Ma i laziali, chi li protegge e li rispetta?
Nelle ultime settimane c’è stata quasi una gara da parte di un certo tipo di comunicazione nel dipingere Claudio Lotito come una vittima, come qualcuno assediato e quasi martirizzato dai tifosi della Lazio che, ordendo mega-complotti, gli voglio scippare la societa.
Tutti in soccorso di Lotito, tutti a dipingere il padre-padrone della Lazio come un martire o un santo incompreso, tutti a scrivere di Lazio e a spiegare che cosa sta succedendo nel mondo Lazio senza essere laziali e in qualche caso senza aver mai né scritto né parlato prima di Lazio in vita loro.
Come ha fatto ad esempio Paolo Mieli, che senza conoscere nulla di quello che è successo in questi 22 anni, sbagliando date e ricostruzioni di una vicenda che non lo ha mai toccato come tifoso e della quale non si è mai occupato come giornalista, avendo a disposizione un microfono racconta una versione di questa vicenda che, come ben sa chi la vive sulla propria pelle da più di 4 lustri, non sta né in cielo né in terra, come una casa senza fondamenta, sospesa in aria.

Quelli che accorrono in soccorso di Lotito e che nella maggior parte dei casi non si sono mai occupati di Lazio e non sono laziali (anzi, la stragrande maggioranza sono romanisti), si affannano per convincere i laziali a tornare a casa, a riempire nuovamente l’Olimpico e nel farlo dicono: “Vabbé, ma la squadra è prima in classifica e vince, che cosa volete di più? Che cosa pretendere da questo presidente?”…
Il RISPETTO, chiediamo senza pretenderlo, perché pretendere che Claudio Lotito faccia qualcosa è inutile come i fiumi di parole in difesa di questo personaggio che hanno inondato nelle ultime due settimane il mondo Lazio.
I laziali, da sempre, ancora più delle vittorie, dei trofei alzati al cielo e della possibilità di sognare, pretendono RISPETTO. Quel RISPETTO che manca da sempre, perché chi gestisce dal 2004 la Lazio in questi 22 anni ci ha fatto sentire non a casa nostra, ma degli ospiti, per giunta spesso e volentieri indesiderati.

Lui che non ha vissuto nulla di quello che abbiamo vissuto noi come laziali, passando sotto le forche caudine di stagioni devastanti e quasi umilianti (ma senza mai perdere l’orgoglio del senso di appartenenza e dell’essere laziali), pretende di insegnarci che cosa significa essere tifosi e come ci dobbiamo comportare.
Perché lui da sempre pretende di avere non un popolo alle spalle ma dei sudditi silenti che dicono “sì, sire” ogni volta che apre bocca e che si inchinino o quasi si prostrino al suo passaggio.
Ecco, questo significa non aver capito nulla né del mondo Lazio né dei laziali e, soprattutto, di cosa significhi per ogni tifoso biancoceleste tifare per questa squadra e far parte di questa comunità che lui da 22 anni sta provando a disintegrare, a dividere in mille fazioni l’un contro l’altra armata, facendo suo il motto dei nostri avi romani: DIVIDE ET IMPERA.
Per anni ci è riuscito, non solo ha frantumato il mondo Lazio in mille fazioni, ma anche ogni fazione in tante piccole fazioni di gente che pur pensandola allo stesso modo discute e litiga sui social o ogni volta che in una cena si finisce a parlare di Lazio.
Amici di una vita che non si parlano più, vicini di stadio da lustri che si guardano quasi in cagnesco, gente che ancora prima di questa protesta rinunciava ad andare allo stadio per evitare di discutere ogni volta con altri laziali.

Ecco, tutto questo non lo racconta nessuno. Questa versione reale della vicenda non interessa nessuno, nemmeno quei comunicatori che da anni parlano di Lazio e si spacciano o si dipingono come laziali, ma il realtà sono tifosi solo di loro stessi.
Quindi, nel vedere l’affanno con cui le truppe cammellate hanno invaso il mondo Lazio per supportare e proteggere Lotito, io in queste settimane mi sono chiesto: MA CHI LI PROTEGGE E LI RISPETTA I LAZIALI?
I laziali li proteggono i laziali, perché come recita un vecchio slogan da sempre “ai laziali ci pensano i laziali”. Chi li protegge, invece, è una domanda che resta appesa, che non riceve risposta, perché l’unica risposta reale è: NON LI PROTEGGE NESSUNO!
Perché i pochi che hanno provato a difendere i laziali, sono finiti indagati, additati come banditi, truffatori da due soldi, complottisti e per giunta manovrati da pupari senza né nome né un volto.
Inutile fare i nomi, perché i nomi li conoscete benissimo, li avete letti e sentiti ovunque in queste ultime due settimane in cui in tanti, in troppi, hanno sbattuto il mostro in prima pagina senza nemmeno sapere di cosa parlavano e senza alcun rispetto né per le persone né della loro dignità e professionalità.
Tra l’altro, già condannati, perché se Claudio Lotito li ha denunciati e loro sono indagati e ricevono la visita dei Carabinieri a casa, automaticamente sono colpevoli. Magari colpevoli di aver fatto volare una aereo su Formello che trascinava uno striscione con su scritto LOTITO LIBERA LA LAZIO.
Un qualcosa che non viola nessuna legge, una libera espressione di critica e di pensiero garantita dall’articoli 21 della Costituzione della Repubblica Italiana ma che viene presentata come un reato e come la prova dell’appartenenza alla cospirazione che complotta contro Claudio Lotito.

