Sarri, l’anno zero e il giorno della marmotta
Nel mondo Lazio di oggi bastano un paio di acquisti e una vittoria su autogol in trasferta contro l’ultima in classifica per far perdere la memoria a tanti, per spazzare via rabbia, delusione e preoccupazione per un futuro che sarà uguale al presente e al passato.
Ma oggi funziona così. Anche per colpa dei social, l’umore della piazza varia e cambia magari radicalmente nel giro di poche ore o pochi giorni in base al nulla o quasi.

Dico nulla o quasi non per bocciare o sminuire Taylor e Ratkov, ma per il semplice motivo che da agosto a oggi la Lazio non ha fatto altro che sostituire tre giocatori che lo scorso anno erano considerati titolari o determinanti con due acquisti e un “ripescato”.
Già, perché Cancellieri ha preso il post di Tchaouna e in questa settimana decisamente turbolente Ratkov ha rilevato Castellanos e Taylor ha preso il posto di Guendouzi.
Quindi, nella migliore delle ipotesi stiamo come prima e se prima era “emergenza”, ora tutto può essere meno che abbondanza e nemmeno emergenza archiviata.

Questo non vale però per i “tengo famiglia” o per quelli che cercano di esaltare sempre le mosse della società e che da un paio di giorni parlano e scrivono di “svolta” o di inizio di un nuovo ciclo.
Ma chi giudica le cose con un minimo di serenità e di competenza, sa benissimo che nulla è cambiato rispetto al solito copione e che stiamo assistendo solo all’ennesima versione dello stesso film che conosciamo a memoria.
E che siamo ancora imprigionati in questo loop che sembra senza fine.
Se scrivo queste cose, come sempre vengo bollato come un gufo, oppure additato come uno prevenuto, ossessionato da Lotito e che quindi sparge pessimismo a piene mani.
Mi consola, però, di non essere solo a pensare, scrivere e dire queste cose. E quello che pensa e dice le stesse cose che ripeto io, per fortuna, è uno che di calcio ne capisce e, soprattutto, ha un ruolo importante nella Lazio di oggi, visto che si tratta di Maurizio Sarri, l’ultimo baluardo a cui i laziali si stanno aggrappando in questo momento di caos totale.

“Non credo che con un paio di innesti la squadra possa diventare pronta”.
Più realista del Re, ieri Maurizio Sarri ha detto per l’ennesima volta quello che pensa, dando voce a tanti laziali scontenti e sconcertati non solo dal comportamento della società, ma anche e soprattutto di quella parte di comunicazione laziale prona o che si è assuefatta o rassegnata alla mediocrità.
Sì, mediocrità, perché dopo due settimi posti consecutivi una società ambiziosa che parla di voler ribadire il predominio cittadino e prefigura (a parole) scenari idilliaci (che fanno a cazzotti con la realtà), a gennaio avrebbe puntato solo a rinforzare la squadra.
Una società seria e ambiziosa avrebbe investito coprendo i buchi di organico che già c’erano la passata stagione e che sono aumentati di misura e gravità a causa dell’incredibile serie di infortuni che sta flagellando la Lazio e non sostituito una pedina con un’altra, facendo l’ennesima scommessa.

Incredibile fino ad un certo punto la serie di infortuni, perché se hai la rosa più vecchia della Serie A (dopo aver detto due estati fa di aver costruito una Lazio più giovane per aprire un nuovo ciclo) non ti puoi stupire se gente che viaggia oltre i 30 anni possa pagare dal punto di vista fisico i ritmi stressanti del calcio di oggi.
Ma far passare gli arrivi di Taylor e Ratkov come la risoluzione di tutti i problemi e la fine dell’emergenza, significa gettare fumo negli occhi della gente, fare l’ennesimo numero di illusionismo.
Perché l’emergenza resta. E anche questo lo ha detto a chiare lettere Sarri, dimostrando per l’ennesima volta che in questa seconda avventura laziale non ci sta a recitare il ruolo di quello che si fa andare bene tutto il silenzio e, tanto meno, di chi regge il gioco a Lotito e Fabiani.
“È la prima volta in carriera, compreso anche i dilettanti, che mando in campo dal primo minuto un calciatore che ha fatto un allenamento solo. Neanche in Serie D mi era mai successo. E questo dà l’idea delle difficoltà che abbiamo attraversato e che in parte stiamo attraversando anche in questo momento”.
Chiaro, netto. Almeno per chi vuole capire. Taylor e Ratkov al momento sono una toppa messa per riparare l’ennesima falla aperta dalla partenza di Castellanos.
Ma l’arrivo di questi due ragazzi di belle speranze non è né la risoluzione del problema né la prova che la società, come promesso e dichiarato mille volte sia da Fabiani che da Lotito, stia seguendo sul mercato le indicazioni date dall’allenatore.

