Io, dipinto come il padrino di “Cosa Laziale”
GRECO IL “PAPA”… Quel titolo di giornale riferito a Michele Greco, il grande capo di Cosa Nostra, che i miei colleghi avevano stampato a caratteri cubitali e che avevo appeso sul muro alle spalle della mia postazione in redazione, l’ho conservato per anni.
Non perché andassi fiero del fatto di avere lo stesso cognome di un mafioso (seppur famoso) e nemmeno perché la mia ambizione fosse quella di diventare capo di qualcosa, perché chi ha lavorato con me a TMC e a La7, ad esempio, sa benissimo che pur di restare a fare il giornalista sportivo ho rinunciato ad una promozione e ad entrare nell’ufficio centrale, in gruppo di capi servizio e capi redattori che coordinava tutta l’attività dei TG di La7.

Non ho mai fatto questo lavoro per fare carriera e nemmeno per avere una vetrina mediatica, perché da giornalista non ho mai amato andare in video (e il mio ex direttore Fiorenzo Pompei può testimoniare) e alla conduzione ho sempre preferito il lavoro dietro le quinte, perché quello per me significa fare veramente il giornalista.
E proprio perché non amo la vetrina, da anni ho deciso di starmene in disparte, di rifiutare qualsiasi invito a partecipare come ospite a trasmissioni televisive o a trasmissioni radiofoniche in cui si parla di Lazio.

Ho fatto anni fa questa scelta, perché questo nuovo circo mediatico non mi piace e sto sui social solo perché purtroppo chi fa il mio lavoro non può non avere almeno un account su Facebook o su Twitter (ora si chiama X, ma per me resta Twitter) per interagire con la gente.
Soprattutto se hai un tuo giornale che parla alla gente e che cerca, dal 2011, di raccontare ai tifosi della Lazio quello che in tanti non hanno voglia o il coraggio di raccontare.
Perché da sempre sono un cane sciolto di questo mondo dell’informazione, uno “scomodo” perché non ama avere padroni o editori a cui dover rispondere, quindi nel 2011 ho deciso di diventare editore di me stesso, partendo quasi per gioco con l’avventura di Millenovecento.
Per anni ho fatto contoinformazione su quello che succedeva nel mondo Lazio e già nel 2011 scrivevo le stesse cose che scrivo oggi. E per quasi tre lustri, nonostante le tante cose scomode che ho scritto (non le elenco io, basta controllare l’archivio di Millenovecento per vedere tra gli oltre 6000 articoli scritti quante cose che oggi sono di dominio pubblico io ho anticipato di anni) mi è stata fatta una guerra dietro le quinte, ma senza mai arrivare alla tempesta di oggi, senza arrivare al punto di essere dipinto come una sorta di Padrino, come il Capo di “Cosa Laziale”, come colui che orchestra la contestazione e che avrebbe come complici persone che nemmeno conosco.

Già, perché in questa settimana caratterizzata da questa bufera scatenata dalle perquisizioni subite da Luigi Bisignani, Mauro Masi e Francesco Maiolini, si è parlato più di me che di quel blitz e ovunque queste persone sono state accostate al sottoscritto, come se ci fosse un legame tra noi, addirittura come se loro fossero miei complici.
Peccato che io Luigi Bisignani, Mauro Masi e Francesco Maiolini non li abbia mai né visti né conosciuti in vita mia, così come non conosco quasi tutti quelli che con me hanno subito le perquisizioni dei Carabinieri il 5 dicembre del 2025 e che ora vengono definiti o presentati come “miei complici”.
L’unico che conosco è Rodolfo Bada, del quale (come hanno potuto controllare i Carabinieri dai dati del mio cellulare) non avevo tra l’altro nemmeno il numero di telefono, per il semplice motivo che non ci vedevano e sentivamo da più di 22 anni, da quando partecipavamo alle trasmissioni di Lazialità.
Però ci hanno infilato tutti nello stesso calderone, dipinti come complici di un complotto per togliere la Lazio a Claudio Lotito, per fabbricare fake news in modo da deprezzare il titolo della Lazio e creare un danno economico a Lotito per costringerlo a vendere sottocosto, si legge nelle informative.
Peccato, però, che il titolo della Lazio negli ultimi14 mesi abbia più che raddoppiato il suo valore. E che questo sia successo soprattutto a causa (e in coincidenza) con notizie fornite direttamente dalla Lazio (Nasdaq, Academy, Flaminio, valore della società di 1,5 miliardi) per voce del suo proprietario o diffuse da giornali e mai smentite dalla Lazio anche se influivano (e non poco, basta controllare l’andamento del titolo negli ultimi dodici mesi e quando si sono registrati i picchi in Borsa) notevolmente sul valore del titolo.
Il tutto, senza alcun intervento da parte della Consob, nonostante le sollecitazioni a intervenire e gli esposti inviati all’organo di controllo da parte di Federsupporter e di tifosi-azionisti.