Perché sta succedendo tutto questo? Per spaventare chiunque faccia parte del fronte dei contestatori, per seminare paura e dubbi, per provare ad annientare la contestazione.
Ma stanno ottenendo esattamente il contrario, perché i laziali più li attacchi più si compattano, più gli manchi di rispetto più si uniscono fino a diventare un monolite.
E quel monolite, nulla e nessuno lo può scalfire, figuriamoci disintegrare o abbattere. Non ci possono riuscire loro con le prediche, le inchieste e le accuse, ma nemmeno i risultati ottenuti dalla squadra, per il semplice motivo che questa protesta non è legata ai risultati, non è legata alle vittorie o alle sconfitte, al mancato arrivo di campioni o alla vendita di buoni giocatori sostituiti dal 2023 in poi sempre con calciatori più scarsi di chi partiva.
Non è quello che fa la differenza, perché come ricordo sempre io, chi ha visto Mauro Della Martira togliersi la giacca e passare dalla scrivania al campo da un giorno all’altro per marcare (senza aver fatto nemmeno un paio di allenamenti) Roberto Pruzzo in un derby contro la Roma campione d’Italia (e che si apprestava a giocare la finale di Coppa dei Campioni) non può aver paura di nulla e non dà vita ad una protesta perché giocano Decki e Provstgaard al posto di Romagnoli e Gila.
Per questo, tra le tante cose lette in queste settimane o dall’inizio della protesta, forse la cosa che ho apprezzato di più è la lettera che ha scritto Stefano Andreotti, figlio di Giulio, a Daniele Capezzone e che è stata pubblicata da IL TEMPO.
Perché in quelle righe non c’è solo un racconto reale di questa vicenda, ma ogni parola trasuda di passione e di Lazialità, ed esprime alla perfezione quel malessere e quel disagio che prova in questo momento ogni laziale e che è figlio proprio di quella mancanza di RISPETTO di cui parlavo prima e che sottolineo in ogni articolo, perché parte tutto da lì.

