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La Lazio e gli amici della “Curva Paradiso”

3 Maggio 20263 Maggio 2026 Stefano Greco CurvaParadiso, lazio, liberalalazio, Millenovecento, sslaziofans
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In questo periodo per me difficile, da tanti punti di vista, ho riflettuto a lungo sul significato (per me importante) della parola amicizia.

Non l’ho mai pronunciata a cuor leggero quella parola, perché per me ha un significato importante, profondo, di emozioni chiuse a doppia mandata in un cassetto speciale del mio cuore.

Un cassetto che, ogni tanto, sento il bisogno di aprire per fare un pieno di emozioni. A volte anche da condividere con chi mi segue e ama quello che faccio o il mio modo di scrivere.

E oggi, in una domenica senza Lazio, ho deciso di raccontarvi la storia di un’amicizia legata al calcio e alla Lazio. Un rapporto di passione e amicizia vera che ho tirato fuori con sofferenza dal forziere dei ricordi preziosi, legato ad un amico che ci ha lasciato troppo presto, quando si era appena affacciato alla vita.

Lo tiro fuori oggi, perché, forse, leggendo queste righe chi ancora non capisce che cosa è stata la Lazio per me e per quelli della mia generazione magari aprirà gli occhi e comprenderà il perché di tanta rabbia e sofferenza legata al calcio e alla Lazio di oggi.

La sofferenza di chi come me per protesta si è tolto da anni lo stadio (tranne qualche rara eccezione) e si è negato le gioie (e i dolori) di una passione che ha sempre fatto parte, in modo viscerale, della sua vita. Parlo di me, ma so che questo discorso vale per tanti…

Da ragazzo ho amato fin dalle prime righe Il signore degli anelli perché racconta la storia di un viaggio fatto da un gruppo di amici attratti dal fascino irresistibile dell’avventura e dell’ignoto.

Un viaggio in cui il protagonista, insieme a uno stregone e due amici, si aggrega ad un gruppo di sconosciuti perché ad unirli è lo stesso scopo, lo stesso ideale e la voglia di vivere una grande avventura.

Così, gente che non si conosce e che mai si è vista prima, grazie a quel viaggio diventa gruppo, compagnia, un manipolo di fratelli uniti al punto da essere disposti a dare la vita gli uni per gli altri in tutte le battaglie che sono costretti ad affrontare.

“Conosco la metà di voi soltanto a metà e nutro per meno della metà di voi metà dell’affetto che meritate”.

In questa frase che John Ronald Reuel Tolkien fa pronunciare a Bilbo Baggins, ho trovato tanta verità. Perché da ragazzo, quelle sensazioni le ho provate viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, spesso e volentieri in compagnia di pochi amici e a volte di sconosciuti.

Perché il vero regno di ogni tifoso, non è lo stadio di casa, ma la curva o il settore ospiti dello stadio dove gioca quel giorno in trasferta la tua squadra.

Ed è il viaggio, quasi sempre, la cosa che ti resta più impressa a distanza di anni, di decenni. Il tragitto, a volte avventuroso e tortuoso, fatto per arrivare a destinazione; i volti dei compagni di viaggio; le avventure collegate a quelle migliaia di chilometri che hai percorso in nome di un ideale, solo per esserci.

Anche la paura per l’ignoto. Ti resta impresso tutto, molto più di quello che poi succede sul campo di gioco.

Andare all’Olimpico è routine, perché quello stadio è casa e la via che conduce lì dentro è conosciuta, senza insidie e senza sorprese. Mentre ogni trasferta è una vera e propria avventura.

Ho perso il conto di quante partite ho visto in vita mia, di quanti chilometri ho percorso, di quanti soldi ho speso per andare al seguito della Lazio: in Italia e in Europa, nella buona ma soprattutto nella cattiva sorte.

Ma le ricordo tutte, perché molte di quelle avventure hanno segnato in un certo senso la mia vita. Perché mi hanno insegnato il valore dell’amicizia, della fratellanza, l’importanza del dividere quel poco che si ha con gli altri, l’arte di sapersi arrangiare, di trovare a volte dentro di me quel qualcosa che neanche sapevo di avere: coraggio in testa.

