Il giorno degli “angeli”…
Ciao Franci, ciao Flavietto
BUON COMPLEANNO AMORI MIEI!!
Oggi è la vostra festa e vi ricordate cosa dicevamo?
“Oggi comandate voi!!”
Siete nei nostri pensieri tutti i giorni, tutti i minuti
e vi vorremmo riempire ancora di baci
e stringervi forte forte in immensi abbracci
Auguri angeli dolcissimi
mamma e papà vi amano da impazzire…
Non mi serviva il post scritto questa mattina da Paola su Facebook per ricordare, perché certe date ti restano impresse per sempre nella mente e non hai bisogno di metterti memo sul telefono o appunti sull’agenda per evitare il rischio di dimenticare.
Perché quei ragazzi, figli di un amico d’infanzia e di una donna straordinaria che ho avuto la fortuna di conoscere anni dopo, sono diventati i figli adottivi di ogni laziale, di chiunque abbia a cuore la Lazio e questi colori ma, soprattutto, di chiunque abbia un cuore.
E Paola e Marco, sono diventati i nostri “super eroi”, perché hanno avuto una forza e uno spirito di dedizione che, vi assicuro, in pochi avrebbero avuto.

Perché i veri eroi nella vita non sono gli atleti che lottano su un campo di gioco per una vittoria sportiva o i soldati che combattono sul campo di battaglia, ma gente come Paola e Marco che sono istati n trincea ogni giorno per anni, combattendo una battaglia quotidiana sapendo che quella guerra, purtroppo, non avrebbero mai potuto vincerla.
Ma hanno combattuto ogni santo giorno, non hanno mai alzato bandiera bianca, non si sono mai arresi nemmeno quando oramai è chiaro cosa gli avesse riservato il destino e si sono battuti come leoni a difesa dei loro due cuccioli.
Perché anche se Flavio e Francesco non erano più bambini ma uomini quando ci hanno lasciato, quel destino infame li ha resi cuccioli per sempre, bisognosi di aiuto per fare qualsiasi cosa.
E Paola e Marco ci sono sempre stati, hanno sacrificato lavoro e vita per esserci sempre, in qualsiasi momento, con l’aiuto e il supporto silenzioso di tanti, a partire da amici e parenti per finire con i ragazzi della Curva Nord che il 6 ottobre del 2024, quando purtroppo eravamo vicini all’epilogo, hanno dedicato quello striscione a Flavio e Francesco nel giorno del loro ultimo compleanno tra noi.

La domenica di quel Lazio-Torino, forzandomi, sono andato allo Stadio Olimpico solo perché sapevo che c’era Marco (Paola non ce l’ha fatta, è rimasta a Passoscuro in quella struttura del Bambino Gesù con i suoi ragazzi), per stare vicino ad un amico vero in un giorno difficile.
“So che in Curva hanno preparato qualcosa per i ragazzi, ma non so cosa”, mi ha detto con le lacrime agli occhi Marco poco prima di sedersi sugli spalti.
Quel qualcosa era questo striscione di auguri che ho usato come foto per questo articolo, un piccolo gesto d’amore (l’ennesimo) da parte di una Curva molto spesso bistrattata e di persone bollate come delinquenti solo perché si definiscono Ultras.
E per chi non ha mai messo piede in una Curva, Ultras è sinonimo di delinquenza e di violenza. Ma non è così. Non è sempre così,..
Perché c’è tanto amore e tanta solidarietà in quel settore dello stadio tanto bistrattato. Anzi, c’è molto più amore e solidarietà lì che in tutti gli altri settori dello stadio, perché i ragazzi della curva al contrario di tanti altri Marco e Paola non li hanno mai abbandonati al loro destino, non li hanno mai lasciati soli in quella guerra che hanno combattuto per anni come soldati in trincea armati di fucili a tappo, quindi praticamente disarmati.

Praticamente disarmati per il semplice motivo che ancora oggi non ci sono armi, purtroppo, per combattere quel maledetto morbo di Batten, quella che più che una malattia è una vera e propria condanna a morte, senza possibilità di appello e senza una data certa per stabilire la fine.
Ecco, pensate di avere due figli destinati a non sopravvivere ai loro genitori, pensate di dover vivere ogni giorno della vita come se fosse l’ultimo, senza speranze dettate dalla logica ma solo con la speranza di poter ricevere un piccolo miracolo, perché solo quello può evitare l’inevitabile.
Paola e Marco hanno vissuto per lustri con questa spada di Damocle sospesa sulla testa, con quel fimo di speranza che si assottigliava sempre di più giorno dopo giorno, costretti a vedere quei ragazzi spegnersi giorno dopo giorno, senza nemmeno poter fare più quelle piccole cose che avevano fatto per anni, come andare l’estate in ritiro al seguito della Lazio, coccolati da tutti, allenatore e giocatori in testa.