Le caratteristiche che ha indicato lei alla società sono quelle dei calciatori acquistati dalla Lazio al posto di Castellanos e Guendouzi?
“In certi ruoli si possono avvicinare di più, in altri ruoli non si avvicinano neanche”.
In questo botta e risposta di ieri tra Sarri e il suo intervistatore, c’è la realtà della Lazio di oggi: una società che sta ricalcando lo stesso copione del passato e un allenatore che ha promesso di farsi andare bene tutto quest’anno ma solo fino a giugno, poi a seconda di quello che succederà in estate deciderà di restare o di salutare tutti, perché un’altra stagione come questa non ci pensa proprio ad affrontarla.
“Stiamo cercando di migliorare i giocatori che abbiamo per creare una base, sperando di arrivare a fine stagione con 8-9 di livelli e pronti, in maniera che se la società in estate ci aiuterà con tre innesti forti potremo fare il salto di qualità. Io penso di riuscirci”.
Lo aveva già detto prima del via del mercato e gli hanno ceduto Guendouzi, uno che lui considerava parte di quel gruppetto di 8-9 giocatori.
E ora potrebbe succedere la stessa cosa con Romagnoli che aspetta dall’estate del 2023 che Lotito mantenga quella promessa che gli ha fatto nel 2022, quando pur di legarsi alla Lazio il difensore accettò di firmare un contratto a meno della metà di quello che prendeva al Milan.
“Se andiamo in Champions League te lo adeguo”, gli disse Lotito e Romagnoli si fidò. Promessa caduta nel vuoto, perché in due anni e mezzo di rinvio in rinvio quel rinnovo non è mai arrivato e ora Roberto Mancini sta provando a convincere l’ex capitano del Milan ad andare da lui in Arabia Saudita.
E Romagnoli è un altro dei fedelissimi di Sarri, come Guendouzi. Perderlo, significherebbe non solo non seguire le indicazioni dell’allenatore, ma lacerare ancora di più un rapporto che si tiene in piedi per miracolo e solo perché Sarri ha fatto una promessa alla squadra e ai tifosi.

Quando scrivo che Sarri è l’ultimo baluardo è perché il “comandante” vuole esattamente quello che vorrebbero tutti i tifosi: una Lazio più forte e in grado di competere, ma anche una società che abbia realmente la volontà di crescere e non come unico obiettivo cercare di restare a galla.
Ma è un sogno, perché stando al comportamento e alle parole di Lotito e Fabiani, la Lazio è destinata a restare imprigionata in questo loop, a rivivere ancora per un tempo indefinito questo giorno della marmotta in cui tutto si ripete in modo fastidiosamente noioso, quasi irritante.
Sarri vorrebbe uscire dagli schemi e allora ogni tanto indossa i panni del tifoso e come ogni laziale prova a sognare.
“Il giocatore dei miei sogni? Mi piacerebbe un giocatore che ha quantità, qualità e che fa un po’ di gol. Penso che costi un’ottantina di milioni, però…”.
Più che un sogno, un’illusione. Perché con Claudio Lotito alla guida della Lazio il giocatore dei sogni non arriverà mai.
“La cosa che sconcerta alla Lazio è che ogni anno sembri l’anno zero”. Ecco questa è la sconcertante e amara realtà, la più preoccupante dal mio punto di vista, che ieri Sarri ha dato in pasto a tutti.
Altro che nuovo progetto biennale o triennale, con questa proprietà per la Lazio “ogni anno è e ogni anno sarà un nuovo anno zero”.
Questo è il nostro giorno della marmotta, questo è il loop in cui siamo imprigionati da anni, questo è l’incantesimo (malefico) che si può spezzare solo con un cambio di proprietà…