Ma quei viaggi mi hanno insegnato anche a riconoscere i veri amici da quelli che ti stanno intorno esclusivamente per interesse e per convenienza, perché solo lontano da casa e nelle difficoltà vedi il vero volto delle persone che hai intorno.

All’inizio degli anni Ottanta, i palcoscenici in cui recita la Lazio non sono più quelli dei grandi teatri calcistici di Milano, Napoli e Firenze. Ma piccoli teatrini di provincia, stadi di città che hanno nomi conosciuti solo se soprattutto se non esclusivamente grazie al calcio.

La città di SPAL non la trovi sull’atlante geografico, ma qualsiasi tifoso, anche il più ignorante in geografia, sa che quella squadra gioca a Ferrara. E in molti casi lo sa solo grazie al calcio.

Perché tramite il calcio, un album di figurine, un Almanacco della Panini e un atlante geografico, anche io da piccolo ho scoperto che non esistevano le città di Atalanta e di Sampdoria e, soprattutto, grazie al calcio ho visitato città nelle quali probabilmente non avrei mai messo piede in tutta la mia vita.

Perché non ci sono motivi, se non la passione per una squadra di calcio, che ti possano spingere a fare più di 800 chilometri per andare da Roma ad Andria e ritorno, tutto in un giorno. Barletta, Pistoia, Cava dei Tirreni, Campobasso, Monza. Ogni trasferta un’avventura, ogni città un patrimonio di ricordi…

Nella stagione 1982-1983, l’ultima vissuta da Ultras prima di iniziare la carriera da giornalista, i compagni di viaggio cambiavano di volta in volta, ma il gruppo dei fedelissimi era composto soprattutto da Federico Corbò e Marco Avellone (i due nipoti di Francesco Bilotta, grande Ultras degli anni Settanta), Fabrizio Lucherini, Lorenzo Attolico, qualche volta Riccardo Siciliani e, soprattutto, Giulio Levi, il mio vero “compare di avventure” di quel periodo.

Giulio era il figlio di Carol Levi, una delle agenti di spettacolo più importanti e stimate del cinema italiano, fondatrice della Carol Levi & Co, gestita ora da sua figlia Gioia, la sorella più piccola di Giulio.

Carol Levi era una donna bellissima, con un fascino magnetico: bionda, occhi azzurri, minuta, con un sorriso che ti conquistava a prima vista.

Giulio era la sua copia, anche se è meno biondo, magro, ma solo un po’ più alto. Ci siamo conosciuti tramite amicizie di scuola, di Villa Flaminia. Frequentavamo lo stesso ambiente e abitavamo vicino: io a via del Vignola, lui in un bellissimo appartamento in un elegante palazzo a piazzale cardinal Consalvi (lo slargo alla fine di viale Tiziano) che affaccia su ponte Milvio.

Entrare a casa di Giulio in quel periodo era un po’ come accomodarsi in qualche bar di via Veneto durante la “Dolce Vita”. Ci potevi trovare Lina Wertmüller, Bertolucci o Zeffirelli, oppure i fratelli Vanzina o Virna Lisi, splendida attrice e madre di Corrado Pesci, mio compagno di classe al Liceo.

Con Giulio, il feeling è scattato immediato: perché parlavamo la stessa lingua, perché ci mettevamo pochi secondi a prendere una decisione e una volta presa non tornavamo indietro.

Soprattutto perché, anche se percorrendo strade diverse, avevamo deciso entrambi di prendere la vita di petto e di viverla fino in fondo, senza rimandare nulla al domani.

Io l’ho sempre vissuta così la mia vita, perché la nostra esistenza è come una clessidra coperta da un velo: sai che dentro c’è la sabbia che scende, inafferrabile come il tempo che ci scorre via tra le mani, ma non sai mai quanta ne sia rimasta.

Nella clessidra di Giulio, purtroppo, di sabbia ce n’era veramente poca. Giulio aveva una passione sfrenata per le macchine e adorava guidare. In quel periodo, spesso e volentieri era lui a mettere a disposizione la macchina di sua madre per andare in giro per l’Italia a vedere la Lazio, la sua seconda passione.

La terza, era il cinema, il mondo dello spettacolo.

Con Giulio, siamo andati ovunque quell’anno, quasi sempre in macchina. Lui metteva quella, io i biglietti per entrare che mi lasciava all’ingresso di ogni stadio d’Italia Antonio Sbardella, che quell’anno era il direttore generale e direttore sportivo della Lazio, dopo la partenza di Luciano Moggi per Torino, sponda granata. Tutto il resto, lo dividevamo.

