La bellezza e la follia dell’essere laziali oggi…
La Lazio dà, la Lazio toglie, avevo scritto il 18 aprile dello scorso anno all’indomani della sfida di ritorno dei quarti di Europa League persa ai rigori contro il Bodo Glimt.
E l’articolo di oggi in un certo senso è il seguito di quel pezzo, l’ennesimo capitolo di quel romanzo laziale nel quale viviamo da sempre: tra gioie e dolori, tra cadute e risalite, tra discussioni e liti interne anche tra chi ha non solo la stessa fede calcistica, ma anche lo stesso obiettivo o lo stesso sogno: vedere una Lazio senza Claudio Lotito alla guida di questa società.
Perché il risultato di ieri per la stragrande maggioranza dei tifosi della Lazio non sposta nulla, visto che da mesi ripetiamo tutti che il risultato del campo in questo momento è l’ultimo dei nostri problemi: quindi vittorie, pareggi o sconfitte non spazzano via e non accrescono la voglia, la necessità di cambiamento, di voltare pagina e in modo definitivo.

So già che qualcuno storcerà la bocca leggendo questo articolo, che qualcuno non capirà o non approverà. Così come so che qualcuno, invece, scorrendo il racconto di questo post Atalanta-Lazio già entrato nella storia forse si identificherà in queste parole e nelle sensazioni provate nell’ennesima notte folle a tinte biancocelesti.
Ma non mi preoccupo di quello che può pensare chi non mi conosce realmente e chi non ha mai provato nemmeno a capire come sono fatto.
Parlo di chi leggendo i miei articoli o i miei commenti (e spesso e volentieri leggendo tra le righe) ci ha sempre letto quello che gli faceva comodo leggerci, quello che voleva leggerci per rafforzare la sua idea che io sono un nemico della Lazio.
Secondo qualcuno il nemico numero uno, ancora più di chi da anni ha instaurato una vera e propria dittatura, imponendo la sua presenza e negando anche il diritto di pensarla diversamente da lui, di poter esprime liberamente quei diritti sanciti dall’articolo 21 della Costituzione ma che se esercitati da chi contesta Lotito vengono scambiati o spacciati come un complotto, come un’istigazione a delinquere.

Parlare oggi di questo ancora prima che dell’incredibile successo di ieri, dell’ennesimo capolavoro fatto da Maurizio Sarri e dell’incredibile impresa compiuta da Edoardo Motta che con una notte da assoluto protagonista si è meritato un posto tra gli immortali biancocelesti, fa parte della follia dell’essere laziali oggi, dell’impossibilità di vivere serenamente e di assaporare fino in fondo il sapore di questa vittoria, di questo traguardo.
Ma è così e negarlo sarebbe come negare la realtà, come mentire non solo agli altri ma anche a noi stessi. Perché in tanti non l’hanno vissuta con animo sereno la partita di ieri, combattuti tra lo sperare nel miracolo e il credere che anche un’eliminazione non sarebbe stata poi proprio un male. Anzi.
Follia, la follia dell’essere laziali oggi nell’era-Lotito, nel non accettare il falso dogma che Lotito sia una cosa e la Lazio un’altra, negando quella realtà che invece il padrone della Lazio ci sbatte in faccia da quasi ventidue anni ogni volta che apre bocca, come quando ha detto di recente in una delle tante telefonate diventate virali: “Questa società un solo nome e cognome: Claudio Lotito”.

Ma si può essere tristi per una vittoria come quella di ieri sera? No, non si può. È contro natura, così come è contro natura tifare per la sconfitta della tua squadra del cuore.
Per quanto io sia da sempre ANTI-LOTITO, non ci riesco a farlo, non riesco a tifare per chi gioca contro la Lazio (sono uno dei pochi che non lo ha fatto nemmeno in occasione di quel Lazio-Inter del 2002 e ci sono le registrazioni di quelle trasmissioni in cui altri, invece, sostenevano che era meglio perdere…) e non potevo certo farlo ieri sera.
Non solo perché è contro natura e perché io sono e sarò sempre laziale prima di qualsiasi altra cosa, ma anche per affetto e stima verso Maurizio Sarri, unico faro di speranza in questa tempesta.
E per riconoscenza verso una squadra modesta quanto vogliamo e con limiti palesi, ma che sta dimostrando in questa stagione di avere un cuore grande, enorme.
Perché questo noi abbiamo sempre chiesto a chi indossa quella maglia: avere cuore, combattere, dare tutto e che sia 10, 30, 50 o 100 non fa differenza. E l’emblema di tutto questo è Patricio Gabarrón Gil, meglio noto come Patric: non un campione, ma uno che ci ha sempre messo l’anima e che per il bene della Lazio ha accettato di giocare in qualsiasi ruolo, ora addirittura da regista per sopperire all’assenza di Rovella.
Un ragazzo che esulta per un’entrata in scivolata riuscita, per un tackle vinto, per un intervento in extremis che evita un gol avversario che sembra già fatto.

