Bisignani, Lotito e il “De bello Calabro”!
“Signori si nasce… E io lo nacqui”, diceva il grande maestro Totò, ed aveva ragione da vendere. Già, perché signorilità e classe non si comprano al mercato, nemmeno se hai le tasche pieni di soldi.
E che siano tuoi di famiglia o fatti nel corso di una vita in modo, diciamo così, avventuroso, non cambia, perché la sostanza è sempre la stessa, ovvero, che ci sono cose che nella vita non puoi comprare: o le hai, oppure non le hai e non le avrai mai.
Ecco, due cose Claudio Lotito non avrà mai, nemmeno se vendesse la Lazio a un miliardo, un miliardo e mezzo o tre miliardi di euro: la Lazialità e quella signorilità e classe che ha dimostrato di avere invece Luigi Bisignani.
Perché Luigi Bisiginani, il “faccendiere”, come lo ha bollato qualcuno in modo da screditarlo oppure per dipingerlo in modo losco agli occhi della gente e incastrarlo (in tutti i sensi…) alla perfezione in quel mosaico complottistico che qualcuno sta tentando di mettere insieme, oggi ha dimostrato che cosa significa essere signori veri, cosa significa essere laziali.

Oggi il “grande capo della cospirazione” avrebbe potuto fare a fettine Claudio Lotito, tirando fuori carte private o scheletri da un armadio grande come un cimitero, ma si è limitato a toccarla con classe, con ironia e con una lettera scritta a mano e con la memoria, senza bisogno dell’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Perché la classe non è acqua e i laziali si sono sempre vantati di averne. Non a parole, ma dimostrandolo con i fatti, con i comportamenti, con l’uso di un linguaggio ironico e tagliente piuttosto che sguaiato e sempre minaccioso, tipico di chi non avendo la forza degli argomenti tenta sempre e comunque di imporre il proprio pensiero e la propria volontà con la forza.
Tra l’altro, tentando di dimostrare sempre di avere un consenso inesistente, oppure bollando come “sparuta minoranza” chi si oppone.
Parliamo di qualcuno che è arrivato ad autoconfezionarsi striscioni con scritte del tipo “ORGOGLIOSI DI LOTITO” da mettere in Tribuna Tevere in favore di telecamere all’Olimpico, per convincere chi gli doveva concedere un seggio in Parlamento che lui poteva essere un valore aggiunto, che con la sua discesa in campo poteva portare i voti del popolo che aveva alle spalle ma che in realtà gli aveva già voltato le spalle.

Per questo, lo stadio vuoto è sempre stato per Claudio Lotito un incubo, ancora più di quell’Olimpico ribollente di Lazio-Sassuolo, nella notte della più grande contestazione nella storia della Lazio andata in scena contro un presidente.
Quella sera, grazie all’aiuto dell’amico Beretta, riuscì a far abbassare l’audio dei rumori di fondo, per smorzare un po’ i toni della contestazione, così come le settimane dopo cercò di riempire gli spalti lasciati vuoti dai tifosi regalando biglietti e arrivando a far “convocare” tutti i ragazzini delle giovanili con le famiglie ma anche dall’alto forze dell’ordine, militari e financo i pompieri per non mostrare lo spettacolo spettrale che va in scena da gennaio.
Questo lo ricordano in pochi, perché la memoria è merce rara non solo a Villa San Sebastiano, ma un po’ in tutto il mondo Lazio e soprattutto nel mondo della comunicazione.

Ma per fortuna c’è ancora qualcuno che ha la voglia e la forza di rinfrescare la memoria a tutti, anche se il prezzo da pagare per farlo è alto, altissimo. E lo stiamo pagando in tanti, Bisignani compreso.
Bisignani nel suo articolo di oggi è partito da Giulio Cesare e dal Senato, dal “De bello Gallico” al “De Bello Calabro”, perché il Senato e il seggio in parlamento sono la chiave di tutto, il motivo per cui Claudio Lotito si è tenuto stretto la Lazio fino ad oggi e il motivo per cui stia ritardando il finale già scritto di questa sua avventura laziale.
Perché il calcio è potere in questo paese. E lo dimostra il numero di presidenti di società che grazie al calcio sono diventati nel corso del tempo deputati, senatori, ministri e financo Presidenti del Consiglio. Silvio Berlusconi in testa.
Per questo la rinfrescata alla memoria di Lotito che ha dato oggi Bisignani a Lotito non poteva non partire dalla politica, dalle anticamere fatte nelle stanze del potere per ottenere grazie a Berlusconi e Fini, con l’appoggio dell’onorevole Maria Teresa Armosino, un accordo con l’Agenzia delle Entrate che consentisse ad un presidente che non aveva né la voglia né i mezzi per versare in tempi brevi circa 120 milioni di euro all’Erario di restare sul ponte di comando di una nave destinata altrimenti al naufragio.

