La Corte di Appello legittima il “diritto a contestare”!
Il castello di bugie è definitivamente crollato, raso al suolo dalle motivazioni (di cui sono venuto in possesso) con cui la Corte di Appello di Roma ha motivato la sentenza di maggio di assoluzione piena di Yuri Alviti, Fabrizio Toffolo e Paolo Arcivieri (insieme a tutti gli altri imputati) perché IL FATTO NON SUSSISTE.
In 42 pagine di motivazioni, la Corte di Appello di Roma non solo ha demolito pezzo per pezzo quel castello accusatorio che aveva portato all’arresto dei 4 capi degli Irriducibili e ha spazzato via, per sempre, quella realtà virtuale che ci è stata propinata per quasi 20 anni, ristabilendo la verità, quella vera.

Ma la Corte d’Appello di Roma, è andata anche oltre, perché ha stabilito che i tifosi hanno il sacrosanto diritto (sancito dalla legge e dall’articolo 21 della Costituzione) di contestare una proprietà e il presidente di una squadra di calcio.
E che queste critiche, attacchi e pressioni non prefigurino in alcun modo una “tentata estorsione” o una minaccia nei confronti di chi le riceve (nel nostro caso Claudio Lotito), perché come scrive nelle motivazioni la Corte di Appello di Roma sostiene che:
“Il Lotito, in altri termini, si trovò nella condizione di subire attacchi e pressioni che appaiono alla Corte connaturali al ruolo da lui ricoperto. Insomma, non può stupire, nel contesto peculiare di una società di calcio professionistica seguita da migliaia di supporters, che una parte della tifoseria organizzata possa attuare forme di protesta finalizzate a indurre un Presidente di società a lasciare l’incarico e a cedere la propria partecipazione azionaria”.

Insomma, chiedere a Claudio Lotito di vendere la Lazio è legittimo e non è, come sostiene il padrone della Lazio da anni e come sta raccontando ancora ai PM della Procura di Roma un “complotto” e, tanto meno, “un tentativo di estorsione”.
E che è nel pieno diritto dei tifosi “esporre striscioni di protesta e rivolgere critiche, anche pesanti, a chi ricopre cariche dirigenziali”.
In poche pagine, insomma, la Corte di Appello non solo ha riscritto la storia degli ultimi 20 anni di rapporti burrascosi tra la tifoseria della Lazio e Claudio Lotito, ma ha legittimato di fatto anche tutto quello che sta succedendo da un anno a questa parte: gli striscioni, la contestazione, le manifestazioni di protesta, lo svuotamento dello Stadio Olimpico e il sacrosanto diritto dei tifosi di non versare soldi nelle casse della Lazio finché a guidare questa società sarà Claudio Lotito.

Tutto legittimo, tutto sacrosanto. Niente tentativo di estorsione, niente complotto, niente regie occulte ma solo un dissenso generale e una richiesta di cambiamento e di LIBERTÀ fatta a chi è arrivato al punto, con l’aiuto della Digos, a impedire anche che fosse esposta allo stadio la parola LIBERTÀ!
In quelle 42 pagine di motivazione, la Corte di Cassazione ha messo a nudo tutte le falle che hanno portato al crollo del castello accusatorio, ma anche le bugie che sono state raccontate migliaia e migliaia di volte in modo da convincere la gente che fossero verità assolute, mentre erano solo una ricostruzione artefatta della realtà, a partire dalle lettere e dalle telefonate minatorie.
Per anni vi hanno fatto credere che fosse tutta opera dei tifosi, ma nel processo è emersa la verità, tutta la verità.

E la verità è che queste prove erano false, costruite ad arte dentro casa Lotito e per giunta da Cristina Mezzaroma, la moglie di Claudio Lotito.
Come potete vedere nella foto sottostante, in un passaggio della ricostruzione della vicenda fatta dalla Corte di Appello, appare in modo chiaro ed inequivocabile che le due lettere minatorie trovate da Lotito a settembre del 2005 e portate dal presidente della Lazio alla Procura della Repubblica per denunciare minacce rivolte alla moglie, in realtà erano un falso.

“Orbene, in corso di giudizio è emerso che, in coincidenza con l’audizione in Procura del Lotito, la signora Mezzaroma e la domestica Bianca Piacentini ebbero un colloquio telefonico (finito nelle intercettazioni, ndr), nel corso del quale la prima (Cristina Mezzaroma, ndr) disse alla seconda ‘abbiamo fatto un danno del cazzo’.
Le difese degli imputati ipotizzano che le lettere in questione furono depositate dalla stessa Mezzaroma, in combutta con la Piacentini, nel tentativo di indurre nel coniuge una preoccupazione tale da convincerlo a lasciare la presidenza della Lazio, evidentemente non reggendo, la signora, lo stress e la tensione dovute alle contestazioni all’epoca in atto”.

Insomma, tutto falso e prove costruite in casa, come pure da casa Lotito arrivavano alcune telefonate mute e altre altrettanto presunte telefonate minatorie, come scritto nero su bianco sulle motivazioni che hanno spinto la Corte di Appello a credere alla tesi sostenuta dalla difesa e, di conseguenza, ad assolvere tutti gli imputati.
“Una tale ipotesi sarebbe avvalorata dal fatto che a novembre del 2005 il Lotito aveva presentato un’ulteriore denuncia nella quale aveva lamentato di aver ricevuto una serie di telefonate anonime, alcune minatorie, altre mute e altre ancora offensive, e che alcune di queste telefonate, stando al teste Giannini, responsabile della Digos, erano partite da utenze di casa Lotito”.

