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È ripartito l’assalto delle “truppe cammellate” in soccorso del padre-padrone della Lazio: scontato, prevedibile.

Sono bastati un paio di risultati per ridare fiato ai “tengo famiglia”, a chi da anni cerca di giustificare l’ingiustificabile facendo il lavaggio del cervello ai tifosi della Lazio, per convincerli ad essere contenti di quello che passa in convento e che in fondo questa gestione non è poi così male, perché chi tifa Lazio non può ambire a niente di più o di meglio.

Perché, secondo loro, lo dice la storia.

A parte che la storia dice altro, ad esempio di una Lazio che nel primo quarto di secolo ha giocato tre finali scudetto (e una non gliel’hanno fatta giocare assegnando in modo truffaldino lo scudetto al Genoa…) e che negli anni 30/40 la Lazio è sempre stata una squadra di vertice pur non riuscendo mai a vincere lo scudetto.

A parte la sfortuna della malattia di Maestrelli che ha messo fine a quel ciclo che avrebbe potuto portare la Lazio a vincere 2 o addirittura 3 scudetti, visto che uno nel 1973 lo ha perso negli ultimi minuti dell’ultima giornata e nel 1975 prima dell’uscita di scena del “maestro” la squadra era ancora in corsa per il titolo.

A parte, poi, il fatto che da metà degli anni 90 il calcio è diventato un’altra cosa, perché con l’arrivo dei diritti TV e delle entrate legate a sponsorizzazioni e merchandising si è passati da una gestione patrimoniale della società a quella industriale, con i club gestiti da grandi imprenditori, gruppi o fondi come vere e proprie aziende.

A parte tutto questo, non si capisce perché un tifoso laziale si dovrebbe accontentare di quello che passa il convento, mentre dall’altra parte del Tevere non ci si accontenta mai e, anzi, la stessa comunicazione che invita i tifosi della Lazio a non pretendere chiede in continuazione alla proprietà della Roma di investire sempre di più.

Premesso tutto questo, chi ancora oggi gioca a fare quello che cade dal pero dicendo “Non capisco perché entrare con il Milan e in Coppa Italia con l’Inter ma non al derby o in campionato con l’Inter” o non è onesto e recita il ruolo del finto tonto, oppure non ci arriva.

Perché mai come questa volta la situazione è chiara e limpida, non comprensibile solo a chi fa finta o si rifiuta di capire.

O LUI O NOI non è un semplice slogan da mettere nero su bianco su uno striscione (con il rischio di essere indagati, perché oramai funziona così in questo mondo Lazio bombardato da denunce a raffica e avvisi di garanzia) o su qualche muro, ma è un grido di rabbia e di dolore di un popolo stremato da una gestione che non fa intravedere nemmeno uno spiraglio di luce. E di crescita.

La Lazio questa è stata dal 2004 a oggi e questa è destinata a restare fino a quando la società sarà di proprietà di Claudio Lotito.

Perché il padrone della Lazio non ha la voglia (o la capacità) per cambiare il suo modo di gestire il club, così come non ha la voglia (o la capacità) di generare nuovo risorse per far crescere il fatturato e quindi la possibilità di rendere la Lazio più competitiva adeguandosi ad una realtà completamente diversa da quella di 4 lustri fa.

L’impossibilità di sognare può portare solo alla rassegnazione oppure alla ribellione. E visto che il laziale nella sua storia non si è mai rassegnato, neanche quando non si intravedeva nemmeno un filo di luce in fondo al tunnel e non c’era quasi più speranza, la ribellione è inevitabile.

Tra l’altro, una ribellione pacifica, perché al contrario di quanto è avvenuto in passato (nonostante qualcuno cerchi una continuità che non esiste con un certo passato…) fino ad oggi la contestazione dei tifosi della Lazio non ha portato ad alcun tipo di incidente o di problemi di ordine pubblico.

Lotito non è mai stato aggredito allo stadio e non è mai dovuto scappare (come è successo invece in passato) dall’Olimpico protetto dalla scorta per evitare l’ira della folla, non ci sono stati incidenti con le forze dell’ordine e anche quando si è arrivati alla provocazione massima di censurare una scenografia già pronta e autorizzata, sono stati gli stessi capi dei gruppi organizzati a gettare acqua sul fuoco per impedire che quella scintilla potesse dar vita ad un incendio.

E visto e considerato che Lotito vuole restare a dispetto della volontà popolare, in modo composto e compatto i tifosi della Lazio hanno deciso, per protesta, di uscire loro dallo Stadio Olimpico, mettendo in pratica quel O LUI O NOI.

E anche se qualcuno fa finta di non capire o di dipingere scelte chiare (e spiegate in modo semplice e lineare, quindi comprensibile a tutti…) seminando dubbi sull’incoerenza dei comportamenti o su manovre oscure sventolando per l’ennesima volta la bandiera del complotto, la realtà è semplice: i tifosi della Lazio non vogliono più Claudio Lotito. E chiedono un cambio di proprietà.