“Caro Direttore, qualche mese fa ti raccontavo di un derby che, per la prima volta in sessant’anni di abbonamento, ho scelto di non vedere. Io, mio figlio e il mio nipotino con la sua tessera da Aquilotto. Oggi mi chiedono in tanti se, con la Lazio che vince, ho cambiato idea. La risposta è no.
Sia chiaro: come risultato sportivo la Lazio sta dando qualcosa di inaspettato. Gattuso ha preso una squadra che sembrava destinata a un ridimensionamento e l’ha rimessa in piedi. Ne sono felice, come potrei non esserlo? Ma questo non incide sui motivi che sono alla base della protesta.
Per me non cambia nulla. Sono il primo ad augurarmi che la Lazio vada bene, ma questo non c’entra niente con la protesta di noi tifosi. Sono due piani diversi, e chi prova a sovrapporli non ha capito, o finge di non capire, cosa sta succedendo.
E chi pensa che sia una faccenda di pochi si sbaglia. Non è una cosa circoscritta al tifo organizzato, che pure ha un ruolo importante e lo ha svolto con serietà. Tutti i tifosi hanno aderito senza alcun tipo di costrizione.
Nessuno ha trascinato nessuno. Me ne accorgo tra gli amici, tra le persone che frequento, in famiglia: l’adesione è generale. Abbiamo deciso di fare questo perché siamo molto stanchi. Stanchi dei toni, stanchi dello scontro permanente, stanchi di sentirci trattati come un problema anziché come una risorsa.
Poi ci sono le inchieste di questi giorni, e il rumore che si portano dietro. Adesso anche chi non si è mai occupato di calcio ha iniziato a farlo. Leggo firme che fino a ieri non avevano mai scritto una riga sulla Lazio e oggi pretendono di spiegarla, senza conoscerne la storia né le dinamiche interne.
Non entro nel merito della giustizia, non è il mio campo e rispetto il lavoro di chi indaga. Ma lo dico con franchezza: credo che sia una cosa molto strana. Non riesco a capacitarmi di dove possa esserci qualcosa di penalmente rilevante. Dietro tutto questo non credo ci sia niente, eccezione fatta per il malcontento. Un malcontento vero, profondo, diffuso. Quello che vedo io ogni giorno, da laziale tra i laziali.
Ho 74 anni. Le prime partite le ricordo intorno al ’57-’58. Da allora in casa ne avrò saltata una ogni dieci anni. Ho visto la Lazio in Serie B, l’ho vista vincere lo scudetto, l’ho vista rinascere più volte. Mio figlio l’ho cresciuto così, e così speravo di crescere mio nipote. Non ho mai pensato che un giorno avrei scelto di starne lontano. E invece è successo. Se uno come me arriva a questo, non è per capriccio. È perché qualcosa si è rotto davvero.
Il Paradosso di oggi è proprio qui. La squadra ci sta regalando la stagione che nessuno si aspettava, e la frattura con la società resta intatta. Anzi, è la prova più chiara che il problema non è mai stato il campo.
Non chiedevamo di diventare il Paris Saint-Germain. Chiedevamo una visione, una posizione dignitosa, un ritorno stabile in Europa. E soprattutto chiedevamo rispetto.
Il campo, per una volta, sta facendo la sua parte. Tutto il resto no. Non basta vincere la domenica per ricucire un rapporto.
Al presidente direi quello che dicevo allora: si renda conto che la frattura ha raggiunto dimensioni difficilmente sanabili. Il calcio è cambiato, le conduzioni familiari sono ormai un’eccezione e servono capitali che una sola persona difficilmente può sostenere. Ma prima ancora dei capitali, serve la forma. E la forma, in questi mesi, è mancata troppo spesso.
Io aspetto. Con pazienza, come ho sempre fatto. Aspetto il giorno in cui potrò riportare mio nipote all’Olimpico, con la sua tessera da Aquilotto e senza sentirmi in contraddizione con me stesso. E sarà il giorno più bello di questa lunga storia”.

Come si può non condividere ogni pensiero e ogni parola di questa lettera? Come si fa a non capire quale sia la fonte, l’origine di questo malessere che dopo 22 anni di sopportazione ha portato 30.000 e passa laziali a dire: BASTA!
Come si può spacciare per complotto un qualcosa che è così chiaro? Come si può pensare che gli articoli di Stefano Greco o le lettere scritte su IL TEMPO da Luigi Bisignani possano aver condizionato una persona di grande intelligenza e cultura come Stefano Andreotti al punto da indurlo a riporre e chiudere in un cassetto non solo la tessera dello stadio ma anche il suo amore per la Lazio?
Non sono così presuntuoso da poter pensare che lo possano comprendere i Carabinieri, la Digos o i magistrati, ma mi chiedo come possa non comprendere tutto questo chi da anni fa il giornalista e si occupa quotidianamente di Lazio.
O come fanno a far finta di nulla, a supportare la tesi del complotto e addirittura a invocare arresti o partecipare al linciaggio di altri laziali, dipingendoli come traditori, gufi e romanisti?
Io, sinceramente, non riesco a capirlo. O forse mi rifiuto di capire per paura della risposta, ovvero che dietro a tutto questo non ci sia in realtà il bene della Lazio, ma solo la protezione del padre-padrone della Lazio e la conservazione di uno status quo che, evidentemente, fa comodo a qualcuno. Oppure a tanti.
E quel qualcuno o quei tanti, tutto sono meno che laziali e non solo (credo) ai miei occhi. Non perché io sia una sorta di depositario della verità, non perché le parole scritte da Stefano Andreotti siano Vangelo e i comunicati dei tifosi organizzati le tavole dei dieci comandamenti laziali, ma solo ed esclusivamente perché le cose sono chiare e la verità è molto più semplice di come tenta di dipingerla chi disegna complotti.
In tanti stanno proteggendo Lotito e nessuno sta proteggendo i laziali! Sia da Lotito che da questa ennesima tempesta.
Tutti chiedono rispetto per il senatore Claudio Lotito, ma nessuno rispetta i tifosi laziali.
Se a voi questo sembra giusto o normale, allora io alzo le mani e mi arrendo. Anzi, sono addirittura disposto a smettere di scrivere di Lazio e a mettere in atto quella damnatio memoriae di cui ho parlato in un articolo che ho scritto su Millenovecento il 28 luglio scorso, cancellando completamente il nome, il volto e il ricordo di Claudio Lotito dai miei articoli e dalla storia della Lazio, come facevano i nostri avi romani.
Ma non è normale e non è nemmeno giusto, perché i laziali meritano RISPETTO e nessuno sta rispettando né loro né la loro protesta, legittima e pacifica.
