Quell’impossibilità di essere “normali”
È passato un anno dall’ultima cosa “normale” che ho visto in casa Lazio. Parlo di quella serata di Lazio-Bodo, dello spettacolo sugli spalti offerto da quella sontuosa scenografia destinata a restare nella storia come una delle più belle e al risultato del campo, amaro per noi ma normale perché fa parte del gioco, del vincere o perdere.
Da quella notte del 17 aprile 2025, non ho visto più nulla di “normale”, ma solo una serie infinita di cose che sono andate ben oltre l’immaginazione e che hanno portato a scavare un solco tra la società e la quasi totalità del mondo Lazio, anche grazie ad una comunicazione che con l’ausilio dell’intelligenza artificiale ha esaltato spesso e volentieri il nulla cosmico, per non far vedere il nulla reale che avevamo davanti agli occhi.

A partire da quel pareggio ottenuto a San Siro contro l’Inter, all’impresa degli “eroi” esaltata dalla nuova comunicazione virtuale biancoceleste. Eroi che poi si sono sciolti come neve al sole appena una settimana dopo, in quella tragica serata del 25 maggio in cui sconfitta dal Lecce la Lazio ha infranto quel sogno europeo che durava da 8 anni.
Poi l’annuncio del ritorno di Sarri per tappare la falla, condito dalle bugie raccontate all’allenatore sulla Lazio del futuro e all’omissione sull’impossibilità di poter fare mercato, nonostante fosse già arrivata a Formello la PEC con cui la Covisoc annunciava ufficialmente alla Lazio che nell’estate 2025 non avrebbe potuto fare nessuna operazione in entrata.

Poi la scelta di fare il ritiro a Formello, per sfruttare la comodità e il “microclima” ideale per preparare la stagione (aveva detto Lotito) e per mandare in frantumi la prima di mille promesse non mantenute di questa annata: quella fatta da Lady Lotito con l’annuncio che il ritiro sarebbe stato aperto ai tifosi, con Formello trasformato in un luogo in cui realizzare molte iniziative.
Risultato, Formello blindato, squadra isolata e squagliata grazie all’ideale microclima di Roma in estate, con punte di 40 e passa gradi e l’impossibilità di allenarsi se non di mattina prestissimo o la sera tardi per evitare almeno svenimenti da colpi di sole.
Poi l’inizio della guerra ai tifosi da parte di Lotito: le denunce a raffica, il tentativo di far saltare la manifestazione ai Fori Imperiali e gli attacchi sistematici ad una tifoseria che nonostante il nulla cosmico in rapporto alle promesse e ai progetti sbandierati stava sottoscrivendo quasi 30.000 abbonamenti.

Per non parlare dell’anormalità dell’andamento di un titolo Lazio che a fine agosto ha iniziato a decollare a fronte del nulla, in assenza di sponsor, di progetti per aumentare il fatturato, di novità sullo stadio e di risultati della squadra, travolta all’esordio a Como ben oltre il 2-0 finale.
Non mi metto a fare la cronistoria o il diario day by day di questi 12 mesi, sia perché servirebbe un libro per farlo sia perché sarebbe come auto flaggellarsi ripensando a quello che abbiamo vissuto tra interviste-comizi, scampanellate al Nasdasq, conferenze stampa improvvisate e surreali e l’annuncio di sogni responsabili a base quinquennale.
Come sorvolo sulla miriade di stoccate lanciate da Maurizio Sarri che, dopo aver retto sempre il gioco a Lotito e Fabiani nella sua prima esperienza laziale, quest’anno ha deciso di non far passare nulla e di smentire il suo assenso all’arrivo di giocatori scelti dalla società e il suo avallo ad un mercato invernale di ulteriore ridimensionamento.

Ma provo a fare un breve riassunto…
Lotito parla da più di un anno di Ac(c)cademy per giustificare i soldi inseriti a bilancio e versati dalla Lazio alle sue aziende che devono fare i lavori, ma nonostante le promesse fatte l’estate scorsa ai genitori dei ragazzi delle giovanili da aprile 2025 a oggi non solo non è stato realizzato nessun nuovo campo a Formello, ma non sono state gettate nemmeno le basi per farlo in tempi brevi.
Non c’è l’Academy fantasma e nemmeno la chiesa al centro del villaggio di Formello, perché pure quegli annunci trionfali e un po’ provinciali si sono persi nel vuoto degli impegni disattesi e dell’impossibilità di fare e dire cose normali.

Sarri ha fatto capire a più riprese che non esiste nessun progetto tecnico in questo terzo anno zero consecutivo, così come non c’è stato alcun ringiovanimento della rosa.
Già, perché nonostante la partenza di tutti o quasi i migliori del passato la Lazio oggi ha la terza rosa più vecchia d’Europa. Non della Serie A, ma di tutti i maggiori campionati del vecchio continente.
Ma poi tocca sentire mister “caldaia” dire che la rosa è stata ringiovanita e che bisogna aver pazienza perché è iniziato un nuovo corso, ma anche che i tifosi devono mostrare buonsenso per superare gli attriti con la società e mettere fine a questa guerra. Sì, pure questo abbiamo dovuto sopportare…
Si parla di Lazio come di un grande club di caratura internazionale che vale più di un miliardo di euro e che ha una visione strategica, ma sotto gli occhi abbiamo una società senza un piano industriale (l’ultimo è datato 2004), incapace di generare nuovi ricavi e che cerca di arraffare dove può soldi perché a causa della gestione scellerata dei tesoretti garantiti da 2 partecipazioni alla Champions continua a ridimensionarsi perché senza continui tagli alle spese si rischia il naufragio a causa del crollo del fatturato.

