Come si fa a spiegare che cos’era quella Lazio?
Un tuffo al cuore. Questo è quello che prova una laziale della mia generazione rivedendo le immagini di quel Lazio-Juventus dell’8 aprile del 1987, soprattutto in un momento come questo.
Negli occhi il vuoto di Lazio-Parma, l’ennesimo teatro vuoto di questo periodo di lotta disperata contro un padre-padrone che odia i laziali e che resta attaccato alla Lazio solo per interesse personale e per non ammettere nemmeno a se stesso che è finita, che la sua lunghissima avventura alla guida di questa società è arrivata al capolinea.
Nella mente e nel cuore, il ricordo del passato, di quello che siamo stati e non solo negli anni dell’oro cragnottiano, ma anche in periodi in cui era poveri ma belli e, soprattutto, orgogliosi di sventolare quelle bandiere e di esser riusciti a tenere in vita la Lazio in un momento in cui era più facile sparire che sopravvivere.

Sparire non solo dal punto di vista economico, ma dal punto di vista sportivo, della presenza in una città in cui a dominare era il giallo e il rosso, in cui essere laziali a Roma era come essere oggi palestinesi a Gaza.
Lo so, il paragone può sembrare esagerato, eccessivo, sbagliato perché non si mischiano calcio e guerra, una battaglia sportiva con una battaglia di un popolo che tenta disperatamente di sopravvivere ad una sorta di sterminio di massa.
Ma chi ha vissuto quegli anni, sa benissimo che non è esagerato, anche se oggi per quelli della mia generazione è difficilissimo spiegare a chi non ha vissuto quegli anni che cos’era per noi la Lazio e perché non possiamo più accettare l’idea che questo personaggio possa continuare a rappresentare la Lazio.
La NOSTRA LAZIO!

Come posso spiegare oggi a chi si lamenta perché questa protesta sta durando troppo e comincia a pensare che questo sacrificio di non entrare potrebbe risultare inutile perché fermarsi o arrendersi significherebbe non solo mettere la fine a qualsiasi speranza, ma soprattutto tradire quello che siamo sempre stati prima dell’avvento di questo personaggio?
Come faccio a spiegare a chi è cresciuto senza vedere la Roma vincere nulla d’importante che cosa è stato essere laziali a Roma in quei maledetti anni Ottanta, quando noi lottavamo per non affondare e quelli dall’altra parte del Tevere sono arrivati a 11 metri dal vincere il trofeo più importante del calcio europeo?

Come faccio a spiegare oggi che il mio/nostro problema non è certo vedere Ratkov o Dele Bashiru indossare quella maglia biancoceleste (perché abbiamo visto di peggio, di molto peggio…), ma il problema vero sono le continue prese per i fondelli da parte di chi, impunemente, prende in giro da lustri i tifosi della Lazio convinto che tanto siamo disposti a ingoiare qualsiasi cosa per amore di questa squadra e di questi colori?
Come faccio a spiegare oggi a intere generazioni di laziali che hanno vissuto solo l’era-Lotito che mi riprenderei di corsa Gianmarco Calleri (che non era certo più elegante e meno dittatore di Lotito) perché nel suo essere padre-padrone in quell’avventura ci ha messo soldi, cuore ed emozione: ovvero tutto quello che non ci ha mai messo Lotito?
Perché quando c’è stato da farsi da parte per il bene della Lazio e per consentire a questa società di volare dove lui non l’avrebbe mai potuta portare, Gianmarco Calleri si è messo l’ego in tasca e ha ceduto la società a Sergio Cragnotti. Senza fare storie, senza fare resistenza, senza parlare di complotti, senza andare in giro a urlare che qualcuno gli voleva scippare la Lazio…

