Questa gente merita più di un Lotito!
Mai nella storia della Lazio una sconfitta in una finale ha fatto meno male di quella di ieri, per il semplice motivo che nessuno si è illuso di poterla vincere questa Coppa Italia.
Ed è questa cosa più triste, quella che rende amaro, amarissimo, questo 14 maggio, questo anniversario senza gioia dell’ultimo scudetto biancoceleste.
Già, perché il laziale oggi è talmente stremato che non riesce più nemmeno a trarre forza e energia dal passato, sfogliando l’album dei ricordi, come ha sempre fatto.

Il laziale non riesce a voltarsi indietro perché è troppo doloroso ripensare a che cosa era la Lazio prima dell’arrivo di questo cataclisma, ma al tempo stesso ha il terrore di guardare avanti e a questa estate che si avvicina a grandi passi, perché sa che potrebbe essere addirittura peggiore di quella del 2025.
Perché questa gestione è palesemente arrivata al capolinea e quasi tutti si apprestano a scendere, a fare le valigie e a salutare.
Anche Maurizio Sarri, il “comandante” che non ha disertato nemmeno quando è stato palesemente “tradito”, l’uomo che ha tenuto alta la bandiera regalando ai tifosi un brivido inaspettato in questa stagione in cui nessuno non si aspettava nulla, se non il peggio.
L’uomo che con le parole pronunciate martedì in quel discorso al Quirinale ha detto cose che hanno fatto venire i brividi anche a chi non era laziale, parole che i laziali hanno sperato, invano, di sentire per 22 anni da quel personaggio che guida questa società ma che ha sempre pensato a se stesso e non al bene della Lazio.
E, soprattutto, che non ha mai rispettato né la storia della Lazio né quel popolo laziale che ieri ha dimostrato, per l’ennesima volta, quale possa essere il potenziale di questa piazza.

Da chi guida la Lazio non abbiamo mai sentito parole come quelle di Sarri, non abbiamo mai sentito un briciolo di rispetto per questa nostra “cazzo di storia” e per i laziali, considerati non un bene assoluto e un valore aggiunto ma un peso o un fastidio di cui non si può fare a meno, perché portano soldi.
A volte, anche un fastidio da eliminare, ma a chiacchiere. Come quando commentando lo svuotamento dell’Olimpico Lotito ha detto: “E che problema c’è, faccio l’aumento di capitale e risolvo tutto”.
L’ennesima frase fatta, l’ennesima sfida da parte di un personaggio che da 22 anni è in guerra con tutto il mondo ma soprattutto con i laziali.
Più di quattro lustri di sfide, di ripicche, di insulti al “cliente” e, soprattutto, cosa drammatica per una Spa quotata in Borsa, nemmeno uno straccio di piano industriale depositato in 22 anni, per mettere nero su bianco il reale “progetto” di questa gestione.
Sì, perché l’ultimo piano industriale della SS Lazio depositato e a disposizione degli azionisti e del mercato, è datato giugno 2004, stilato dal duo Masoni-De Mita e firmato da Ugo Longo.
In 22 anni non è stato partorito nessun piano industriale per il semplice motivo che non esiste un progetto, se non quello di tirare a campare, di usare la Lazio per esercitare potere, per ottenere visibilità e… soldi.

Perché la realtà è che in questi quasi 22 anni Claudio Lotito è cresciuto, la Lazio no. Claudio Lotito era un illustre sconosciuto nell’estate del 2004, oggi è un personaggio pubblico, un uomo di potere e grazie alla Lazio anche un senatore della Repubblica.
Ovvero, tutto quello che non avrebbe mai potuto essere senza la Lazio.
La Lazio, invece, in questi 22 anni non è cresciuta, anzi. Non è cresciuta come azienda perché nessuno ha mai investito nell’industria Lazio (ma si è limitato a portarla avanti con quello che passava il convento), non è cresciuta come valore squadra perché al di là delle favole sulla rosa che vale 350 milioni di euro, la Lazio di oggi è quella che abbiamo visto ieri sera: poca roba, pochissima roba rispetto all’Inter.
Ma anche alle altre, purtroppo, come raccontano i due recenti settimi posti in classifica e questa stagione anonima, questo campionato rovinato ancora prima di iniziare la stagione e che si chiuderà al massimo con un ottavo posto, ma con il serio rischio di poter finire addirittura dall’altra parte della classifica.

