Lotito e quel sogno di Brando Leòn chiuso in un cassetto
Egregio Presidente Lotito,
Mi chiamo Brando Leòn ed ho 16 anni. Non faccio parte del tifo organizzato né tantomeno sono un personaggio famoso che si vuole esporre. Sono semplicemente un ragazzo che ha bisogno di sognare.
A volte, nel corso di questo periodo, mi sono fermato a riflettere sul perché di alcune sue azioni o dichiarazioni.
Lei dice che non vende sogni ma solide realtà. Ma cos’ è il calcio senza sogni? Il tifoso di una squadra senza ambizioni è come un bambino costretto a giocare da solo con il pallone in una piazza.
Mi capita spesso di sentire i discorsi dei miei coetanei romanisti che parlano di sogno scudetto o di comprare giocatori stellari come Greenwood e Summerville, allora il mio morale cala perché mi chiedo: “Perché io non posso fare discorsi del genere?”, “Perché io invece devo rimanere senza sogni?”, “Perché devo vedere lo stesso film ogni anno?”.

Io ho vissuto la mia infanzia con i dribbling di Milinkovic, gli assist di Luis Alberto, i gol di Immobile e sognavo di vedere una Lazio stellare che batteva le squadre più forti d’Italia e d’Europa.
Ovviamente ero piccolo e tendevo ad ingigantire tutto, ma adesso quel sogno nel cassetto di una Lazio competitiva non c’è più.
Ora per la prima volta da quando sono laziale non rinnoverò l’abbonamento per mia volontà. A me questo fa molto male perché per me andare allo stadio ed intonare i cori a squarciagola per sostenere la Lazio è come stare nella mia casa dipinta di bianco e celeste.
Adesso, però, sento come se questa casa fosse grigia e triste nella quale entrandoci si percepisce solo solitudine.
I laziali vogliono tornare a vivere momenti come il gol di Provedel contro l’Atletico Madrid o come quel San Valentino del 2024, nel quale contro il Bayern Monaco abbiamo tutti toccato il cielo con un dito, ma senza ambizione lo si può fare solo tramite una foto ricordo.
E allora chiudo a chiave quel mio cassetto che contiene il mio sogno e quello di migliaia di laziali. La chiave è nelle sue mani, solo lei ha la possibilità di dare la prima mandata.
Brando Leòn

Ieri sera ho ricevuto per mail questa lettera dalla mamma di questo ragazzo di 16 anni e pur sapendo quanto sia inutile sperare che queste parole possano fare breccia nel cuore di Lotito o far comprendere al padrone della Lazio quali e quanti danni stia facendo con il suo comportamento, ho deciso di pubblicarla.
Perché in quelle parole, se uno le legge con attenzione, c’è la certezza che la Lazio uscirà viva anche da questa lunghissima notte, come è sopravvissuta negli anni Ottanta a quel terribile decennio, forse il peggiore della storia biancoceleste.
La Lazio non morirà proprio perché ci sono ragazzi come Brando Leòn, che anche nella più buia delle notti riescono a tenere accesa la fiammella del sogno e della speranza di un cambiamento.
Lui, nella sua meravigliosa ingenuità fanciullesca spera che a cambiare sia Lotito e arriva addirittura a mettergli in mano la chiave del cassetto in cui ha chiuso i suoi sogni e le sue speranze… noi che fanciulli e ingenui non lo siamo più da tempo, sappiamo benissimo che l’unica speranza di cambiamento è che la Divina Provvidenza o lo “stellone” portino via (in senso metaforico) Claudio Lotito il più possibile lontano da Roma e dalla Lazio.
Perché Claudio Lotito, oramai lo abbiamo capito da tempo, è un uomo senza cuore e senza sentimenti.

Non lo so se Claudio Lotito è così anche nel quotidiano e con la famiglia, ma lo è sicuramente quando indossa i panni di presidente delle squadre di calcio di sua proprietà.
Lui che da sempre dà agli altri dei “magnager”, parlando di troppa gente che mangia grazie al calcio, oramai dal 2004 vive e guadagna solo ed esclusivamente grazie al calcio e sempre grazie al calcio è entrato in Parlamento.
Da un uomo che parla solo di soldi, di bilanci, di solide realtà, di scudetto come danno economico (perché porta le stesse entrate di una qualificazione alla Champions League ma con costi in termini di premi da pagare ai giocatori infinitamente superiori), non puoi aspettarti né cuore né passione, perché calcisticamente parlando è privo di sentimento.
Provare a parlare a Lotito di sogni, di speranze, di brividi legati al ricordo di un gol o di una vittoria, è un po’ come provare a dialogare con un mulo con la speranza che non solo capisca, ma che ti risponda.

