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Ma da che pulpito…

17 Aprile 202617 Aprile 2026 Stefano Greco Abodi, Figc, Gravina, lazio, liberalalazio, Lotito, Malagò, Millenovecento, sslaziofans
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Certo che il nostro è veramente un Paese strano. E uso il termine strano per non usare il termine ridicolo che, probabilmente, sarebbe il più appropriato parlando della situazione del calcio italiano dopo le dimissioni “forzate” di Gabriele Gravina, vertice della piramide di colpevoli dello sfascio attuale dell’Italia pallonara.

Gabriele Gravina si doveva dimettere non perché siano colpa sua quegli errori dal dischetto nella sfida con la Bosnia, ma per aver (dall’alto di quel 97% e passa di voti ricevuti nella sua recente rielezione a capo della FIGC) mancato a porta vuota la chance di mettere a segno le riforme necessarie per rilanciare il calcio italiano.

Gabriele Gravina aveva promesso la riforma di tutti i campionati (a partire dalla Serie A con 18 e non più 20 squadre) e non è riuscito nemmeno ad abbozzare il progetto.

Gabriele Gravina si era impegno a far intraprendere al calcio italiano strade già battute da altri (Germania, Francia, Inghilterra…) per rilanciare non solo la nazionale ma per modernizzare un sistema rimasto ai fasti degli anni 90 e con le strutture ristrutturate o costruite per ospitare quei Mondiali del ’90.

Gabriele Gravina ha promesso ma non ha mantenuto nessun impegno preso, a partire dalla costruzione degli stadi di proprietà, impianti moderni in grado di ospitare gli Europei del 2032 che sembrano lontanissimi, ma che parlando di stadi da costruire ex novo sono dietro l’angolo calcolando i tempi della burocrazia in questo strano e disastrato Paese.

Gabriele Gravina, già in occasione del suo primo mandato aveva promesso di chiudere i conti con il passato, chiarendo una volta per tutte le vicende legate a quattro scudetti “contesi”.

Per portare a termine questo impegno, ha creato (e pagato…) una commissione ad hoc di esperti che sotto la regia e la guida di Matteo marani (all’epoca SKY, oggi presidente della Lega Pro) ha lavorato per anni e chiuso i suoi lavori con tanto di conclusioni finali inviate al presidente federale.

Ma quelle conclusioni, sono rimaste chiuse a doppia mandata in qualche cassetto.

Gabriele Gravina, quindi, si doveva dimettere perché si è presentato come il nuovo che avanza e ha finito per diventare il vecchio che ha ricalcato le orme del passato, lasciando il calcio italiano nello stesso pantano (mancata qualificazione ai mondiali del 2026) in cui lo aveva trovato (mancata qualificazione ai Mondiali di Russia) nel lontano 2018.

Otto anni buttati senza fare una sola riforma. Otto anni sprecati vedendo gli altri crescere e il calcio italiano scendere sempre di più in basso, fino allo sfascio attuale della Nazionale, di una Serie A sempre meno appetibile (sia per i tifosi che per le PAYTV), una Serie B con scarsissimo seguito e visibilità e una Lega Pro ogni anno che perde a campionato in corso un paio di squadre, con altre che chiudono con penalizzazioni (il Trapani -25 quest’anno) assurde e che stravolgono sia il verdetto del campo che la regolarità del torneo.

Gabriele Gravina ha fallito e giustamente è stato accompagnato verso l’uscita, ma non ha sbagliato da solo, quindi insieme a lui altri sarebbero dovuti uscire di scena, a partire da chi ha fatto parte degli ultimi 2/3 consigli federali, ovvero di chi ha votato, deciso e governato insieme a Gravina.

Invece, no. Abete (dimissionario dopo il flop della Nazionale ai Mondiali del 2014) si ricandida dopo 12 anni e a 75 anni di età con rinnovatore del calcio italiano e Claudio Lotito, consigliere federale sia in occasione delle mancata qualificazione a Russia 2018 (era vicepresidente federale e tutt’uno con Tavecchio) che a Qatar 2022, da giorni pontifica dando ricette su come risollevare il calcio italiano.

Lui, che sta affossando la Lazio a causa della sua incapacità cronica di generare nuove entrate, lui che dal 2004 non ha mai presentato uno straccio di nuovo piano industriale (perché per chi non lo sapesse la Lazio ha ancora quello varato dal duo De Mita-Masoni…), lui che è il presidente più contestato d’Italia e che p riuscito a spingere anche gli abbandonati a disertare per protesta lo stadio, dà lezioni e dispensa ricette su come resuscitare il calcio italiano.

Lui, che da quattro lustri usa la Lazio come una sorta di vacca da mungere a beneficio personale diretto (stipendi a 6 zeri) e indiretto (i circa 170 milioni di euro incassati dalle sue aziende per “servizi” resi alla Lazio dal 2006 a oggi), ieri nell’ennesima esternazione delle ultime due settimane se né uscito così.

“La Serie A è una mucca da mingere che tutti sfruttano. Credo che il Governo e il ministro Abodi abbiano l’opportunità di nominare un commissario per la FIGC. Gli strumenti per riformare il calcio ci sono; resta da vedere se c’è la volontà”.

No, non è uno scherzo, lo ha detto veramente… Lui che è stato consigliere federale per più di metà degli anni passati alla guida della Lazio, presente in tutti i governi calcistici che hanno prodotto ZERO RIFORME, dà lezioni agli altri su come risollevare il calcio italiano.