Parlando di viaggi in auto, ho scritto “quasi sempre”, perché una delle trasferte più belle e divertenti con Giulio l’ho fatta in aereo, il 16 gennaio del 1983, a Catania.

Su quel volo d’andata, siamo gli unici due pazzi partiti da Fiumicino al seguito della Lazio. Arriviamo presto e ci mettiamo a passeggiare per le vie del centro della città, poi quasi senza accorgercene ci ritroviamo davanti allo stadio Cibali.

Fuori, di fronte all’ingresso degli spogliatoi, c’è un banchetto che vende dei limoni enormi, senza buccia: lo dividono in quattro quel limone, ci mettono un po’ di sale dentro, lo richiudono e lo servono.

Lui, curioso come una scimmia, ne compra uno e dopo un morso diventa paonazzo e lo butta via dicendo: “Ma come fanno a mangiare sto schifo”.

Entriamo con i biglietti che mi ha dato Antonio Sbardella in quella che dovrebbe essere la Tribuna d’Onore. Sopra di noi, c’è un’enorme rete da pollaio, solo più resistente e retta da travi di ferro. Probabilmente serve come protezione, per impedire che qualche oggetto lanciato dagli spalti possa colpire i dirigenti locali o quelli ospiti.

Sopra quella rete, però, ci sono dei ragazzini che, sdraiati a pancia sotto, la usano come base di appoggio per vedere la partita. E, proprio come succede in una scena di Nuovo cinema Paradiso, ogni tanto si divertono a sputare le bucce di semi di zucca in testa a qualche pezzo grosso che sta comodamente seduto sotto di loro.

Cerchiamo i nostri posti, evitando di parlare per non rivelare il fatto che siamo romani, ma quando arriviamo ai seggiolini con il nostro numero li troviamo occupati.

Faccio vedere il biglietto ad un energumeno che sta seduto al mio posto e quello alzando gli occhi mi dice spazientito: “Chi spakkiu talii? Troppu taddu arrivaste”. Che tradotto in italiano significa: “Che c…o guardi? Siete arrivati troppo tardi”. Come se ci fosse un tempo limite per occupare dei posti numerati.

Un signore capisce la situazione e ci fa segno di accomodarci vicino a lui ma strizzandoci l’occhio ci dice: “Se fa gol la Lazio, però, evitate di esultare, è meglio”.

A poco più di dieci minuti dal termine, sotto la curva alla nostra destra (quella dei tifosi del Catania), Bruno Giordano segna uno dei gol più belli della sua carriera: poco dentro l’area, ma spostato tutto sulla destra, di collo esterno destro fa partire un tiro fantastico, con il pallone che con una traiettoria impossibile tocca il palo alla destra di Sorrentino (immobile) e finisce in rete.

Come fai a non esultare davanti al gol più bello mai visto nella tua vita? Se stai a Catania e il tuo vicino con lo sguardo ti ricorda il consiglio che ti ha dato all’inizio della partita, puoi e non esulti. Ma per scaricare in qualche modo la gioia e la tensione del momento, io e Giulio iniziamo a scambiarci dei pizzichi talmente forti da lasciare il segno.

Finisce 1-1, con un tuffo in area allo scadere di Barozzi che l’arbitro trasforma in un calcio di rigore.

All’aeroporto, mentre siamo in attesa imbarcarci, arrivano i giocatori, perché quello è l’ultimo volo per Roma e viaggiamo tutti sullo stesso aereo. E arriva anche l’arbitro Facchin, che cammina a testa bassa per evitare di incrociare lo sguardo dei tifosi ma anche e soprattutto dei giocatori e dei dirigenti della Lazio.

Giulio, con la sua immancabile sigaretta in bocca, si toglie gli occhiali scuri, guarda Giordano e gli dice: “Bruno, grazie. Oggi ho visto uno dei gol più belli della storia”.

Proprio in quel momento arriva anche Vincenzino D’Amico che, scherzando, replica: “Mai bello e importante come quello che ho segnato io l’anno scorso al Varese”. Quel sorriso di Giulio, mentre parla con Giordano e D’Amico, è come quei quadri, quei capolavori che puoi vedere anche solo chiudendo gli occhi per quanto ti sono rimasti impressi nella memoria.