Con classe ma con precisione, Bisignani ha ricordato a Lotito la mano che gli ha dato a livello di rapporti, gli ha ricordato quante porte gli ha fatto aprire e come lo abbia consolato e aiutato quando la politica gli ha sbattuto la porta in faccia, poco dopo il 2010, quando la promessa di Berlusconi di dargli un seggio si è scontrata con il NO secco di una parte di Forza Italia che non si voleva mettere in casa uno come Claudio Lotito.
“Ci fu poi la bocciatura vissuta come una tragedia greca, seguita dalle carte di cui mi sommerse: autorevoli pareri da sottopollo alla capogruppo dell’epoca a Palazzo Madama, nella speranza di conquistare quel seggio. Le legioni erano rimaste fuori dalle mura e si cercava un varco nel regolamento. Dura lex, sed sedes…
Nel frattempo, sempre nel segno della lazialità, le visite continuavano. Nel mio ufficio di piazza Mignanelli, Claudio parlava in latinorum persino con la mia assistente, che ancora lo ricorda con simpatia: lei doveva semplicemente annunciarmi un ospite, lui le offriva gratuitamente un ripasso di tarda romanità.
In via Pinciana le visite si susseguivano con regolare frequenza, soprattutto quando aveva un ruolo in FIGC, durante la sfortunata presidenza del suo grande amico Carlo Tavecchio — un galantuomo che inciampò sulle banane parlando dei calciatori africani. Un mio collaboratore ha aggiunto un particolare: una volta gli dissi di salire, di non restare a camminare per strada, per risparmiarsi gli insulti. Già allora il consenso popolare conosceva qualche vacatio”.
E poi altri nomi, del calcio e della politica, snocciolati non per mostrare di essere importante e di aver aiutato in modo tangibile Lotito quando andava a chiedere supporto, ma solo per rinfrescare la memoria a chi ricorda solo quello che gli fa comodo e arriva addirittura a stravolgere la realtà delle cose (e dei rapporti) pur di uscire sempre vincitore da qualsiasi battaglia.
Ma nemmeno Giulio Cesare, Napoleone e Garibaldi hanno vinto tutte le battaglie, quindi fa sorridere che uno come Claudio Lotito pretenda di vincerle tutte o abbia la necessità di dimostrare a tutti che lui non solo ha sempre ragione, ma vince sempre.
Non è così. Non è mai stato così. E non sarà così in questa battaglia con i tifosi della Lazio, che lui non solo sta straperdendo, ma che non potrà mai vincere, nemmeno con l’aiuto di qualche politico amico o il soccorso di forze dell’ordine, magistrati e comunicatori disposti a stravolgere la realtà dei fatti pur di supportalo fino alla fine.
Non ci riuscirà, perché a Roma ha fatto il suo tempo e per restare nel mondo del calcio può solo trasferirsi in Calabria.
Così come solo in Calabria e con quei comizi con la platea osannante (che somigliano tanto a quelli di Cetto Laqualunque), può ripulirsi l’immagine per sperare di entrare nuovamente in parlamento.
Perché con Roma persa e il Molise pure, oramai l’unica porta che si può spalancare nel 2027 è quella che può trovare Reggio Calabria, quella verso la quale lo stanno indirizzando e accompagnando prendendolo quasi a braccetto i nuovi amici: il sindaco Cannizzaro e l’onorevole Occhiuto.