Utopia allo stato puro, insomma. Ma per chi ama il calcio, l’utopia è insieme al sogno e l’emozione una sorta di compagnia di viaggio, perché solo un tifoso può sognare all’inizio della stagione che la sua squadra quell’anno possa vincere qualcosa, pur sapendo che in quel sogno di razionale e di realizzabile c’è poco o addirittura nulla.
Ma il calcio è bello anche per questo, perché in un mondo di tristissime realtà quotidiane è una porta per entrare in un’altra dimensione, in un posto fantastico dove tutto è possibile e tutto è realizzabile, se solo si ha la voglia e la forza di sognarlo intensamente.
È così per noi adulti, lo è ancora di più per i bambini o per i ragazzi che si affacciano al mondo degli adulti ma che dentro sono ancora fanciulli.
E questa è la grande colpa di Claudio Lotito, quel peccato mortale che nessuno di noi riuscirà mai a perdonargli: aver ucciso i sogni legati alla Lazio, aver rubato i sogni ai bambini.
E rubare un sogno è la cosa più grave, ancora più dello svuotare le casse della Lazio per riempire i conti delle aziende di famiglia o per rimpinguare il proprio conto in banca.
Perché i soldi vanno e vengono nella vita e senza soldi o con pochi soldi si può vivere, anche se a fatica. Ma senza sogni, no.

L’assenza dei sogni toglie ogni sapore alla vita, toglie il sorriso, toglie la speranza in un domani diverso dal tran tran quotidiano in cui tutto è maledettamente uguale al giorno precedente con la consapevolezza che sarà uguale anche al giorno che deve ancora arrivare.
Questo non ha mai capito e non capirà mai Claudio Lotito E non lo ha mai capito per un motivo molto semplice: non è cresciuto con la passione per il calcio.
Al di là della balla (una delle tante) del fidanzato della tata che lo ha fatto diventare laziale da bambino, Claudio Lotito si è avvicinato al calcio da adulto e solo perché entrare in quel mondo era un modo per fare conoscenze importanti e affari.
Perché se tu chiedi a qualsiasi tifoso, ma anche a qualunque presidente-tifoso qual è stata la prima partita che ha visto della sua squadra del cuore, lui ti risponde senza pensarci un attimo e ti sa dire l’anno, la data precisa, la partita, il risultato, in qualche caso anche i marcatori, quanta gente c’era e se pioveva oppure se c’era il sole.
Claudio Lotito, le poche volte in cui gli è stata posta quella domanda, ha risposto “non ricordo”, oppure l’ha buttata in caciara come fa sempre quando qualcuno gli rivolge una domanda scomoda.
E lo fa perché lui non ce l’ha quella prima volta custodita nel cassetto dei ricordi preziosi, perché non ha neanche quel cassetto di cui parla Brando Leòn in quella sua lettera tenera e commovente anche per la sua ingenuità, perché indirizzata ad una persona che non ha orecchie per sentire e non ha nemmeno cuore in cui fare breccia.
Quindi, Claudio Lotito non può ricevere la tua chiave caro Brando, anche perché la butterebbe immediatamente nel secchio e pure con l’aria un po’ seccata, pensando “ecco l’ennesimo rompicojoni che non ha capito che nel calcio la cosa più importante è tenere i conti in ordine”.
Ecco, come puoi parlare di calcio e di passione con uno così? Impossibile.

Ma se ci pensate, la magia del calcio è proprio questa, quella che porta un ragazzo di 16 anni a scrivere con il cuore e con un disperato bisogno di sfogarsi una lettera pur sapendo che è tutto inutile, perché il destinatario non ha occhi per leggere, orecchie per ascoltare e, soprattutto, un cuore in cui custodire quelle parole per trasformarle in uno stimolo per fare qualcosa di meglio e di diverso.
Ma viva Dio che, nonostante 22 anni di solide realtà lotitiane, esistano ancora ragazzi come Brando Leòn, come mio figlio, come i figli dei miei amici e i figli di tutti i laziali che, sia pure a fatica, sono riusciti a passare questo testimone alle nuove generazioni che assicureranno, loro sì, l’eternità alla nostra Lazio.
Per questo dico e scrivo sempre che la Lazio non morirà mai. Perché non è solo una squadra di calcio, ma è anima e sentimento, ovvero quel qualcosa che nemmeno il ladro più cinico e scaltro del mondo potrà mai rubare.
Nemmeno Claudio Lotito che, al contrario di Ebenezer Scrooge, non ha sul calendario della sua esistenza una notte di Natale in cui fare i conti con il passato e in grado di scongelare il suo cuore e cambiare il suo modo di essere. Oltre che il suo (e nostro) futuro.
Per questo combattiamo… non per convincere Lotito a cambiare atteggiamento o per cambiare un proprietario e affidare la Lazio ad un altro imprenditore, ma per spazzare via dal mondo Lazio un uomo senza cuore e senza passione: né per il calcio né per la Lazio.
E quel giorno, il giorno della liberazione, arriverà. Molto prima di quanto si possa immaginare oggi, in questa estate all’apparenza senza sogni e senza futuro!
