Quel maledetto orgoglio di Claudio l’incompreso
“C’è un clima che non rende merito a ciò che è stato fatto nella mia attività nella società che rappresenta. Sono in difficoltà per la mia doppia figura anche da senatore, quando uno viene male interpretato si arriva a dei concetti sbagliati”.
Quando leggo queste frasi, nel 2026, mi chiedo se il matto sono io oppure se è chi parla che è completamente scollegato dalla realtà, incapace di vedere, sentire e comprendere bene che cosa sta succedendo nel mondo Lazio.

Visto che Claudio Lotito può essere tante cose, ma non può essere considerato una persona poco intelligente, allora credo che il vero grande problema del presidente della Lazio sia l’orgoglio.
Quel maledetto orgoglio che lo acceca e lo porta ad ascoltare solo il proprio ego, quell’altro IO chiuso dentro che odiando chiunque non si pieghi alle sue volontà o che non gli riconosca in continuazione quanto è bravo lo porta a considerare tutti gli altri dei nemici: da combattere, da sconfiggere, possibilmente da sottomettere o addirittura da umiliare.
Perché dopo 22 anni, non puoi andare in giro a raccontare che sei “male interpretato”, che gli altri non capiscono o addirittura che lavorano in modo sporco manovrati da dietro le quinte da misteriosi pupari per strapparti in qualche modo il “tuo tesoro”. Cioè la Lazio.

Perché questo è la Lazio, il suo tesoro. Come il personaggio de “Il signore degli anelli”, Claudio Lotito ha una doppia personalità: il buon Sméagol e il suo lato oscuro, Gollum, ossessionato dal suo tesoro e soprattutto dal potere dell’anello.
Ed è il secondo che prevale, quasi sempre. Perché soprattutto quando parla dei tifosi della Lazio esce ogni volta tutto l’odio e il rancore che prova Lotito verso chi lo contesta, verso chi oramai da tutte le parti lo invita a mettere da parte Gollum e dar retta al più mite e ragionevole Sméagol.
Se sei contestato dal 2005, se da 21 anni paventi oscuri complotti ma non sei mai riuscito a dare un volto preciso a questi pupari che secondo te agirebbero dietro le quinte, forse quel complotto in realtà non esiste ed è solo frutto della tua immagine.
Forse scambi la voglia di cambiamento della gente per complotto, forse scambi la stanchezza del laziale stremato da 22 anni di solide realtà come una guerra senza senso contro la tua persona.
O forse, sei solo troppo accecato dal tuo ego e dal tuo orgoglio per vedere quello che chiunque, anche chi non è laziale, vede in modo chiaro.
E non puoi liquidare la questione dicendo, come ha fatto di recente Lotito parlando dello stadio vuoto e della contestazione: “Io faccio pure l’ammortizzatore sociale, ‘sti stronzi sennò con chi si sfogano? Faccio pure il pungiball”.

Gli “stronzi” saremmo noi che contestiamo, noi complottisti, noi incapaci di comprendere la grandezza del personaggio e il bene che ha fatto alla Laizo in questi 4 e passa lustri.
Ma se dopo 22 anni giochi ancora a recitare il ruolo dell’incompreso o della vittima del pregiudizio di “pochi” (la famosa sparuta minoranza diventata assoluta o totale maggioranza) le cose sono due:
1) Non sei in grado di ricoprire il ruolo che ricopri, perché il presidente di una grande società di calcio, così come il proprietario o il CEO di una grande azienda internazionale, la prima cosa che deve saper fare è COMUNICARE, parlare al mercato, agli azionisti della sua società e, soprattutto, ai clienti. E non può, dopo 22 anni, dire “non mi capiscono” e “sono male interpretato”. E, tanto meno, può sventolare per 22 anni la bandiera del complotto.
2) Sei cieco e pure sordo, in grado di ascoltare solo il tuo ego. Comunque sei distaccato dalla realtà che ti circonda: perché non vuoi vedere e ascoltare, perché non essendo mai stato un tifoso sei sordo alla voce del cuore. Perché un cuore che palpita, da tifoso, non ce l’hai mai avuto.

In entrambi i casi, comunque, non puoi guidare una società di calcio, perché senza capacità comunicative, senza capacità di ascoltare i “clienti”, senza comprendere cosa vuole il “mercato” e come devi intervenire, senza avere un minimo di empatia (ovvero senza la capacità di comprendere il mondo emotivo altrui, mettendosi nei panni del tifoso e/o del cliente), non si può guidare un’azienda che potrebbe fatturare 3/400 milioni di euro all’anno e che quest’anno ha chiuso il bilancio con un fatturato che difficilmente avrà superato i 120 milioni di euro.
E visto che solo due anni fa il fatturato superava i 200 milioni di euro, qualsiasi CEO di qualsiasi azienda con numeri del genere verrebbe messo alla porta dall’oggi al domani, senza spiegazioni, senza preavviso e senza bonus di uscita ma, anzi, forse con una denuncia per aver affossato con le tue azioni l’azienda.

