L’urlo LIBERTÀ arriva davanti al Parlamento
Piazza del Parlamento, alle spalle di piazza di Montecitorio, nel cuore pulsante della politica romana e nazionale, su quello stesso balcone in cui a giugno comparve quello striscione che in un certo senso diede il via a questa nuova fase di LIBERA LA LAZIO, da ieri sera è comparsa a caratteri cubitali celesti su sfondo bianco la scritta LIBERTÀ.
Quella parola censurata domenica scorsa all’Olimpico e che ora è diventata un coro assordante, una richiesta di giustizia e di attenzione rivolta dal popolo laziale sia alla politica che alla comunicazione, l’ennesimo grido disperato, quasi un’invocazione da parte del popolo laziale, stremato da 22 stagioni di solide realtà lotitiane.

Renato Calcara, nonostante le perquisizioni, gli interrogatori e gli avvisi di garanzia ricevuti, ha deciso di usare il balcone del suo appartamento che affaccia su piazza del Parlamento per lanciare l’ennesimo messaggio: non violento, non offensivo, ma destinato a fare rumore.
Lo aveva promesso che, restando nell’ambito della legalità, non si sarebbe arreso e non avrebbe smesso di protestare e di chiedere un futuro diverso per la Lazio.
E lo ha fatto, forte del motto “male non fare paura non avere” ma anche perché a quasi 80 anni ha deciso di non piegare la testa, di non accettare quello che ha considerato una sorta di sopruso subito in prima persona ma che in realtà, come dice lui, è l’ennesimo sopruso fatto al tifoso laziale.

“Dopo quello che è successo domenica all’Olimpico in occasione di Lazio-Milan, con quella scenografia autorizzata, realizzata e poi censurata, alcuni tifosi mi hanno chiesto di esporre sul balcone di casa mia quello striscione con la scritta LIBERTÀ.
Perché visto che le finestre di casa mia affacciano sul retro del palazzo del Parlamento, non esiste posto che possa dare maggiore visibilità alla richiesta del popolo laziale.

E io senza pensarci due volte ho detto sì, perché non c’è offesa, non c’è intimidazione, perché la parola libertà non può essere considerata illegale in un paese che si definisce libero e civile. E quindi non può né spaventare né essere vietata o censurata.
Altrimenti, bisognerebbe cancellarla anche dalla carta costituzionale.
E da questa mattina, tutte le persone che passano sulla piazza alzano gli occhi verso quel balcone, fotografano la scritta e in qualche caso applaudono pure”.

Questo è quello che mi ha detto questa mattina Renato Calcara, considerato da Claudio Lotito in quella denuncia fatta l’estate scorsa uno dei capi del “presunto complotto ordito ai suoi danni”, ma anche una pedina di un oscuro (quanto inesistente) mandante che agisce da dietro le quinte.
“Ma quale complotto, ma quale mandante. Io faccio solo quello che mi dice il cuore, il mio cuore che è laziale da più di 70 anni, da quando Claudio Lotito non era nemmeno un pensiero nella mente dei suoi futuri genitori.
E chi tifa Lazio e ha veramente a cuore le sorti di questa martoriata società, in questo momento chiede libertà, chiede di vedere una Lazio in mani forti in grado di garantirle di tornare ad essere competitiva, non comparsa ma protagonista.
Perché la gente laziale e l’Olimpico di domenica sera meritano una società diversa. Non una società che parla dei tifosi solo quando gli conviene e per fare vetrina con lo spettacolo offerto dai tifosi, ma che al tempo stesso nega addirittura di far comparire sulle Tribune della Tevere la scritta LIBERTÀ”.

Già, come può spaventare al punto da essere censurata la parola LIBERTÀ?
È una parola senza colore politico e/o sportivo, è un termine che può essere censurato o negato solo dove vige un regime, non dove c’è un Governo democraticamente eletto, dove c’è la libertà di votare i propri rappresentanti in Parlamento e di andare a votare, come nel prossimo weekend, addirittura per modificare la Costituzione.
E da domenica sera mi torna in mente il ritornello di quella canzone di Giorgio Gaber, soprattutto quel passaggio in cui dice…
La libertà non è un gesto o un’invenzione
Non è neanche avere un’opinione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione

Partecipazione. Ecco, domenica all’Olimpico c’è stata partecipazione, oltre che condivisione, ma in quel luogo di partecipazione e di condivisione di una grande emozione è stato oscurato il termine LIBERTÀ, attaccandosi ad un tecnicismo e con uno scarica barile di responsabilità su chi e perché ha deciso di non far esporre quella scenografia.
E alla gravità del gesto, si è aggiunto l’ancora più grave silenzio di tutti, in primis della politica e delle istituzioni.
Nessun intervento di condanna per quella censura, nessuna interrogazione parlamentare, nessun messaggio di sostegno ad una protesta civile e legittima di una tifoseria che in queste settimane nonostante le provocazioni e i soprusi non ha provocato alcun problema di ordine pubblico.
Una protesta che sta facendo il giro del mondo, finita addirittura nelle pagine del New York Times, ma che trova maggior risalto mediatico all’estero che non in Italia e a Roma, dove è confinata ai social e alle discussioni tra tifosi.
E questo, oltre ad essere grave, dovrebbe far riflettere, tutti, su quale significato abbia realmente oggi in questo paese il termine LIBERTÀ, se si arriva addirittura a considerarlo pericolo e/o offensivo, tanto da arrivare a vietarlo, a censuralo.
E qualcuno, prima o poi, dovrebbe rispondere a questa domanda e dare una spiegazione.
Ma questa volta credibile, possibilmente…