Ieri è stato certificato che la Lazio per la seconda stagione consecutiva non parteciperà a nessuna competizione europea, cosa che negli ultimi 33 anni è successa (e per due volte) solo ed esclusivamente nella gestione-Lotito: all’inizio di questa gestione e… ora.
Per questo scrivo da tempo che questa gestione è arrivata al capolinea. Perché al di là delle chiacchiere, dei progetti faraonici ma fumosi e dei sogni più irresponsabili che responsabili datati 2032, qui per rilanciare la Lazio servono i soldi: tanti soldi da mettere nelle casse della società per ricostruire la squadra.
Già, perché come ha detto più volte Sarri in questa stagione, qui sembra di stare ogni anni ad un anno zero e il prossimo anno zero è dietro l’angolo, datato 2026-2027.
Perché questa è una squadra che quest’anno si è retta ancora su giocatori oramai alla fine della carriera, oppure su gente che è rimasta perché inchiodata qui da un contratto e non per la voglia di restare per costruire qualcosa di importante o perché si sente parte di un qualcosa di importante che potrebbe nascere.
Basta pensare a Romagnoli, basta pensare a Gila, basta pensare a chi guida questo gruppo e che come ha sempre detto è rimasto solo per onorare un contratto sottoscritto e soprattutto un impegno morale preso con il popolo laziale.

Sarri parla sempre di popolo laziale e lo fa con un trasporto che commuove, a volte quasi con la voce rotta dall’emozione perché qui, grazie a questa gente, si è emozionato e si è sentito amato come forse non è successo da nessuna parte, nemmeno a Napoli.
Ma come fa Maurizio Sarri a poter pensare di restare qui, di avere a che fare ancora con gente che promette e non mantiene, che a chiacchiere lo mette al centro del progetto ma che poi quando c’è da decidere qualcosa gli dice: “Tu sei un dipendente, non il proprietario, quindi alleni chi compro io”.
Lo ha fatto Sarri, ha allenato chi gli è stato imposto di allenare. E a mio parere ha fatto un piccolo miracolo a portare la Lazio in finale di Coppa Italia e a far vivere al mondo Lazio una stagione senza affanni.
Perché il rischio vero era quello di fare la fine della Fiorentina. Non è successo perché c’era lui alla guida di questo gruppo, ma se lui saluta tutti e se ne va, cosa rischiamo di trovare dietro l’angolo?
Una persona con un minimo di senso della realtà e di rispetto per questo popolo e per la città di Roma, si farebbe da parte e farebbe di tutto per lasciare la Lazio in mani più grandi (economicamente parlando) delle sue e a qualche imprenditore vero che conosce il significa del termine “rischio di impresa”, insomma che ha investito per poi raccogliere i frutti e non si è limitato a vincere appalti e poi ad subappaltarli per prendersi un guadagno senza nemmeno fare il lavoro.

Lotito questo è: un brutto anatroccolo che nemmeno in una fiaba può aspirare a diventare un cigno.
Lo sappiamo tutti, forse lo sa anche lui ma non lo accetta e resta aggrappato alla Lazio per il timore di perdere quella vetrina e quel potere che gli hanno garantito questi 22 anni di regno.
Non i soldi, perché quelli sono un aspetto secondario. Lotito non spara altissimo a chiunque si avvicini alla Lazio per guadagnare di più, per aumentare il margine di guadagno tra quei 30 milioni scarsi investiti nel 2004 e la cifra che potrebbe incassare oggi.
Lotito spara altissimo per scoraggiare gli interlocutori e tenersi stretto la Lazio dicendo “Non c’è nessuno che la vuole” o come ha detto tempo fa: “Non c’è nessuno in gradi di comprarla, perché vale più di un miliardo”.
Un miliardo di euro per quello che abbiamo visto ieri e in questa stagione. Credo non serva aggiungere altro per spiegare perché oggi il tifoso della Lazio non si senta come uno che ha perso una finale, ma come uno che ha il terrore del futuro e di vedere che cosa c’è oltre l’orizzonte o dietro l’angolo.
Perché a maggio del 1998 noi abbiamo perso a Parigi una finale di Coppa Uefa quasi senza giocarla contro l’Inter, proprio come è successo ieri: ma al Parco dei principi, nessuno era affranto più di tanto, perché tutti o quasi avevamo la consapevolezza che quello era solo un primo atto e che il meglio doveva ancora venire, bastava avere la pazienza di aspettare. E così è stato.
Oggi, invece, non c’è spazio alla speranza, se non a quella di aver assistito ieri all’ultimo (triste) atto di questa gestione.
Ma mi rendo perfettamente conto che è sempre più difficile tenere accesa quella fiammella di speranza: perché non si vedono “segnali”, perché dopo 22 anni i laziali (non tutti, ma molti laziali) si sono rassegnati all’idea che non riusciremo mai a liberarci da questo abbraccio soffocante, da questo personaggio già entrato nella storia ma… dalla porta sbagliata.
FORZA LAZIO! E speriamo che qualcuno ci salvi, perché questo popolo merita di più, di meglio…