Ecco, chi dice che noi laziali “abbiamo ancora il caviale di Cragnotti tra i denti”, che “siamo incontentabili” e “che vogliamo solo i campioni” o non è laziale o non ha capito proprio chi e cosa sono i laziali.
I laziali sono quelli che hanno amato alla follia Antonio Elia Acerbis e che a distanza di quasi 40 anni ancora ricordano il giorno in cui in un derby sotto gli occhi di D’Elia (che fece finta di non vedere) prese per il collo Giannini che faceva l’arrogante fino a sollevarlo da terra. E lo hanno amato forse più di Veròn.
I laziali sono quelli che forse hanno amato più Guerino Gottardi di tanti altri celebrati campioni di quella squadra che ha vinto quasi tutto e che con un pizzico di buona sorte avrebbe potuto veramente vincere tutto, Champions League compresa.
E siccome sono laziale per scelta (perché venendo da una famiglia “mista”, laziale dalla fondazione da parte di padre e romanista dalla fusione del 1927 da parte di madre ho scelto la Lazio) oltre che per tradizione, io non posso tifare contro la Lazio. Non ce la faccio proprio…
E quindi, ieri ho vissuto una delle giornate più allucinanti della mia vita, combattuto tra bene e male.
Amici che mi scrivevano per convincermi ad andare a Tor di Quinto, altri che mi chiamavano per invitarmi ad andare da loro a vedere la partita, ma a tutti ho dato la stessa risposta: no, grazie, non ce la faccio.
E non ce l’ho fatta al punto che non ho nemmeno acceso il televisore. Io che ho seguito la Lazio ovunque, non solo in Europa ma in trasferte negli anni bui in posti che molti laziali non hanno mai visto, in stagioni in cui eravamo a volte 40/50 contro uno stadio intero, ieri sera non ce l’ho fatta a sintonizzarmi su Italia Uno.
Nemmeno per vedere i supplementari o l’epilogo dei rigori, perché ero come morto dentro. Ecco, questo è il termine giusto per spiegare come mi sento da un po’ di tempo a questa parte: sono morto dentro, anche se combatto ogni giorno per portare avanti le mie idee e quello in cui credo.

Non mi era mai successo, ma è così. E questo fa parte della bellezza e al tempo stesso della follia dell’essere laziale oggi.
So che in molti stanno così, anche se lo nascondono, anche se oggi postano foto di esultanze sfrenate loro o dei giocatori.
Io non mi sono mai nascosto in vita e quindi non lo faccio nemmeno oggi. Sono felice? Sì. Sono triste e ho il magone per il timore per cosa potrebbe esserci dietro l’angolo o al pensiero che un successo finale potrebbe allungare la nostra agonia da tifosi? Sì.
È un controsenso? Sì, lo è, come lo è agli occhi di Palella ricevere una valanga di insulti per un post di esultanza messo su X per festeggiare la qualificazione della Lazio, perché lui è convinto di aver fatto “il bene della Lazio” in questi ultimi dodici mesi e non riesce a comprendere quindi perché la gente lo attacchi, lo consideri un “male” e lo inviti a stare lontano dalla Lazio.
Palella non capisce e non può capire perché non è laziale. Così come non possono capire né Floridi né Fabiani.
Così come non capisce da quasi 22 anni Claudio Lotito, che non se ne fa una ragione per il fatto di essere considerato il peggior presidente della storia della Lazio, visto che numeri alla mano ha vinto solo un trofeo meno di Sergio Cragnotti che invece viene idolatrato, trattato con gli onori che si riservano ad un Imperatore. Mentre lui viene considerato quasi un usurpatore.

I laziali li possono capire solo i laziali. I MALEDETTI LAZIALI che vivono sensazioni contrastanti: quelli che oggi gioiscono senza SE e senza MA e quelli che invece non riescono nemmeno a gioire per la qualificazione di ieri. Perché noi laziali siamo questo: tutto e il contrario di tutto.
A volte incomprensibili agli occhi di chi ci guarda da fuori, ma non agli occhi di chi come Sarri non è nato laziale ma si è completamente immerso nella Lazialità. Quello che non ha mai fatto Lotito, quello che non potranno mai fare i Palella, i Floridi, i Fabiani.
E potrei citarne tanti altri che si spacciano per laziali ma non lo sono realmente.
La Lazio dà e la Lazio toglie ho scritto circa 370 giorni fa. E ieri lo “stellone” ci ha restituito quello che il destino ci aveva tolto un anno fa. Ironia della sorte, sempre dagli 11 metri.
“Papà, essere della Lazio è un inferno”, mi ha detto mio figlio la notte del 17 aprile 2025 crollando in lacrime tra le mie braccia al rientro a casa dopo quel Lazio-Bodo.
“Sì, è vero amore mio, essere laziali è un inferno”, gli ho risposto, aggiungendo “ma anche oggi quella scelta di sposare per sempre la squadra con i colori del cielo la rifarei mille, un milione, un miliardo di volte.
Perché vedrai che le lacrime di dolore di questa sera, di dolore fisico e dell’anima, un giorno si trasformeranno in lacrime di gioia, di una gioia senza eguali perché arriva all’improvviso dopo anni o mesi di sofferenza”.
Perché come dico e scrivo da sempre l’amore è anche sofferenza. Atroce in qualche caso, soprattutto per chi è giovane e non è temprato, perché ci ha appena messo piede in questo inferno laziale.
Per noi, per quelli della mia generazione, Lazio-Bodo è stata invece solo una cicatrice che si è aggiunta alle altre, il lato oscuro di una medaglia che raramente mostra il lato bello e lucente.
E oggi questo Lazio-Atalanta è un ricordo da conservare gelosamente nel cuore, il lato bello e splendente di quella medaglia.
Perché la Lazio dà e la Lazio toglie, così come la vita che ci regala gioie e dolori, grandi amicizie e grandi amori destinati a durare per sempre, grandi delusioni e tradimenti che sono come ferite che non si rimargineranno mai.
Ma è bellissimo essere laziali, essere come diceva il mio amico Francesco Bilotta, “gli Ultras della squadra maledetta”. O come si dice oggi i MALEDETTI LAZIALI.
È bellissimo oggi come lo era anche quel 18 aprile del 2025, il giorno dopo Lazio-Bodo. Nonostante le contraddizioni e le sensazioni contrastanti di cui parlavo all’inizio.
FORZA LAZIO! Sempre e comunque…