Non lo pretendono perché nessuno ha il potere per obbligare Lotito a cedere la società. Ma chi non è d’accordo con questo modo di gestire la Lazio ha tutto il diritto di non adeguarsi alle decisioni prese da questa proprietà. Di non essere più, per certi versi, “complice” o vittima del ricatto legato al “non lasciare la squadra sola” o al “chi ama la Lazio va a vedere la Lazio”.

No, in amore a volte si fanno scelte drastiche e dolorose, soprattutto quando si ama tanto, troppo.

Lo ha capito Maurizio Sarri quando ha parlato di “estremo atto d’amore” commentando la scelta dei tifosi di abbandonare lo stadio, ma fanno finta di non capirlo Lotito, quella parte delle istituzioni che lo proteggono andando dietro all’ipotesi del complotto, i difensori dell’indifendibile (tra i tifosi) e quella piccola parte della comunicazione che continua a cadere dal pero e che ripete che “non capisce”.

Cosa c’è che non capite? I tifosi della Lazio hanno deciso mesi fa di non assistere più alle partite di campionato della squadra e si sono concessi solo un ultimo saluto (alla squadra e all’allenatore) in occasione di Lazio-Milan, anche perché quella sera l’Olimpico non sarebbe stato comunque vuoto, perché si annunciava una presenza in massa di tifosi del Milan.

Per coerenza, hanno rinunciato anche alla semifinale di Coppa Italia con l’Atalanta e quel gesto ha fatto scalpore (anche perché la partita era trasmessa in diretta negli Stati Uniti e nel continente americano) al punto che ne hanno parlato addirittura il New York Times e Sports Illustrated, il più famoso magazine sportivo del mondo.

Lì hanno capito, ma qui a Roma, soprattutto in qualche radio, qualcuno fa finta di non capire.

Il NO al derby è l’ennesimo messaggio forte mandato dai tifosi della Lazio e il NO alla trasferta di Roma da parte dei gruppi organizzati del tifo interista è la prova che anche fuori Roma tutti hanno capito e per certi versi approvano una protesta che ha fatto scuola nel mondo, visto che la stanno adottando anche tifosi di altre squadre.

Perché il derby NO e la finale di Coppa Italia sì? Semplice, chiaro come la luce del giorno. Per due motivi, anche questi molti schiari e spiegati più volte.

Primo, per mantenere fede a una promessa fatta mesi fa dai tifosi alla squadra: “Se voi andate in finale di Coppa Italia, quel giorno non vi lasciamo soli”. Detto, fatto, con i biglietti riservati ai tifosi della Lazio polverizzati in poche ore.

Secondo, perché nessuno al mondo ha mai disertato per protesta un derby. E se tu vuoi che la tua protesta abbia un eco globale, quale migliore occasione del derby di Roma per mandare un segnale chiaro anche alle istituzioni?

E per istituzioni parlo sia di mondo politico che di vertici del calcio italiano, meglio ancora della Lega di Serie A.

Già, perché ieri il presidente della Lega di A, Simonelli, nel corso del M&A Summit 2026 de Il Sole 24 Ore ha fatto capire che il problema della vendita dei diritti TV del calcio italiano all’estero non è legata solo allo spettacolo scadente del nostro campionato, ma anche dal “contorno”.

“Per la questione diritti la difficoltà è sugli stadi: basta guardare lo stadio di Firenze. Come si fa a guardare una partita con uno stadio in quelle condizioni?”.

Ecco, pensate mandare in diretta in tutto il mondo un derby con una parte dello stadio completamente vuoto che effetto può avere a livello mediatico. Impossibile non notarlo, impossibile non parlarne.

Quindi, cari comunicatori di (presunta) fede laziale che tanto vi agitate, che cos’è che non avete capito o che vi rifiutate di capire e, soprattutto, di accettare?

Questa è la realtà e la “normalità” potrà tornare solo SE e/o QUANDO cambierà realmente e radicalmente qualcosa in casa Lazio.

Non l’assegnazione del Flaminio, non l’annuncio di ipotetici piani quinquennali di rilancio, non l’arrivo di uno sponsor oppure una campagna acquisti decente, ma solo ed esclusivamente un cambio di proprietà.

L’arrivo di qualcuno che abbia un minimo di rispetto per i tifosi della Lazio e per la “cazzo di storia” (cit. testuale di Lotito…) di questa società.

Qualcuno che la smetta di fare la guerra a chiunque osi contestarlo o esercitare quel diritto di critica (anche dura) sancito dall’articolo 21 della costituzione che, invece, a quanto pare è considerato in casa Lazio un reato da persguire.

O LUI O NOI. Più chiaro di così…

Autore

Stefano Greco

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