Il titolo Lazio ha più che raddoppiato il suo valore, ma sui giornali e in TV si parla di azioni che hanno danneggiato la Lazio e Lotito, mentre tutte le cose che ho scritto io non hanno mai (ripeto, basta controllare l’andamento del titolo in occasione di alcuni miei articoli incriminati) provocato né un crollo né un aumento del valore del titolo della Lazio.
E già questo, dovrebbe far nascere qualche domanda sul perché della narrazione dei fatti a cui stiamo assistendo da mesi, ma in modo particolare nell’ultima settimana in cui si è arrivati quasi alla beatificazione di Claudio Lotito e alla criminalizzazione di chiunque abbia osato contestarlo.
Ma vado oltre. Stando alle ricostruzioni fatte da qualcuno in questi giorni, io sarei il capo di tutta questa macchinazione. Insomma, un Papa di Cosa laziale. Ma non il capo assoluto come lo ora Michele Greco di Cosa Nostra, perché secondo i fautori del complotto tutti i fili sarebbero mossi dietro le quinte da chi dovrebbe trarre un vantaggio da questo can can, da questa protesta che non nasce oggi o un anno fa, ma che va avanti da quasi 20 anni.
Insomma, un Mister X senza né nome né volto, un’entità astratta come tutti i capi dei presunti complotti paventati da Claudio Lotito dal 2006 a oggi.
Perché prima era convinto che ci fosse il “Cragna” (come chiamava lui Sergio Cragnotti in alcune intercettazioni ancora presenti su youtube in cui lo dipingeva come un mandante) dietro la contestazione del 2006 e quel complotto ordito da Chinaglia e gli Irriducibili che si è dissolto dopo 20 anni con la sentenza di assoluzione in Appello perché IL FATTO NON SUSSISTE.
Poi, nel corso degli anni, più volte Lotito ha urlato “mi vogliono scippare la Lazio”, ventilando trame oscure e registi occulti che non hanno mai avuto un volto. Per la semplice ragione, che non sono mai esistiti.
Io non sono il capo di nulla, non ho alle spalle né persone che mi manovrano né finanziatori occulti e nemmeno “complici”, perché come ho scritto prima sono da sempre, ma in particolare da quando ho creato Millenovecento, un “cane sciolto”.
Simpatico, antipatico, bravo o pessimo giornalista a seconda dei punti di vista, ma uno senza padroni e che non fa parte di alcun clan di cospiratori, figuriamoci capo di un complotto.
E sono talmente fuori dalla mischia, che pur avendo sostenuto (moralmente) tutte le iniziative che sono state fatte, non ho partecipato né alla manifestazione ai Fori Imperiali dello scorso anno né a quella di luglio 2026. Come non ho partecipato agli Stati Generali, nemmeno come spettatore al Teatro Manzoni. E la cosa è facilmente provabile, perché è sotto gli occhi di tutti.
E allora, perché sta succedendo tutto questo? Perché purtroppo da quando nel 2024 ho iniziato a toccare argomenti scomodi, sono diventato il nemico numero uno. E quindi dipinto agli occhi dell’opinione pubblica come il capo di Cosa Laziale.