E nonostante i sogni responsabili annunciati e poi scaduti e messi in un cassetto, non si vedono all’orizzonte realtà in grado di assicurare quella solidità di cui si vanta il patron.
Patron che, per usare le sue parole, non è certo cojon, perché dal 2004 a oggi non ha versato nelle casse della Lazio nemmeno un soldon.
Semmai ne ha incassati e prelevati, per lui e per le sue aziende. E anche questo fa parte dell’impossibilità di essere normali e per noi che abbiamo a cuore le sorti della Lazio di assistere a cose normali.
Niente realtà solide, ma soliti proclami: puntualmente disattesi, ridisegnati, con scadenze rinviate di continuo per qualsiasi cosa, in primis per l’inizio di questa benedetta conferenza dei servizi sullo stadio Flaminio che rischia di diventare un sequel di “Aspettando Godot”.
“E che problema c’è se i tifosi non vengono allo stadio, faccio un aumento di capitale e sistemo tutto” ha detto qualche settimana fa Claudio Lotito rispondendo indispettito come sempre all’ennesima domanda su quale effetto avrebbero causato lo sciopero dei tifosi e l’assenza di incassi alle già disastrate casse della Lazio.
Ci pensa lui, insomma, ma di aumenti di capitale non c’è traccia e si punta a vivacchiare mettendo a bilancio vecchi crediti per i diritti TV e l’arrivo improvviso di uno sponsor.
Operazione, quella dello sponsor, sulla quale evito di soffermarmi per il momento, sia per la fumosità della cose che per la presenza di personaggi legati alla realizzazione di questa operazione e che per i loro precedenti mettono i brividi. E non di piacere…
Nell’impossibilità di essere normali rientra anche la finta mano tesa verso i tifosi con l’apertura del centro sportivo di Formello in vista della semifinale di Coppa Italia di mercoledì.
L’Atalanta lo ha fatto oggi aprendo le porte dello stadio a tutti i tifosi atalantini, con ingresso assolutamente libero e senza dover acquistare (anche se a titolo gratuito) biglietti per l’ingresso dopo aver lasciato nome, cognome, indirizzo, codice fiscale, gruppo sanguigno e la promessa solenne di non fare nessun coro di dissenso verso la proprietà e di non far entrare nessuno striscione o stendardo di contestazione.
Chissà se sono strani quelli lì a Bergamo o se invece è oramai impossibile vedere qualcosa di normale da queste parti…

Davanti al quadro di questi mesi, uno si immaginerebbe di vedere una comunicazione schierata in toto dalla parte della stragrande maggioranza dei tifosi che contestano e una politica locale preoccupata per il fatto che la Lazio, giorno dopo giorno, stia diventando sempre più un problema: sociale e di ordine pubblico.
Invece, no. Perché l’impossibilità di essere normali che regna sovrana a Formello ha contagiato, come un virus, anche gran parte della comunicazione laziale. O presunta tale.
Perché ascoltando certe trasmissioni e certi opinionisti, il problema non è quello che ha combinato la società negli ultimi 12 mesi, il problema sono i tifosi che con la loro assenza dallo stadio rischiano di far morire economicamente la Lazio e di danneggiare l’immagine della società convincendo i giocatori che ci sono ad andare via e quelli che dovrebbero arrivare a scegliere altre destinazioni.
Un capovolgimento della realtà, tipo quello a cui abbiamo assistito in questi giorni con il rilancio da parte della politica dell’ipotesi (irreale) del complotto per scippare a Lotito la società (nonostante dall’alto del suo 67% Lotito sia come ripete sempre inattaccabile e la società non scalabile) diffondendo false informazioni con lo scopo di abbassare il valore del titolo.
Titolo che, invece, dal 1° luglio del 2025 alla chiusura di venerdì 17 aprile è aumentato di valore di circa il 75%, passando da 0,806 euro ad azione agli 1,42 euro dell’ultima seduta.
Insomma, niente di normale come all’orizzonte non c’è nessun sogno responsabile, ma solo l’ombra di quel sogno e di quella gestione irresponsabile e da incubo che turba da quasi 22 anni i sogni di chiunque abbia a cuore le sorti della Lazio.
E non c’è alcuna speranza che i protagonisti di questo incubo possano cambiare né il loro modo di essere né il loro modus agendi.
L’unica possibilità per vedere la fine di questo incubo e il ritorno della normalità è che cambino gli attori protagonisti: tutti, dal primo all’ultimo.
Eccezion fatta per Sarri. L’unico che dice e fa cose normali, l’unico che parla da laziale e che cerca di regalare qualche momento di gioia ai tifosi della Lazio…
