La “casa del cuore”…
Ci sono momenti in cui, schiacciato dal tran tran quotidiano e da una vita che scorre via a mille all’ora, mi chiedo che cosa sia realmente la felicità. E, soprattutto, quando è stata l’ultima volta in cui sono stato realmente felice.
Parlo di quella felicità spensierata, non della gioia che mi regala ogni giorno l’essere padre e vedere come e quanto stanno crescendo i miei figli. Quella, è un’altra cosa.
Mi riferisco a me, al vero significato del temine felicità legato ad un luogo geografico o a persone che quel posto lo hanno frequentato insieme a me, rendendo speciale quel luogo e quei momenti.

Me lo chiedo da anni, perché purtroppo oramai sono lustri che ho perso quel sorriso che mi ha sempre caratterizzato, insieme a quella risata contagiosa che è sempre stata un po’ il mio marchio di fabbrica.
La voglia di fare battute, anche dissacranti a volte ma solo per sdrammatizzare e rendere un po’ più leggeri i momenti pesanti (che sono tanti, troppi…), quella non l’ho mai persa.
Ma il sorriso, figlio di serenità e felicità, quello sì che l’ho perso. E, sono sincero, mi manca. Come mi manca quel senso di leggerezza con cui ho sempre affrontato la vita, consapevole del fatto di non poter né fermare né rallentare quei granelli di sabbia che nella clessidra della nostra esistenza terrena segnano il passare del tempo che ci è stato concesso.
E proprio perché non sappiamo quanta sabbia ci sia ancora in quella clessidra, coperta da un velo nero, io ho sempre affrontato la vita con leggerezza: senza guardare troppo avanti, cercando di assaporare tutto e di trovare sempre qualcosa di buono in tutto quello che succede.

Insomma, ho sempre cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno, perché lo considero il modo migliore per vivere.
Vi chiederete: ma che c’entra tutto questo con la Lazio? C’entra. E chi ha la mia età lo ha capito già guardando la foto di questo articolo, anche senza bisogno di leggere il sommario.
C’entra, perché qualche mese fa ha trovato per l’ennesima volta questa frase che avrete letto e visto migliaia di volte su qualche muro o citata sui social: “Se ti perdi, ritrovati nell’ultimo posto dove sei stato felice”.
E allora ho provato a pensare non a quando sono stato felice per l’ultima volta in generale, ma in quale luogo mi sono sentito realmente felice.

Il primo posto che mi è venuto in mente è stato lo stadio! Non per forza di cose lo Stadio Olimpico, ma uno stadio in cui giocava la Lazio. E sono tanti, tantissimi, perché la Lazio l’ho seguita ovunque, anche in posti assurdi e in periodi bui in cui eravamo 20/30, al massimo 50 al seguito della Lazio.
Quindi, penserete: “Vabbé, ma ti bastava acquistare un biglietto e andare allo stadio per ritrovare la felicità di una volta…”. Sbagliato!
Perché la felicità spesso non è legato solo a grandi eventi o grandi eventi, ma a piccoli episodi quotidiani, a momenti semplici.
Quindi, se non allo stadio, dove? E lì mi si è come accesa la lampadina. E senza pensarci due volte mi sono vestito e a piedi da casa, mi sono diretto in Prati.

Qualche chilometro a piedi, visto che abito in una traversa alla fine di Via Gregorio VII, a due passi da San Pietro.
Quindi, dribblando frotte di turisti in fila per entrare in quella basilica che è un po’ il centro dell’universo cristiano e poi piazza Risorgimento, mi sono diretto verso la meta: Via Simone de Saint Bon, in quella via incastrata tra Via della Giuliana e Viale Angelico in cui ho passato gran parte della mia infanzia.
Un’infanzia folle e spensierata, come sono stati folli e spensierati quegli anni Settanta, quegli “anni di piombo” che hanno segnato (a volte in modo indelebile) tutta la mia generazione.
Quando sono arrivato a Via Simone de Saint Bon e ho visto il nome della via in quella lastra di marmo attaccata su quel muro giallino pieno di crepe e mai ridipinto (immagino) da 50 anni a questa parte, ho provato una sorta di tuffo al cuore, perché in una città che è completamente cambiata negli ultimi 50 anni, quella via è rimasta quasi identica ad allora, non fosse per il senso di marcia delle macchine.
Quel muro giallo ocra e la ricerca, immediata, con gli occhi di quel civico numero 47, famoso negli anni Settanta perché sede di quei Lazio Club che oramai sono quasi estinti, cancellati o quasi pure loro da questo calcio moderno.