Io non so dove abbiano trovato Paola e Marco la forza per farlo, perché è vero che bisogna sempre trovarcisi per dire “io non ci sarei riuscito”, perché quando di mezzo ci sono i figli trovi dentro di te una forza che mai avresti pensato di avere, ma io non credo che sarei riuscito a fare quello che hanno fatto loro e come lo hanno fatto loro, trasformandosi anche in medici ed infermieri.
Il giorno di quel Lazio-Torino, in quel 6 ottobre di sole che faceva pensare più ad un’estate prossima ad arrivare che non ad un autunno oramai inoltrato, per tutta la partita ho pensato a Flavio e a francesco, alla fortuna che io e tutti quelli presenti quella domenica avevamo nel poter vedere quei colori, nel poter sentire quei rumori di sottofondo, nel poter vivere i brividi che regala un evento sportivo.
Piccole cose che a volte diamo per banali e scontate, ma che banali e scontate non sono se pensiamo a Flavio e a Francesco che per anni hanno vissuto in un mondo tutto loro senza più colori a causa di quella maledetta malattia che gli ha tolto sia la mobilità che la vista. E per anni i loro colori sono state le voci dei giocatori e i cori dello stadio.
Poi, purtroppo, anche quei colori sono sempre diventati sempre più sbiaditi, frutto di quei ricordi chiusi nella cassaforte della memoria, perché il loro mondo aveva come confini invalicabili le quattro mura della loro stanza in quella struttura del Bambino Gesù di Passoscuro.
E dopo una vita passata insieme, quegli ultimi mesi Flavio e Francesco li hanno vissuti separati, senza la stretta di quegli abbracci che si davano e potendo contare solo sul calore degli abbracci e delle parole di Paola e Marco, che hanno continuato a parlargli fino all’ultimo momento, perdendo in quei lori occhioni che fissavano il nulla.

Anche se i medici non gli davano più nessuna speranza, proprio in quei giorni di ottobre del 2024 durante una delle nostre passeggiate nel piccolo parco dell’ospedale o sui viali che portavano verso il mare, Marco mi ha detto: “Io ho fede e spero in un miracolo”.
E lui e Paola hanno lottato fino alla fine, aggrappati a quell’esile filo di speranza. Più Marco che Paola, devo dire la verità, perché la mia super eroina aveva capito e anche se non se ne faceva una ragione aveva capito che era quasi finita, anche se non ha mai smesso di lottare e di dedicare tutta se stessa a quei due ragazzi.
Ecco, questo è l’amore vero. Io mi reputo fortunato ad aver vissuto quegli ultimi mesi a fianco di Paola e Marco, perché anche se c’era tanta sofferenza, il calore di quell’amore mi riscaldava il cuore ogni volta che entravo nella stanza di Flavio o di Francesco con il sottofondo delle canzoni o dell’audio dei film che tanto amavano.
Quando quel giorno in cui Marco, alla viglia dell’ultimo compleanno dei gemelli, mi ha detto con la voce rotta e il cuore spezzato “io ho fede e spero in un miracolo” ho sentito una stretta al cuore e mi sono sentito piccolo, un nano vicino a lui e Paola che sono stati due giganti. Ma, soprattutto, mi sono sentito impotente.
E se mi sono sentito così io, che poi avevo la fortuna una volta uscito da lì di tornare a casa e vivere la mia vita normale e, soprattutto, di potermi perdere negli occhi dei miei ragazzi pieni di luce, di gioia di vivere e di progetti per il futuro, provate ad immaginare come potevano sentirsi Paola e Marco che come unica speranza avevano quella di poter uscire quell’ospedale per riportare a casa Flavio e Francesco.

Per questo, non posso dimenticare la data del 6 ottobre, ma soprattutto quella del 31 ottobre e del 6 dicembre.
Perché è impossibile dimenticare quello che ho vissuto in quella residenza del Bambino Gesù di Passoscuro i giorni in cui quei due angeli sono volati via.
Non potrò mai dimenticare lo strazio e la disperazione di Marco, gli occhi di Paola vicino a quei letti mentre stringeva e baciava la mano di Flavio prima e poi di Francesco.
E il silenzio che regnava in quella stanza.
Perché io mi sento fortunato ad avere l’amicizia e la stima di Marco e di Paola, così come mi sento fortunato anche ad aver incrociato sulla mia strada Flavio e Francesco, anche se da poco tempo.
Perché la forza di quei ragazzi per me è un esempio, uno stimolo quotidiano a lottare, ad affrontare le avversità della vita senza arrendermi mai anche quando sarebbe più facile alzare bandiera bianca e lasciarmi andare.
E, lo confesso, vorrei avere la fede cieca che hanno avuto Marco e Paola ma che, invece, purtroppo non ho.
Marco e Paola sono stati i miei SUPEREROI fino alla fine, perché in ogni favola che si rispetti ci sono sempre degli eroi buoni che alla fine sconfiggono i cattivi.
Ma in questa favola a tinte biancocelesti, purtroppo, non era previsto nessun lieto fine, se non quello di immaginare Flavio e Francesco che hanno lasciato quei letti per spiccare il volo, per volare finalmente liberi e in coppia.
Perché anche se l’aquila è un animale solitario, Flavio e Francesco per 25 anni hanno viaggiato sempre in coppia parlando, come scrisse Paola in quel post straziante di ai suo ragazzi, un linguaggio tutto loro, quando passavano il tempo “a ridere e a dirsi quelle cose incomprensibili per noi ma che solo loro due capivano”.
E oggi voglio immaginarmeli liberi e sorridenti Flavio e Francesco, mentre guardando dall’alto Paola e Marco spengono le candeline su quella torta che non mancava mai il giorno del loro compleanno.
Auguri ragazzi, auguri ANGELI…