Quando la Lazio gioca a Palermo, anche se siamo entrambi terrorizzati all’idea di atterrare a Punta Raisi, decidiamo di ripetere la scaramanzia e arriva un altro pareggio.

Con Giulio, quell’anno, non l’ho mai vista perdere in trasferta la Lazio. Ma abbiamo rischiato di perdere la vita, in un incidente stradale al ritorno da Reggio Emilia, quando sull’asfalto bagnato e a causa di una manovra improvvisa del conducente di una vettura davanti a noi, ho perso il controllo della macchina che come impazzita ha iniziato a girare su se stessa fino a schiantarsi contro il guardrail.

Usciamo tutti miracolosamente illesi. Ma, purtroppo, per Giulio l’appuntamento con il destino è rinviato solo di qualche anno.

Il 16 aprile del 1988, infatti, mentre si trova in Spagna per le riprese di una produzione insieme a Enrico Vanzina e Virna Lisi, Giulio perde la vita in un terribile incidente automobilistico, proprio nel momento in cui ha ottenuto il primo grande successo partecipando alla produzione de L’ultimo imperatore con Bertolucci.

E come produttore con la Video80 per la serie tv I ragazzi della III C: che spopola su Italia Uno e che lui ha realizzato insieme ai fratelli Vanzina, con Claudio Risi come regista che per la sceneggiatura si avvale anche della collaborazione di Federico Moccia, un altro mio amico d’infanzia.

Giulio mi ha lasciato così, all’improvviso, ma solo fisicamente. Perché tutte le volte in cui negli anni d’oro la Lazio ha alzato un trofeo io (ma, probabilmente, anche tutti gli altri amici di quel gruppo di vita e di trasferta) ho alzato gli occhi al cielo per dedicare a lui quel successo.

Perché in quegli anni brutti, ma che abbiamo vissuto in modo viscerale, vincere una coppa o uno scudetto era un sogno, quasi un’utopia.

E quando i sogni diventano realtà, non puoi non pensare a tutti quegli amici che non ci sono più e che in quel momento vorresti abbracciare per condividere con loro quella gioia. Magari solo con un pizzico, proprio come in quella trasferta di Catania.

Così come quando le cose vanno male, non dal punto di vista sportivo ma ambientale, alzi gli occhi al cielo e chiedi aiuto, con la segreta speranza che tutti i grandi laziali che ci guardano dall’alto e sono seduti sugli spalti della Curva Paradiso, possano darci quell’aiuto decisivo per vincere l’ennesima battaglia di una guerra lunga e logorante.

Giulio, insieme a Billy, a Tonino Di Vizio, al Tassinaro, a Gabriele Sandri, Giorgio “Acerbis”, Maurizio Maestrelli e tutti quei grandi laziali, VIP o gente del popolo, seduti uno al fianco dell’altro, insieme a Tommaso, Bob, Cecco, Giorgio, Frusta, Mario, Felice, Pino e Vincenzino

Tutti nella stessa Curva Paradiso e loro ci rivolgiamo nei momenti di difficoltà con la speranza che ci aiutino ad esaudire un desiderio importante legato alla Lazio.

Non per forza di cose quando in palio c’è un trofeo. Perché il nostro sogno, non è solo vincere o alzare trofei al cielo, ma tornare ad assaporare le sensazioni di quegli anni al seguito di una Lazio che abbia anche il sapore e non solo i colori della Lazio di cui ci siamo innamorati da bambini e che resterà l’unico amore, mai tradito, della nostra vita.

Quelle sensazioni e quelle emozioni che abbiamo potuto rivivere a tratti grazie a quell’incredibile cavalcata della Banda-Inzaghi interrotta dalla pandemia o alle imprese della Lazio di Sarri nella stagione di quel secondo posto.

Ora, gli occhi al cielo li alzo quasi ogni giorno. Non in vista di Lazio-Inter e per sperare in un aiuto per alzare un trofeo, ma con la speranza di poter vedere una Lazio finalmente libera da quell’abbraccio soffocante e mortale che dura da quasi 22 anni.

Chissà che, anche questa volta, non riescano ad aiutarci regalandoci un lieto fine…

Autore

Stefano Greco

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