Grazie Maurizio per averci capito, amato, difeso!
Caro Maurizio…
Mi permetto di darti del tu perché siamo quasi coetanei e perché, anche se non siamo amici e non ci conosciamo di persona, così si fa con qualcuno che per anni diventa parte del tuo quotidiano, al punto da diventare quasi uno di famiglia.
Lo fanno i tifosi con noi comunicatori e con i giocatori, mi permetto di farlo io con te.
Perché per noi laziali tu sei diventato uno di famiglia, uno credibile quando parla di “popolo biancoceleste” e di “Lazialità”, perché si sente dalla voce che non reciti e che in quelle parole c’è e c’è sempre stato un grande senso di appartenenza e affetto vero.
Hai sempre parlato di noi con lo stesso affetto per questi colori e per la nostra amata Lazio che traspare nelle telecronache del mio amico Massimo Marianella, quando ci chiama affettuosamente “aquilotti biancocelesti”.
Non biancoblu o biancazzurri come dice o scrive erroneamente qualcuno, ma biancocelesti. Può sembrare una sottigliezza, invece è un piccolo dettaglio che fa tutta la differenza del mondo.

Avrei voluto non scrivere questa lettera aperta, Maurizio, perché il mio sogno è sempre stato quello di poterti vedere su quella panchina per anni, con una società vera alle spalle in grado di ascoltarti e, soprattutto, di supportarti.
Perché questo è sempre mancato dal 2021 a oggi: il supporto di una vera società, di qualcuno disposto, con i fatti oltre con le parole, a dare forza e forma ad un progetto che è diventato solo un sogno incompiuto, uno dei tanti rimpianti di queste 22 stagioni dell’era-Lotito.

Ecco, non volevo nominarlo quel personaggio, ma è impossibile non farlo.
Perché al contrario di quello che hanno sempre detto e scritto in questi lustri tanti laziali sostenendo che la Lazio è una cosa e Lotito è un’altra, purtroppo non è così: Lotito è la Lazio e, peggio ancora, la Lazio è diventata Lotito.
Il mio rimpianto non è legato al fatto che in queste stagioni tu non abbia potuto alzare al cielo un trofeo come hai detto sabato sera nell’ultima conferenza stampa, perché da laziale io non ho mai dato troppo peso a queste cose. E forse è per questo che ho amato i perdenti come e in qualche caso addirittura più dei vincenti.
Il mio rimpianto è legato a quello che poteva essere e non è stato, a questa meravigliosa storia d’amore tra te e il popolo laziale che, come accade quasi sempre (e questa è, evidentemente, la nostra maledizione) nella nostra storia, rischia di chiudersi senza un lieto fine e con una lunga scia di rimpianti per quello che poteva essere e non è stato.

Chiarisco per l’ennesima volta e in modo (spero) definitivo: non sono un “sarriano”, spesso e volentieri in questi anni non mi sono divertito a vedere la Lazio (anzi, mi sono spesso annoiato) e, Zeman a parte, io non ho mai sposato totalmente una filosofia calcistica.
Io sono più per gli uomini che per i moduli; io sono più per chi mi trasmette sensazioni che per chi mi regala trofei; io sono per chi dimostra in silenzio di essere laziale e lo fa con i fatti, piuttosto che per chi bacia la maglia o mette il nome Lazio in ogni frase e in ogni pensiero, ma in realtà lo fa in modo ruffiano perché pensa soprattutto a se stesso e al proprio tornaconto.

Qualcuno ha storto la bocca e ti ha guardato con sospetto quando ancora prima di iniziare tu hai parlato con amore della Lazio di Tommaso Maestrelli; qualcuno ha pensato che tu fossi solo l’ultimo di una serie di paraculi passati da queste parti quando hai parlato di “Lazialità che ti pervade”; qualcuno per anni ha pensato, detto o scritto che stavi qui, legato alla Lazio, solo per lo stipendio a sei zeri e non perché ti sentivi parte di un qualcosa o uno di noi.
Io, invece, ho capito fin dall’inizio che eri sincero: perché mentre parlavi guardavo gli occhi, le mani, ascoltavo il timbro di voce rotto spesso da un’emozione testimoniata anche da quelle pause che ti prendevi tra una concetto e l’altro.
Io ti ho considerato spada e scudo di questa Lazio, alla pari di chi come noi combatte da sempre per difendere questi colori.
Mi hai conquistato da subito, per questo ti ho difeso a spada tratta da chi ti chiamava con termini dispregiativi, da chi ti considerava quasi una sciagura, da chi prestandosi al gioco o per complicità ti ha accollato acquisti sballati e ogni sconfitta, senza riconoscerti mai i meriti dei piccoli miracoli che hai fatto.
Come ho scritto prima, ti ho considerato fin dall’inizio uno di noi e ti ho amato per questo, come mi è successo solo con Tommaso, Eugenio, Sven e fino ad un certo punto con Simone.