“Nell’Urbe i laziali — dal tifo organizzato a chi siede nelle Istituzioni, e non solo — gli contestano compatti il passato e il presente. Lui, dalle rive dello Stretto, al riparo delle larghe spalle di Roberto Occhiuto, proconsul maximus in grande ascesa, si dedica a riscrivere il passato per non rispondere del presente”.
Già, perché il presente è un nemico scomodo per Claudio Lotito, costretto a fare lo slalom per evitare di dare risposte e a mandare allo sbaraglio il povero avvocato Gentile che da vecchio amico si è immolato per provare a smentire e screditare Luigi Bisignani, uscendone però con le ossa rotte, come in tutte le decine e decine di battaglie legali intraprese per volontà del presidente e quasi tutte, purtroppo per lui e per noi, straperse dalla Lazio.
Il presente è scomodo, perché le solide realtà sono andate in frantumi e i motti lotitiani qui non li ascolta più nessuno, perché sono diventati quasi una barzelletta che non solo conoscono tutti a memoria, ma che non fa nemmeno ridere perché raccontata male.
Possono far presa a Reggio Calabria, dove c’è fame di calcio e dove Lotito si può vendere i sei trofei vinti da presidente laziale ma soprattutto quella cavalcata che ha portato la Salernitana dalla Serie D alla Serie A.
Ma quando se ne vanta, nessuno gli ricorda cosa dicono i bilanci della Lazio, ovvero che quella cavalcata Lotito è riuscito a farla grazie ai soldi della Lazio, a quel fiume di denaro che andava a senso unico da Roma verso Salerno.
Parliamo di qualcosa come circa 42,24 milioni di euro, ovvero del 35,6% dell’intero fatturato della Salernitana dal 2012 al 2021. Soldi che oggi non ci sono più nelle casse tristemente vuote della Lazio, quindi quest’avventura in terra calabrese, questo “De Bello Calabro” come lo ha chiamato oggi Luigi Bisignani nella sua lettera pubblicata su IL TEMPO, Claudio Lotito lo dovrà finanziare di persona, non più con i soldi dei laziali.

“Perché il fronte del «De bello Calabro» resta esattamente questo. La Calabria può anche offrire una tribuna amica, ma le domande rimangono a Roma. E i tifosi della Reggina farebbero bene a vigilare: non tutti quelli che arrivano da Roma portano in dono un impero”, ha chiosato Luigi Bisignani nel suo articolo.
Un invito ai tifosi della Reggina a non prendere per oro colato tutto quello che gli viene raccontato, perché il personaggio è quello che è e raccontare la verità e solo la verità non è mai stato il suo forte.
Vale per i proclami disattesi, vale per le solide realtà come per i “sogni responsabili” svaniti o finiti nel dimenticatoio.
Come vale per i tanti, tantissimi favori ricevuti da Claudio Lotito in questi 22 anni di presidenza. Favori ottenuti anche e soprattutto grazie al fatto di essere il proprietario della Lazio.

Ma Lotito, a quanto pare, ha dimenticato tutto e tutti, oppure fa finta di dimenticare perché la verità fa male, malissimo. Come gli ha fatto male quel consiglio che gli ha dato tra le righe Luigi Bisignani in quella lettera che ha scatenato questo conflitto tra due ex amici con un barbiere dei Parioli che cerca di fare da piacere.
Il consiglio era di cedere la Lazio senza tirare troppo la corda per non rischiare che anche questa avventura possa finire come quella di Salerno, perché nella vita “chi troppo vuole nulla stringe”.
Che non è un motto latino, che non è una frase di Giulio Cesare ma è solo un vecchio adagio popolare che tutti nella vita farebbero bene a tenere sempre in considerazione.

Perché nella vita non solo non si può sempre vincere, ma a volte bisogna accettare anche di perdere bene e non di perdere tutto per voler stravincere.
Perché c’è modo e modo per uscire di scena. E una resa onorevole (davanti alla realtà, sia ben chiaro) è molto meglio di un esilio o di una cacciata a furor di popolo.
Ma questo, temo, uno come Claudio Lotito non lo capirà e non lo accetterà mai. Non ce l’ha nel DNA e questa saggezza non la può nemmeno andare a comprare al mercato, come la signorilità, la classe e… la Lazialità.
Quelle che ha dimostrato di avere anche oggi Luigi Bisignani, perché poteva infierire e tirare fuori tutti gli scheletri dall’armadio e tutte le carte chiuse nel cassetto, mettendo in piazza molto più di quello che ha scritto, ma ha preferito usare l’arma dell’ironia. Insomma, toccarla piano e con classe. Da vero laziale…
