Bello il Flaminio, bello Frattesi, mo te ne poi annà!
“Aronne mio, tu lavori proprio bene… bella ‘a boiserie, bello l’armadio, belle ‘e cassapanche… bello, bello, bello tutto… bravo… grazie, adesso te ne pòi pure annà”.
La prima cosa che mi è venuta in mente dopo il sì condizionato della soprintendenza sul Flaminio (molto condizionato, una sorta di no mascherato se non si stravolge il progetto adeguandolo alle tante richieste di correzione) e lo strombazzato possibile approdo a Formello di Frattesi, è stato il dialogo tra il marchese del Grillo e Aronne Piperno.

Ecco, da tifoso laziale, questo è quello che direi oggi a Claudio Lotito: “Bravo, hai fatto un bel lavoro… Bello il Flaminio, bello il progetto della Academy (con o senza chiesa…), bello l’acquisto di Formello. Bello tutto, bravo, grazie, adesso te ne pòi pure annà”.
Perché quello che non hanno capito le fanfare lotitiane che dopo mesi di imbarazzato silenzio ieri al primo squarcio di sole hanno ripreso fiato e vigore, è che qualunque cosa possa fare d’ora in poi Claudio Lotito, la stragrande maggioranza dei tifosi della Lazio (se non la totalità), non torneranno indietro nemmeno di un millimetro dalle loro posizioni, figuriamoci tornare allo stadio.
Perché dopo 22 anni, lo ripeto per l’ennesima volta, il filo che da sempre lega la gente a questa società è rotto, tranciato di netto. E non può essere riannodato in nessun modo, qualunque cosa succeda: che sia una campagna acquisti importante, lo stadio dei sogni o un trofeo alzato al cielo non cambia nulla, perché il laziale non ha messo metaforicamente alla porta Claudio Lotito solo per i risultati o i mancati acquisti.

Questo può succedere con qualche altra tifoseria, non con quella laziale. Perché da sempre i laziali guardano altro, tanto altro. Altrimenti a febbraio del 2014 non sarebbe mai andata in scena quella contestazione a Lazio-Sassuolo: totale, devastante, appena 9 mesi dopo quella Coppa Italia alzata al cielo davanti ai rivali di sempre, conquistata nell’unico derby della storia giocato con un trofeo in palio.
Se bastasse l’idea del nuovo stadio e un paio di acquisti un po’ “paraculi” a spegnere l’incendio, allora sì che non riconoscerei più i laziali e mi rassegnerei all’idea di aver perso definitivamente il “mio popolo”, “la mia gente”.

Mio popolo e mia gente, sia ben chiaro, non intesi come un qualcosa che mi appartiene, perché io non sono Lotito e non mi considero “padrone della Lazio”.
Parlo di mio popolo e mia gente perché da quando ho varcato per la prima volta i cancelli dell’Olimpico in quella fredda ma soleggiata domenica di febbraio del 1967 per assistere a Lazio-Lecco (in un disgraziato campionato di Serie A da lazietta…) io mi sono sentito parte di un popolo.

Minoranza in città, ma fiero di far parte di quella che Lotito chiamerebbe “sparuta minoranza”.
Che poi non è tanto sparuta, ma che si è sempre considerata più che una minoranza una sorta di élite o, come ripetiamo spesso ci ripetiamo noi laziali “scozzese in terra inglese”.
Per noi laziali, la forma conta come e più della sostanza, per questo l’arroganza, la mancanza di rispetto e le prese per i fondelli di questi 22 anni per noi pesano molto, infinitamente di più di quei sei trofei conquistati nell’era-Lotito.
Che non sono porta ombrelli e hanno un valore, ma infinitamente inferiore a quel rispetto verso la gente laziale e a quel senso di appartenenza che Lotito non ha mai mostrato e che per noi laziali vale più di qualsiasi altra cosa.
Basta pensare a come è stato contestato Sergio Cragnotti quando (raccontando una verità scomoda ma che ora è palese a tutti…) si è permesso di averci chiamati “clienti”.
In molti non glielo hanno mai perdonato, anche se a uno che ha portato la Lazio a vincere tutto o quasi tutto sia in Italia che in Europa altri, soprattutto sulla sponda opposta del Tevere, avrebbe perdonato tutto.

Altri lo avrebbero fatto, ma noi no. Perché saremo anche snob, tifosi con la puzza sotto al naso, incontentabili o eternamente scontenti e polemici, ma noi laziali su certe cose non ci passiamo sopra.
E anche se abbiamo perdonato addirittura chi chi ha tradito sul campo, quello che ha fatto Lotito in questi 22 anni non lo perdoneremo mai.
E mai poi mani accetteremo l’idea di avere ancora Claudio Lotito alla guida di questa società.
Questo deve essere ben chiaro a tutti, perché questa (che piaccia o no) è la strada che ha imboccato la stragrande maggioranza del popolo laziale che dopo 22 anni ha superato il livello di sopportazione e ha detto basta.
E quando il laziale dice BASTA, è BASTA sul serio. Definitivamente BASTA!
Chi pensa che dopo l’acquisto di Frattesi in molti si convertiranno e si metteranno in fila per fare all’ultimo momento l’abbonamento, non ha ancora capito che cosa sta succedendo nel mondo Lazio, quindi o si rifiutano (come Lotito) di guardare in faccia (e accettare) la realtà oppure sono ciechi, ottusi oppure stupidi. Fate voi.

I laziali torneranno allo stadio e lo riempiranno come mai nella storia solo ed esclusivamente quando Claudio Lotito venderà la Lazio e dopo aver festeggiato quell’uscita di scena più della conquista di una Champions League, abbatteranno quel record di 41.539 abbonati stabilito nell’estate del 2003.
E per far capire chi sono i laziali, quel record non è stato stabilito dopo la conquista di uno scudetto o di una coppa europea, ma al termine di una stagione in cui la Lazio non ha vinto nulla, di un’estate senza acquisti perché i conti non lo permettevano e dopo aver versato da piccoli azionisti qualcosa come 120 milioni di euro nelle casse della società partecipando all’aumento di capitale.
Ecco, questo sono i laziali, questo è quello che succederà quando finalmente Claudio Lotito venderà la Lazio, chiudendo questo capitolo di storia che la stragrande maggioranza dei tifosi laziali hanno già archiviato.
Quindi, “caro” Claudio, come ha detto il marchese del grillo ad Aronne Pipero: “Bravo, hai fatto un bel lavoro… Bello il Flaminio, bello il progetto della Academy (con o senza chiesa…), bello l’acquisto di Formello. Bello tutto, bravo, grazie, adesso te ne pòi pure annà”.
