Che esca la verità! Tutta la verità…
Sono passati quasi 20 anni, esattamente 233 mesi da quel 13 ottobre del 2006, dal giorno in cui Fabrizio Piscitelli, Fabrizio Toffolo, Yuri Alviti e Paolo Arcivieri, i quattro leader degli Irriducibili, furono arrestati.
In quasi 20 anni sono cambiati 3 papi, 5 Governi e 11 presidenti del Consiglio. Solo una cosa è rimasta la stessa, immutabile: la presenza di Claudio Lotito alla guida della Lazio.

In quei giorni di ottobre 2006 i magistrati hanno fatto capire a tutti, in modo chiaro e netto, di avere prove inconfutabili, ma quasi 4 lustri non sono bastati alla Giustizia Italiana per mettere la parola fine a questo processo e ad una vicenda che, invece, continua a mostrare ancora molti, troppi lati oscuri.
Già, perché oggi, a distanza di 233 mesi dal giorno di quegli arresti, inizia il processo di appello. E in uno stato di diritto non può essere considerato accettabile che un imputato debba aspettare più di 11 anni per iniziare un secondo grado di giudizio, visto che la sentenza di primo grado è stata emessa a gennaio del 2015.

Quasi 10 anni per avere una sentenza di primo grado, quasi 20 per completare un secondo grado di giudizio e chissà quanti per completare un iter che per legge non dovrebbe durare più di 8 anni. Che sono già un’enormità…
Sono amico di Paolo Arcivieri e di Yuri Alviti che conosco da quasi 40 anni, ma non entro nel merito della vicenda, perché sono garantista (per tutti…) e quindi per me il giudizio su chiunque resta sospeso fino alla sentenza definitiva.
Io dico solo che questi tempi non sono accettabili e solo chi resta imprigionato in questa macchina chiamata Giustizia sa che cosa significa essere stritolato da quel tritacarne mediatico che spesso e volentieri ti bolla e ti condanna ancora prima che inizi il processo di primo grado.

E questo, lo ripeto, non è accettabile. Perché quando arresti qualcuno e lo trattieni per più di 2 anni tra carcere e arresti domiciliari, dovresti avere delle prove talmente chiare, lampanti e inattaccabili da rendere rapido il corso della Giustizia.
Invece, chi ha seguito interamente tutto l’iter processuale, sa che di lati oscuri in questa vicenda che sono tanti, troppi.
E sono stati racchiusi in un libro, A TESTA ALTA, scritto da Paolo Arcivieri con il racconto documentale dell’intera vicenda, con documenti e atti processuali che mostrano una realtà dei fatti completamente diversa da quella che è stata data in pasto per anni all’opinione pubblica.

A partire dalle lettere minatorie che dalle udienze è emerso che siano state confezionate non dagli imputati per obbligare il proprietario della Lazio a vendere la società ma in casa per convincere Claudio Lotito a liberarsi della Lazio.
Anche perché era impossibile che qualcuno potesse lasciare una lettera minatoria davanti alla porta d’ingresso di una residenza privata, quindi scavalcando muri di recinzione e aggirando il controllo delle guardie, senza essere ripreso per giunta dalle telecamere.
Per proseguire con alcune delle “telefonate minatorie”, partite anche quelle non da utenze intestate agli imputati, ma addirittura da numeri di telefono della residenza di Lotito, ovvero da Villa San Sebastiano.
Ripeto, basta leggere quel libro scritto da Paolo Arcivieri per far nascere più di un dubbio sia sulla veridicità delle accuse che sul modus operandi dei magistrati che hanno condotto l’inchiesta.

Per quello che ha scritto in quel libro e per il contenuto dei documenti che distruggono quasi completamente il castello accusatorio, Paolo Arcivieri non ha ricevuto nessuna denuncia, nessuna querela per diffamazione.
Quindi, considerando soprattutto con chi abbiamo a che fare, si deve presumere che quello che c’è sdritto in quel libro sia tutto vero.
E se è tutto vero, allora ci si deve chiedere: perché qualcuno ha agito in quel modo? Perché ci sono voluti 10 anni per una sentenza di primo grado e 233 mesi per iniziare oggi il secondo grado di giudizio?

Ripeto, io pur avendo legami di amicizia con Paolo Arcivieri e Yuri Alviti (che non rinnego, anzi, confermo…) per correttezza non prendo le parti di nessuno, perché quando si è garantisti bisogna esserlo a 360 gradi.
Ma sia da cittadino che da tifoso della Lazio vorrei solo sapere la verità, tutta la verità, su quello che è realmente successo.
Perché non si può giocare con la vita della gente, anche se purtroppo succede spesso, troppo spesso in questo paese quando si parla di giustizia. E in questo caso la parola giustizia la scrivo rigorosamente con la “g” minuscola.
Perché so bene di cosa parlo, visto che sono rimasto stritolato pure io 22 anni fa da quel tritacarne (con un processo basato sul nulla e finito dopo 8 anni nel nulla e senza nemmeno una sentenza di primo grado, perché fin dal primo giorno è stato spedito sul binario morto della prescrizione…) e la storia purtroppo si sta ripetendo.
Non credo sia reato chiedere che sia fatta luce su questa vicenda che ha ancora tanti, troppi lati oscure.
Non credo che sia reato pretendere di sapere la verità, ripeto, tutta la verità.
Non solo quella raccontata da Claudio Lotito e dall’accusa. Perché quell’impianto accusatorio ha fatto fin dall’inizio acqua un po’ da tutte le parti.
Solo io questo mi aspetto da questo processo di secondo grado. Qualunque sia la verità…