Ma tu, Maurizio, sei andato oltre: perché mi hai difeso e fatto sentire rappresentato, perché hai sempre fatto e detto quello che al posto tuo avrebbe fatto o detto uno di noi!
Lo hai fatto anche senza sbattere la porta o i pugni sul tavolo, anche senza mai puntare l’indice, senza smascherare e mettere definitivamente all’angolo chi ha promesso e non mantenuto, chi pur essendo il massimo rappresentante della Lazio in realtà non mi (ci) ha mai rappresentato.
Tu, invece, i laziali li hai rappresentati alla perfezione e quel tuo discorso al Quirinale alla vigilia della finale di Coppa Italia è stato la cosa più emozionante di questi 22 anni, forse l’unica volta in cui ogni laziale si è sentito veramente rappresentato al 100% da chi indossa quella divisa con l’aquila sul cuore.
Hai fatto un discorso da brividi e parlando di storia, di tradizione e di senso di appartenenza hai detto quelle parole che ognuno di noi, al posto tuo, avrebbe pronunciato.
È mancata solo la ciliegina finale, un FORZA LAZIO unito ad un LIBERA LA LAZIO da urlare a pieni polmoni. Ma era troppo pretenderlo.

Io mi sono commosso fino alle lacrime ascoltando quelle parole che hai pronunciato al Quirinale. Parole che, forse, hanno convinto definitivamente anche gli ultimi scettici sul fatto che tu non hai mai recitato ma hai parlato sempre con il cuore. E da uomo vero quale sei.
Sicuramente non hai convinto e conquistato quelli che ti hanno tirato merda fin dall’inizio e che oggi esultano per la tua possibile uscita di scena.
Ma tu, caro Maurizio, alza le spalle e fregatene, perché hai la coscienza a posto.
Perché hai rispettato i laziali come non ha mai fatto nessuno; perché hai dato voce al loro grido di dolore; perché hai dato credibilità alla loro scelta d’amore, quell’abbandono dello stadio che tu hai giustamente definito “un estremo atto d’amore”.
Perché quello è la nostra scelta di non andare più a vedere la Lazio fino a quando non ci sarà un cambio totale e definitivo al vertice: abbandonare un qualcosa che si ama se ci si rende conto che quell’amore è tossico, che quell’abbraccio ti consuma e porta alla morte di entrambi.
Perché è più facile restare che andare via; è più facile cedere all’abitudine che ribellarsi davanti a un qualcosa che non è più amore ma un monotono tra tran.
E per un allenatore sarebbe stato più facile puntare l’indice sui tifosi e usare quegli spalti vuoti come una scusa per giustificare la peggiore annata degli ultimi tre lustri, piuttosto che dire: “mi dispiace, li vorrei al nostro fianco, ma capisco e rispetto la loro scelta. E non dobbiamo usare l’assenza dei tifosi come un alibi”.

Per questo, anche solo per questo, Maurizio tu meriti affetto, rispetto e riconoscenza. Perché potevi stracciare il contratto e metterti alla finestra in attesa di una chiamata che sarebbe arrivata (oppure scegliere di andare a prendere soldi con la pala in Arabia Saudita, in Qatar o negli Emirati) l’estate scorsa, invece di restare sapendo di dover affrontare l’annata più difficile della tua carriera.
Invece sei rimasto e tenendoci per mano ci hai condotto, senza mai farci rischiare, fuori da questo Inferno provocato da altri: soprattutto da chi, per l’ennesima volta, prima ti ha fatto promesse che non ha mantenuto e poi dopo averti usato e tradito ti ha insultato sia in telefonate private che con farneticanti esternazioni pubbliche.
Noi ci hai condotto alla vittoria, Maurizio, ma sei stato un “comandante” vero, uno che personalmente considero l’unico degno di essere messo sullo stesso piano di Tommaso Maestrelli, per come hai difeso il gruppo e per come ti sei immerso in questo nostro mondo amando alla follia la nostra Lazio e i laziali.
Avrei tante altre cose da dirti e da scriverti, Maurizio, ma credo sia giusto chiudere il tutto solo con un GRAZIE e con un CI MANCHERAI.
Ad altri non so mancherai e sinceramente non mi interessa, ma a me sicuramente mancherà la tua ironia, la tua schiettezza e la tua capacità di essere spada e scudo della mia Lazio.
Perché magari vinceremo e pure tanto in futuro, non appena riusciremo a chiudere questo lunghissimo capitolo e a voltare FINALMENTE pagina, ma difficilmente riusciremo a trovare qualcuno capace di amare e difendere la Lazio e i laziali come hai saputo fare tu: con orgoglio, a petto in fuori, anche a costo di scontrarti (pur sapendo in partenza di uscire sconfitto) con i potenti, con il “prepotente” e con le istituzioni.
Grazie Maurizio, di cuore…
FORZA LAZIO!