Questa è la realtà, scritta nero su bianco nei numeri del bilancio. Questa è la realtà, sancita dall’ennesima sessione di mercato senza libertà d’azione in cui la Lazio sta vendendo anche le porte di Formello per immettere un po’ di soldi nelle casse vuote della società.
E questa volta, non c’è nemmeno un nemico a cui addossare la colpa di questo ennesimo ridimensionamento della Lazio.
Perché lo scorso anno il nemico erano Gravina e la Federcalcio (anche loro parte del mega-complotto???) oppure il problema era quell’errorino del ragioniere distratto ereditato dalla gestione-Cragnotti (tanto perché non si dicesse che aveva sbagliato lui nello scegliere il ragioniere…), ma quest’anno di chi è la colpa?
La realtà è che, come ripeto da tempo immemorabile, Claudio Lotito sta portando la Lazio verso la morte, con una lenta ma inesorabile eutanasia.
Una morte economica sancita dai bilanci; una morte sportiva sancita da due settimi e un nono posto nelle ultime tre stagioni; una morte emotiva sancita da uno stadio deserto e un intero popolo che scende in piazza per contestare e che, per la prima volta nella storia della Lazio, si appresta a disertare la campagna abbonamenti.
E se un tifoso arriva a rinunciare a quel cieco atto di fede che è l’abbonamento (che si fa prima dell’inizio del mercato, quindi quasi sempre a scatola chiusa…), significa che è finita, che il legame è rotto, che quel cordone ombelicale che lega il tifoso alla società è stato tranciato.

Vista la complessità della personalità del personaggio in questione, come se ne esce, vi chiederete? In modo semplice, anche se doloroso per chi deve prendere la decisione più importante.
Claudio Lotito deve accettare l’idea che la sua avventura laziale è arrivata al capolinea. Forse lui lo ha già capito e per certi versi ha accettato il fatto di dover ripartire da un’altra parte.
Lui sì, ma il suo orgoglio, NO!
Sméagol ha la penna in mano per firmare, ma Gollum si ribella, si agita e continua a ripetere che cedere significherebbe dalla vinta a “quegli stronzi” che da anni sognano di vederlo fuori dalla Lazio e che daranno vita alla più grande festa della storia biancoceleste quando arriverà la notizia ufficiale della sua definitiva uscita.
Lotito lo sa che non può durare, lo sa che non ci sono né le condizioni economiche per andare avanti né soprattutto le condizioni ambientali per restare un’altra stagione alla guida della Lazio.
Lo sa e per questo si è gettato anima e corpo sulla Reggina. Ed è per questo che per prenderla ha messo in campo amicizie importanti (a livello politico) per convincere Ballarino a cedere il club a lui e non a chi aveva messo sul tavolo più soldi per rilevare la Reggina.
Lotito sa che la sua permanenza in politica è legata alla vendita della Lazio e che solo a Reggio Calabria potrebbe avere un seggio (garantito o quasi) alle elezioni politiche del 2027 per restare in Senato.
Per questo, qualche giorno fa, Lotito è volato a Milano per un summit di Forza Italia. Vuole garanzie dai vertici del partito, vuole la certezza di essere il candidato di Forza Italia a Reggio Calabria alle prossime elezioni prima di vendere la Lazio, perché sa che la Lazio è l’ultima (forse l’unica) carta buona che ha in mano per restare in Parlamento.
L’orgoglio, quel maledetto orgoglio, lo sta spingendo a resistere e a rinviare di giorno in giorno l’inevitabile.
Mi hanno insegnato che nella vita ci sono cinque grandi nemici che abitano dentro ognuno di noi: l’avarizia, l’ambizione, l’invidia, la rabbia e l’orgoglio. E c’è sempre o quasi sempre l’orgoglio alla base di tutti i più grandi errori che facciamo.
“L’orgoglio non ha niente di proprio, perché altro non è che il nome dato all’anima che divora sé stessa. Quando questa sconcertante perversione dell’amore ha dato il suo frutto, essa porta ormai un altro nome, più ricco di senso, sostanziale: l’odio”.
Ha ragione Georges Bernanos, l’orgoglio sta portando Lotito a divorare la sua anima e l’anima della Lazio. E il frutto di tutto questo è l’odio che Claudio Lotito dimostra di avere per i tifosi della Lazio.
Ma per il bene suo e di tutti, Lotito deve liberare Sméagol, deve mettere a tacere Gollum e chiudere in un cassetto a doppia mandata quel suo maledetto orgoglio, prima che quell’odio divori tutto e tutti.