Sia ben chiaro. Ho fatto i miei errori ed è palese che non tutto si sia avverato come avevo annunciato in alcuni miei articoli, soprattutto a livello di tempistica, perché come tutti quelli che fanno il mio lavoro e come tutti gli uomini (Lotito escluso, perché lui non sbaglia mai e quindi non deve mai chiedere scusa di nulla…) non sono infallibile.
E perché (vale per le trattative di mercato come può valere per qualsiasi altro accordo) se tu anticipi una cosa prima che sia ufficiale, puoi correre il rischio che quella cosa poi slitti o addirittura salti all’ultimo momento.
Fa parte del gioco e dei rischi del mestiere. Ma non ho mai offeso nessuno e, cosa ancora più importante e che invece qualcuno sta dipingendo in modo non reale, non ho mai scritto articoli che potevano influire sull’andamento del titolo a Borsa aperta, proprio perché venendo da una famiglia che ha lavorato in Borsa per una vita conosco bene le regole del gioco.
Quindi, chi scrive che io avessi fretta di avere notizie per diffonderle prima che chiudesse la Borsa, mente. Oppure è stato imbeccato male. Perché non l’ho mai fatto e basta controllare nel database gli orari della pubblicazione degli articoli che ho scritto su Millenovecento.
E chi cerca collegamenti tra il sottoscritto, Bisignani, Masi e Maiolini o fa credere alla gente che io ora sia indagato nuovamente e in combutta con loro, fa uno sforzo inutile, perché non esiste nessun collegamento. E, come ho scritto prima, non ho mai né incontrato né parlato con nessuno dei tre: né dal vivo, né tantomeno sui social o al telefono o tramite chat.
Per il semplice motivo ché io non sto e non sono mai stato in nessuna chat laziale. E il numero di Bisignani l’ho avuto il 15 luglio del 2026 da un collega, quando gli ho scritto un sms per chiedergli un incontro (gli volevo fare un’intervista) e lui mi ha scritto che era fuori Roma e quindi la cosa è morta lì.
Per chiunque voglia, il cellulare è a disposizione, perché non ho nulla da nascondere in questa vicenda.

La realtà, è che non esistono né complotti né regie occulte, ma solo la stanchezza di un popolo che si sente prigioniero da 22 anni e che, giusto o sbagliato che sia, chiede e pretende un cambio radicale.
E questo non è un reato, perché come hanno scritto i giudici della Corte d’Appello, le contestazioni dei tifosi ad un proprietario fanno parte delle regole del gioco e bisogna accettarle.
“Il Lotito, in altri termini, si trovò nella condizione di subire attacchi e pressioni che appaiono alla Corte connaturati al ruolo che ha ricoperto”, hanno scritto i giudici della Corte d’Appello di Roma nella sentenza di assoluzione degli Irriducibili.
Aggiungendo poi: “Insomma, non può stupire, nel contesto peculiare di una società di calcio professionistica, seguita da milioni di supporter, che una parte della tifoseria organizzata possa attuare forme di protesta finalizzate ad indurre un presidente di società a lasciare l’incarico o a cedere la propria partecipazione azionaria”.
Quindi, è legittimo chiedere a un presidente di vendere o attuare forme di protesta finalizzate a indurre un proprietario di un club calcistico a lasciare l’incarico o a cedere la propria quota azionaria.
Quindi, Lotito non è una vittima (se qualcuno ha esagerato con telefonate offensive, è giusto che paghi ma si tratta di azioni personali) e, soprattutto, scrivere LIBERA LA LAZIO e LOTITO VATTENE non è reato!
E allora perché ci sono persone indagate per aver esposto striscioni con scritto questo o si presenta il volo di un aereo con uno striscione con su scritto LOTITO LIBERA LA LAZIO come un attentato al proprietario della Lazio e come un reato?
Perché esporre uno striscione sotto le finestre di casa con scritto LOTITO LIBERA LA LAZIO diventa complotto, cospirazione, tentativo di estorsione e chi lo fa viene dipinto come un delinquente e non solo e semplicemente per quello che è, ovvero un laziale stanco della gestione Lotito?
E perché una protesta civile, che ha portato più di 20.000 persone in piazza e ha provocato lo svuotamento dello Stadio Olimpico senza creare alcun problema di ordine pubblico deve essere per forza di cose dipinta come un complotto o un’oscura cospirazione, con il sottoscritto presentato come una sorta di capo di un’associazione a delinquere chiamata Cosa Laziale?
Un giorno, forse, qualcuno ce lo spiegherà. Speriamo solo di non dover aspettare 20 anni, come purtroppo è già successo, per avere giustizia e per ristabilire la realtà delle cose: ovvero che non esiste nessun complotto, nessun Mister X che muove i fili dietro le quinte e che Claudio Lotito non è un martire, ma solo un presidente contestato da una piazza che gli chiede di farsi da parte, di cedere (a peso d’oro, non rimettendoci come fa intendere qualcuno) un qualcosa che gli è costato appena 30 milioni di euro per lasciare il posto a chi abbia realmente i mezzi e la voglia di investire nella Lazio e in questa “cazzo di storia” laziale.
Solo questo chiedono i laziali. Niente di più…
