico tuo”, era la frase standard con cui mi liquidava. Ma ridendo…

Perché Andrea i romanisti li tormentava, soprattutto a lavoro, ma riusciva a strappare un sorriso a tutti con i suoi sfottò e i suoi scherzi.
E in questi giorni ho ripensato a quell’ultima telefonata che mi ha fatto, i primi di ottobre del 2011, alla vigilia di un derby entrato nella storia delle stracittadine romane
“Stronzone, che fai stavolta? Vieni allo stadio o continui a fare come tuo solito l’aventiniano e il segregato in casa?”…
È iniziata così l’ultima nostra telefonata. E quando gli ho risposto che non sarei andato all’Olimpico per tutto l’oro del mondo, mi ha risposto a modo suo: “Sei proprio un coglione. Perché questa volta li sfondiamo”.
Mi ha liquidato così, ridendo a modo suo, probabilmente scuotendo il capoccione dall’altro capo del telefono. Poi ha aggiunto. “Klose e Cissé li possono fare a pezzi lì dietro per come giocano e poi questa volta abbiamo un sacco di giocatori nuovi che non sentiranno il peso delle sconfitte recenti. Più Reja ne manda in campo e meglio è”.
E ha avuto ragione lui pure quella volta, anche se quel derby Andrea non l’ha potuto vedere in Tribuna Stampa ammorbando i vicini con la puzza del suo sigaro e fregandosene altamente di lamentele e maledizioni. E senza poter sfottere quei colleghi e dipendenti di Mediaset romanisti per i quali era diventato un vero e proprio incubo per quella sconfitta giallorossa arrivata all’ultimo respiro, con quel gol di Klose che ha completato una rimonta incredibile.
Guardo questo filmato di questo vecchio scherzo che Pescia ha fatto ad uno degli addetti della vigilanza del centro Palatino (chiaramente romanista…) e le lacrime scendono all’idea che non sentirò ma più la sua voce e non potrò mai più ridere e scherzare con lui.
So che la vita è fatta così, che c’è un velo nero che ci impedisce di vedere quella clessidra in cui è racchiusa la nostra esistenza e, soprattutto, quanta sabbia è rimasta dentro.
Già, il tempo. Noi, incastrati nei meccanismi infernali di questa vita frenetica che ci stritola, pensiamo di avere sempre tempo per poter fare qualcosa o per poter vedere qualcuno. E rimandiamo. Rimandiamo sempre.
Come abbiamo rimandato quella cena che nel 2011 dovevamo fare prima dell’estate e che abbiamo fatto slittare di settimana in settimana, di mese in mese.
“Tanto c’è tempo”, ci siamo detti quando ci siamo sentiti a luglio, io in vacanza in Sicilia e Andrea a fare la spola tra Roma e Milano, preso dal lavoro e dalle questioni legate al tuo impegno nel Cdr.
Invece, il tempo non c’è. E questa è una delle lezioni più dure della vita che ho imparato, definitivamente, quell’8 ottobre del 2011.
Non basterebbe un libro per raccontare Pescia, per far scoprire a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo che persona e che personaggio straordinario è stato.
E a chi non ha avuto la fortuna di viverla come noi dall’interno che cos’era la Lazio del passato, prima dell’arrivo a Formello di Claudio Lotito e dell’inizio di questa “guerra” che va avanti da più di quattro lustri.
Con questo articolo scritto con il cuore in mano spero di esserci riuscito a ricordare a tutti che la Lazio era spensieratezza e allegria (anche rabbia e dolore in qualche occasione) e soprattutto a strappare un sorriso a chi non ha conosciuto Andrea e una lacrima a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e che, da 15 anni, sente ogni giorno il vuoto della sua assenza fisica.
Anche se nella mente e nella memoria, il ricordo di lui è e resterà per sempre vivo, come quello per quel mondo Lazio che non c’è più…