Insomma, anche la Digos sapeva, ma per anni ha retto il gioco a Lotito e ha fornito all’opinione pubblica una versione distorta della realtà, spazzata via solo a distanza di 20 anni dalla sentenza della Corte di Cassazione che, finalmente, ha ristabilito la realtà delle cose, partendo da una considerazione logica.
“Ora, ritiene la Corte che circostanze appena esposte (in assenza di ogni plausibile spiegazione su come possa essere stato possibile che ignoti avessero potuto introdursi nella proprietà del Lotito per depositare le missive) legittimino l’insorgenza di seri dubbi in ordine all’attribuibilità delle suddescritte condotte al gruppo degli Irriducibili, non essendo, peraltro, emersi elementi che indichino che gli stessi, in altre occasioni, avessero rivolto le loro attenzioni alla moglie di Lotito”.
Bugie, prove d’accusa confezionate in casa dell’accusatore, telefonate che partivano dall’utenza di Lotito e altre accuse di telefonate minatorie mai provate, come quelle che avrebbe ricevuto il dottor Scibetta, il commercialista di Lotito.
“Anche in ordine alle minacce telefoniche ricevute dal dottor Scibetta, soggetto molto vicino a Lotito e Vice Presidente del Consiglio di Sorveglianza della SS Lazio, è legittimo avanzare il beneficio del dubbio a chi ne fu il reale autore, anche alla luce del fatto che, assai stranamente, alcun accertamento fu svolto ai fini dell’individuazione degli autori delle minacce stesse, nonostante sarebbe stato sufficiente acquisire i tabulati telefonici”.

Insomma, dalla ricostruzione fatta dai giudici della Corte di Appello emerge un quadro abbastanza inquietante, costituito da errori e indagini indirizzate a senso unico anche in assenza di prove o, cosa ancora più grave, in presenza di prove che parte delle prove erano legate a telefonate e lettere minatorie palesemente costruite in casa. Dentro casa Lotito.
E nonostante tutto questo, persone sono finite in carcere e si sono viste rovinare la vita. E hanno dovuto aspettare 20 anni per avere giustizia, per vedere emergere la verità, quella vera.
Ma la cosa ancora più grave è che qualcuno ora stia provando a riproporre questa trama, cambiando magari i nomi dei personaggi ma seguendo lo stesso identico schema di 20 anni fa, quello in cui Claudio Lotito è la vittima e che chiunque osi contestarlo o attaccarlo è un delinquente, un estorsore o un complice di una presunta associazione a delinquere.
E non lo è un giornalista che cerca di raccontare da 20 anni quelle verità che stanno emergendo in modo lampante solo ora, come non lo sono tifosi stanchi di vedere Lotito alla guida della Lazio e personaggi laziali importanti che vengono additati come capi di un nuovo complotto o semplici pedine manovrate da qualcuno che agisce dietro le quinte e che utilizza la Lazio per strappare la Lazio a Lotito.
E anche su questo presunto tentativo di estorsione, la Corte di Appello si è espressa, codice alla mano, in modo netto e deciso.
“Ritiene il Collegio che, per potersi configurare una tentata estorsione non sia sufficiente l’esercizio di una generica pressione alla persuasione o alla formulazione di richieste ingiustificate, ma occorra, come già detto, che il soggetto passivo venga a trovarsi in una condizione di obiettiva coartazione a seguito di minacce e di un clima talmente ostile da rendere evidente l’esistenza di un concreto pericolo per i propri interessi o per la propria incolumità (o per quella dei familiari)…

Insomma (concludono i giudici della Corte di Appello, ndr) si trattò di accese proteste e manifestazioni di dissenso che, tuttavia, non integrano gli estremi del tentativo di estorsione…
Dunque, il FATTO NON SUSSISTE…
Alla luce delle considerazioni svolte, deve, dunque, pervenirsi, secondo il Collegio, a una sentenza di assoluzione degli odierni appellanti (con la sola esclusione del Piscitelli, ormai deceduto) dal reato di cui a capo A, per insussistenza del fatto”.

Ecco, questa è la verità che è finalmente emersa, questa è la realtà dei fatti. E fa impressione, lo ripeto, che a distanza di 20 anni e nonostante quello che è emerso in questo processo e la ricostruzione fatta dai giudici che hanno smontato pezzo per pezzo quel castello accusatorio, che Claudio Lotito a distanza di 20 anni provi a riproporre lo stessa schema, contando sugli stessi appoggi di chi 20 anni fa lo ha aiutato a mandare in carcere persone che avevano la colpa di contestarlo e di chiedere che vendesse la Lazio.
Mi auguro che questa sentenza apra, definitivamente, gli occhi a tutti. Non solo a quei tifosi della Lazio che per difendere questa società per 20 anni hanno parlato di un complotto e di un’associazione a delinquere che non sono mai esistiti, ma di chi ancora oggi scambia una dura ma legittima protesta per un tentativo di estorsione.
Perché la realtà dei fatti è che nessuno può obbligare Claudio Lotito a vendere contro la sua volontà la Lazio. Altrimenti, questo capitolo nero della storia della Lazio sarebbe chiuso e archiviatro non da anni, ma da lustri.