È impossibile o quasi spiegare tutto questo a chi non sa che cosa sia la sofferenza, quella vera. A chi pensa che questi 22 anni di gestione-Lotito siano il massimo della sofferenza?
E allora nemmeno ci provo, nemmeno la combatto una battaglia persa in partenza con gente che magari mi risponde pure: “Vabbé, ma nella storia siamo stato peggio che sotto Lotito”, oppure che Lotito è comunque “il secondo presidente più vincente della storia della Lazio”.
Non ci perdo nemmeno tempo a discutere con chi pensa, dice o scrive queste cose, come non perdo tempo con i difensori dell’indifendibile che per supportare in qualche modo questa gestione stanno arrivando al punto da accusare i laziali che protestano di essere la “rovina della Lazio”, oppure i responsabili del declino di questa società e del ridimensionamento a cui stiamo assistendo.
Già, anche questo ho letto e sentito ultimamente, da parte di chi sostiene che la Lazio non ha uno sponsor perché con questa protesta i tifosi stanno allontanando chi vorrebbe investire nella Lazio.
Come se in queste 22 stagioni la Lazio avesse sempre avuto uno sponsor e non esattamente il contrario, ovvero la maglia vuota anche quando abbiamo giocato in Champions League e non c’era nessun tipo di contestazione, se non da parte della “sparutissima minoranza” che contesta da sempre questa gestione.

Siamo arrivati oramai alla legittimazione delle bugie raccontate da chi per giustificare sessioni di mercato sempre più al risparmio sostiene che i grandi giocatori non vogliono venire alla Lazio per colpa dell’ambiente o che i grandi giocatori che avevamo hanno chiesto di andarsene per colpa di chi contesta, non perché sono entrati in rotta di collisione con chi gestisce questa società.
Impossibile combattere contro questo tipo di propaganda di stile dittatoriale, contro questa continua mistificazione della realtà.
L’unica cosa da fare è ignorarli, impedirgli di trascinarci a lottare nel fango della menzogna dove si trovano perfettamente a loro agio.
Perché come diceva Oscar Wilde: “Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”.
Ecco, io queste battaglie non le combatto più, mi tappo le orecchie e vado avanti, oppure alzo le spalle e vado oltre. E mi rifugio nel passato, riprendo l’album dei ricordi per riassaporare vecchie sensazioni, per fare un pieno di emozioni in modo da trovare energie e forza per andare avanti.

Ma questo lo possiamo fare noi “vecchi” che abbiamo un vissuto di Lazio e sappiamo che cos’era la Lazio e che cosa eravamo noi laziali prima di questa “sciagura”, prima che questo meteorite precipitasse nel mondo rischiando di portarci all’estinzione, come è successo con i dinosauri.
Ecco perché le foto di quella notte sono un tuffo al cuore. Una notte, per chi non l’ha vissuta, che non è stata di gloria sportiva, perché quella sfida sul campo l’abbiamo persa e la Lazio è uscita dalla Coppa Italia dopo il miracoloso 0-0 dell’andata a Torino.
Ma nessun laziale di mia conoscenza baratterebbe quella notte di 39 anni fa con un possibile successo in Coppa Italia in questa stagione, perché quel Lazio-Juventus ha un significato che va oltre, molto oltre il risultato sportivo.
È stata la notte dell’orgoglio laziale, la notte che in un certo senso ha segnato la resurrezione della Lazio e l’inizio di una nuova era.
Perché quell’8 aprile, con la squadra che cercava disperatamente di evitare il baratro della Serie C recuperando quell’handicap di 9 punti, quelle 70.000 anime laziali hanno dimostrato quale era il vero potenziale di questa piazza, proprio come hanno fatto i laziali qualche settimana fa in quel Lazio-Milan.

Quelli eravamo, quelli siamo noi, quelli noi potremmo essere sempre se ci fosse qualcuno che ama la Lazio e che ha voglia di far sognare la gente laziale alla guida di questa società.
Invece, non c’è. Ed è per questo che il laziale sta combattendo, senza nessun tipo di aiuto e subendo anche accuse infami e infamanti, questa battaglia.
Una battaglia di LIBERTÀ, anche se qualcuno continua a dipingerla come una battaglia di interessi personali a scapito degli interessi della Lazio.
Quando invece è proprio chi sta alla guida della Lazio che resta lì solo ed esclusivamente per interesse personale, fregandosene completamente se questo significa danneggiare la Lazio o impedire a questo ambiente di poter tornare ad essere quello che è sempre stato.
Ovvero uno scudo a difesa della Lazio, un monolite che ha resistito a qualsiasi intemperia, un mondo che non accetta più di vivere sotto dittatura…
Questo è quello che noi laziali abbiamo dentro, queste sono le sensazioni che proviamo rivedendo quelle foto sbiadite dal tempo che per qualcuno non rappresentano nulla o quasi mentre per noi sono un ricordo indelebile che custodiamo nella memoria, nel cuore, nell’anima.
FORZA LAZIO!