Lui che sta nel calcio da anni, per giunta ricoprendo ruoli importanti, con un colpo di spugna pretende di cancellare le sue co-responsabilità per lo sfascio attuale del sistema calcio italiano, invece che farsi da parte o uscire dal sistema pretende di dare lezioni e lo fa con la sua consueta arroganza, pontificando e proponendosi come un cavaliere senza macchia e senza paura, come un salvatore.

Lo stesso “salvatore” che dal 2004 ha portato la Lazio dal funerale al coma, poi al coma vigile e ad un parziale risveglio, per poi farla precipitare nuovamente in un coma profondo che rischia di portarla nuovamente al funerale.

La cosa grave, non è che Lotito si agiti e che sfrutti questa crisi per avere una vetrina mediatica, ma che qualcuno gli dia credito, visibilità ed eco, senza rinfacciargli il fatto che lui è stato complice e co-responsabile di questo sfascio.

Sia come consigliere della Federcalcio, che come Consigliere della Lega di Serie A e proprietario della Lazio.

Invece di preoccuparsi di risolvere i problemi che ha dentro casa e che non riesce a risolvere perché non è in grado di produrre né ricette né un progetto credibile agli occhi della piazza laziale, Lotito dice al Governo che cosa dovrebbe fare e pretende di essere parte integrante del nuovo governo calcistico.

In Lega ha provato a creare un fronte anti-Malagò ed è rimasto da solo con tutte le altre società che si sono schierate a favore della candidatura di Malagò a successore di Gravina e neanche questo gli è bastato per capire che oramai il calcio italiano lo ha messo alla porta.

In modo forse più gentile, ma con la stessa decisione con cui i suoi tifosi gli stanno chiedendo di uscire anche dalla storia della Lazio.

E nonostante questo, ancora si agita, urla, pontifica, propone ricette e dispensa con la sua proverbiale arroganza lezioni.

Da quale pulpito viene da dire. Ma la cosa grave è che, come al solito, a pensarlo e soprattutto a dirlo sono solo il sottoscritto (e pochi altri colleghi) e i tifosi della Lazio, stremati da quasi 22 anni di progetti-fantasma e di solide realtà che si sono rivelate alla fine solo soliti “bla, bla, bla”…

Perché in realtà, Claudio Lotito è solo un disco incantato e per giunta anche un po’ stonato e gracchiante, uno che da lustri ripete sempre e solo le stesse cose e le stesse battute.

Come quella che gli piace tanto ora: “Oggi seguiamo regole previste in un calcio romantico, dove c’era il patron-coglion che metteva i soldon e andava tutto bene. Oggi gli interessi sono diversi, la visibilità è mondiale e le ricadute sul piano dell’immagine o identitario sono completamente diversi”.

Premesso che al contrario di tutti i proprietari di club di Serie A che investono e ci mettono del loro negli investimenti lui di “soldon” dal 2004 a oggi nelle casse della Lazio non ne ha mai messi, ma quale sarebbe la ricetta di Lotito per risollevare e rilanciare il calcio italiano?

Fare nuovi impianti di proprietà per tutte le squadre di vertice? Ma come pensa di poter essere credibile se ha presentato un plastico di uno stadio della Lazio nel 2005 e ad aprile 2026 non è ancora riuscito a presentare al comune di Roma un progetto definitivo?

È èbbligare tramite il Fair Play le società a tenere i conti in ordine? Ma se ha agitato per anni la bandiera del Fair Play per obbligare gli altri club italiani a investire di meno (perché lui non era in grado di tenere il passo, quindi il suo obiettivo era non alzare l’asticella ma abbassarla…) e poi alla fine è stato l’unico presidente che è riuscito sforare tutti i parametri della Covisoc e ha avuto una sessione di mercato completamente bloccata.

È portare nuove risorse economiche per far crescere il movimento? Ma se lui in 22 stagioni è stato per 17 annate con la maglia della Lazio vuota perché non è riuscito a trovare uno straccio di main sponsor e ha entrate da merchandising che fanno ridere se paragonate con quelle di tutti gli altri club della Serie A e lontane anni luce da quelle che incassano ogni anno le altre grandi.

È valorizzare i vivai? Ma se ha distrutto il settore giovanile della Lazio che prima del suo avvento è sempre stato un serbatoio importante per la prima squadra mentre oggi nella rosa di Sarri c’è un solo giocatore uscito dalle giovanili della Lazio (Cataldi) che ha quasi 32 anni ed è stato “ripescato” l’estate scorsa solo perché la Lazio non poteva fare mercato.

Lotito non solo non può essere il nuovo che avanza, ma è il “vecchio che tenta di riciclarsi” o che cerca disperatamente di restare a galla. Per giunta, inviso praticamente all’intero sistema calcio e ancora di più alla quasi totalità della piazza laziale che lo conosce bene. Anche troppo bene.

Da quale pulpito, veramente. Ma la colpa non è certo di Lotito che, dopo 22 anni, fa benissimo a continuare a fare solo ed esclusivamente gli interessi di Claudio Lotito.

La colpa è di chi gli mette ancora davanti un microfono per dispensare lezioni e gli garantisce una vetrina mediatica senza mai fare nessuna domanda scomoda, senza rinfacciargli il fatto che lui non è solo parte integrante del fallimento del sistema-calcio in Italia, ma che lui è stato uno dei protagonisti principali e degli artefici di questo sfascio.

Anche basta, insomma. Ma basta per davvero e una volta per tutte…

Autore

Stefano Greco

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