In pochi istanti mi sono passate per la mente e a velocità folle, migliaia di immagini di quel periodo, come foto messe in fila in un film di animazione.
Volti di amici che non ci sono più, a partire da Goffredo Lucarelli (il “Tassinaro”), Francesco Bilotta e soprattutto Gino Camiglieri e Tonino Di Vizio, ovvero il presidente dei Lazio Club di allora e l’uomo che a metà degli anni Settanta ha deciso di riunire in un solo gruppo le mille anime del tifo biancoceleste dell’allora Curva Sud, quelle decine di gruppetti di amici che la domenica si radunavano su quei muretti bianchi di marmo dell’Olimpico dietro a striscioni con nomi bellicosi…
Ultras, Tupamaros, Brigate San Giovanni, Vigilantes, Aquile, Folgore e Commandos Monteverde Lazio, il primo grande gruppo di Ultras laziali, creato addirittura nel 1971.
Tonino Di Vizio decise di trasformarli in un solo gruppo, che all’inizio si chiamava G.A.B.A. (Gruppi Associati Bianco Azzurri) e che poi, dopo mille discussioni sul nome da scegliere che rappresentasse tutti senza scontentare nessuno, prese il nome di EAGLES’ SUPPORTERS.
Su come sia stato scelto quel nome e su chi lo abbia scelto, ho letto in questi 50 anni ricostruzioni molto fantasiose.
La realtà è che la scelta fu casuale, nata da uno scambio di corrispondenza tra Marco Saraz, Ultras Lazio e Sergio Puglisi, delle Brigate Gialloblù del Verona.
A metà anni Settanta non esistevano i social network e neanche le mail, quindi l’unico modo per comunicare erano le lettere, quelle su carta.
Dietro ogni busta spedita a Marco Saraz, Sergio Puglisi metteva come firma la scala a tre pioli simbolo delle Brigate Gialloblù e la scritta HELLAS SUPPORTERS. E il passo da HELLAS SUPPORTERS a EAGLES’ SUPPORTERS, è stato breve. A Marco è piaciuto subito e lo ha proposto. Anzi, imposto…
Perché Marco Saraz era uno dei “grandi”, tra l’altro uno di quelli a cui non si poteva dire no. E infatti è diventato avvocato.
Ben presto, quindi, quella sede dei club frequentata per lo più da tifosi di una certa età, è diventato il punto di raduno di tutta la gioventù laziale dell’epoca.
Il luogo in cui si tenevano le riunioni e dove venivano i giocatori della Lazio per incontrare i tifosi, la sede in cui si organizzavano le trasferte.

E proprio all’organizzazione delle trasferte sono legati i momenti più belli di quegli anni.
La sede aveva un ingresso sulla strada, ma sopra c’era solo un piccolissimi spazio, perché la sede era sotto il livello della strada e ci si accedeva scendo le scale.
Quando si organizzavano trasferte di massa, piazzavamo il banchetto per la prenotazione dei posti in pullman nel piccolo spazio all’ingresso e la fila si snodava lungo via Simone de Saint Bon, a volte anche per oltre 150/200 metri.
Per le trasferte di Bologna e Firenze, riuscivamo a riempire anche 12/15 pullman solo pieni di giovani Eagles’, ed era bellissimo veder sfilare tutti quei ragazzi che arrivavano in sede con la sciarpa in un giorno non di stadio.
Cosa non usuale per l’epoca, per quegli anni in cui a dominare la scena durante la settimana erano i colori delle varie fazioni politiche, soprattutto extraparlamentari, non quelli di Lazio e Roma che erano relegati alla domenica.

Tanti di quei ragazzi sono diventati amici veri, ragazzi ancora oggi anche se hanno superato come me la soglia dei sessant’anni o sono già pensionati.
Tanti, purtroppo, li abbiamo persi per strada, spazzati via dalla nostra vita da quella tempesta politico/sociale, dal fato o da qualche brutta malattia.
Ma camminando in quella via, li ho rivisti tutti, con i volti giovani e sorridenti di allora. E ho sorriso, mi sono sentito sereno e… felice.
E ho giurato a me stesso che, d’ora in poi, nei momenti più duri o difficili tornerò lì, in quella casa del cuore che non c’è più, perché al 7 di Via Simone dei Saint Bon c’è un negozio, senza insegna, anonimo per i più ma non per me che in quei locali ci ho passato la mia infanzia, i giorni più belli e spensierati della mia vita.
Gli unici che vorrei veramente rivivere. Non per tornare giovane, ma per ritrovare quella leggerezza svanita, quel sorriso e quella felicità.
La felicità di chi non aveva niente, anche calcisticamente parlando, ma che era comunque felice di quello che aveva, perché la Lazio allora la sentivamo nostra.
Ed era nostra, perché in quegli anni senza soldi dei diritti TV, le società vivevano solo grazie ai soldi che versavano i tifosi acquistando biglietti e abbonamenti.
E nessun presidente dell’epoca si poteva permettere di essere un dittatore e, soprattutto, di trattare i tifosi come delle nullità, come un qualcosa di fastidioso di cui si può anche fare a meno.
Ecco perché ripeto sempre che in quel calcio uno come Lotito non sarebbe durato nemmeno un paio d’anni. O, meglio ancora, nella Lazio e nel nostro mondo non ci sarebbe mai potuto entrare.
E forse anche per questo sono felice e mi sento leggero ripensando a quegli anni, a quella sede di Via Simone de Saint Bon, a quel calcio che non c’è più.
