Fiumi di parole… e parolacce!
Mi aspetto mille scuse
Come sempre da te
Sei un fiume di parole
Dove anneghi anche me
Che bravo che sei
Ma questo linguaggio da talk show
Cosa centra con noi ?
Provo l’unico rimedio
Che adotto da un po’
La mia testa chiude l’audio
La storia la so
Sei fatto così
Dovrei limitarmi oramai a dirti di sì
Fiumi di parole, fiumi di parole tra noi
Prima o poi, ci portano via…

“Sei un fiume di parole dove anneghi anche me”, cantavano a febbraio del 1997 i Jalisse, meteore della musica leggera italiana che in quell’edizione di Sanremo hanno vinto a sorpresa il Festival con “Fiumi di parole” per poi sparire completamente o quasi di scena.
Claudio Lotito non è stato una meteora, purtroppo per noi e per il calcio italiano, ma da quasi 22 anni è un fiume di parole, inarrestabile, che con il suo incedere tumultuoso travolge tutto quello che trova sul suo cammino, spazzando via tifosi, giocatori, allenatori ma, soprattutto, sogni e speranze.
Le speranze di un cambio di rotta ventilato da qualcuno e regolarmente spazzato via da Lotito ogni volta che apre bocca, ogni volta che qualcuno gli mette davanti un microfono, ogni volta che ha un palcoscenico da usare per l’ennesimo comizio, ogni volta che un tifoso ha la pessima idea di chiamarlo per rimproverarlo di qualcosa.
E lui, campione del Mondo (anzi, del sistema solare o addirittura dell’Universo) di ego e di infallibilità, come si sente messo in discussione apre le cataratte e si abbatte contro il malcapitato di turno, senza preoccuparsi minimamente di quello che dice e di come lo dice, pur sapendo (perché è sempre così) che quella telefonata non è privata, ma è destinata a finire sul web e a diventare virale in un amen.

Così, alla viglia di Lazio-Atalanta, il presidente che ha svuotato con il suo comportamento l’Olimpico anche in una semifinale di Coppa Italia e che per provare a colmare quel vuoto ha tentato di regalare biglietti a piene mani (lui, noto in tutto il mondo per la sua tirchiaggine…), ha pensato bene di salire alla ribalta delle cronache e di rubare la scena alla squadra con l’ennesimo show, addirittura con due telefonate trash diventate immediatamente virali.
Una breve con una serie di insulti rifilati ad un azionista che lo ha chiamato per chiedergli conto della situazione economica traballante e per rimproverargli la sua ostinazione nel voler restare aggrappato alla Lazio nonostante la piazza stia facendo di tutto per fargli capire che lui non è più persona gradita; l’altra un interminabile botta e risposta con un tifoso, Pasquale Giuliani, che di mestiere fa il fisioterapista.

Dieci minuti del solito show, di parolacce, di insulti al tifoso a cui a più riprese dà (testuale) del “cojone che non capisce un ca..o”, di bugie e di mezze verità ingigantite, come la consueta favoletta dei 550 milioni di euro di debito che dice di aver pagato lui (ma quando mai…) tutti (ma abbiamo più di 200 milioni di euro di debiti a bilancio…) per “preservare sta ca..o de storia vostra a cui tenete tanto”.
La storia vostra, non nostra. Forse un lapsus freudiano, oppure finalmente un momento di sincerità in cui senza recitare ha confermato che la Lazio intesa come società è “roba sua”, ma la Lazio come storia e identità non è un suo patrimonio ma è, appunto, roba di noi laziali.
Dieci minuti con il solito linguaggio sguaiato e arrogante, la solita difesa dell’indifendibile (ovvero di se stesso) perché la verità è sotto gli occhi di tutti e non è quella dipinta da Claudio Lotito nel suo ultimo trash-show.
Perché secondo Lotito il problema della Lazio sono sempre gli altri: i tifosi in primis che sono incontentabili, quasi quanto Maurizio Sarri, l’altro grande bersaglio di Lotito insieme a Marco Baroni.

Perché se la Lazio non vince e, anzi, affonda sempre di più, la colpa non è della società che ha smantellato l’organico del passato costruendo una squadra palesemente più modesta.
No, la colpa è di Sarri che per dispetto non fa giocare i calciatori che ha scelto Lotito, che sono tutti fortissimi a prescindere perché li ha presi lui e, soprattutto, perché li ha pagati tutti i tanto. Troppo.
Noslin che da due anni quasi non struscia palle è fortissimo perché lo ha pagato 18 milioni e gliene hanno offerti 20. Dia che non la butta dentro nemmeno con le mani è fortissimo perché gli hanno offerto 18 milioni e “mo lo vendo così risolvo il problema”. Belahyane è fortissimo perché lo ha pagato 14 milioni e il polacco dal nome impronunciabile non gioca perché Sarri non lo schiera per fargli un dispetto.
Tutti fenomeni, come lui. E quelli che sono andati via invece non hanno lasciato la Lazio per non avere più nulla a che fare con questa società o perché era indispensabile vendere per riempire le casse vuote, ma perché sono scappati da Sarri.

Il solito copione. L’allenatore responsabile di tutto: del ridimensionamento della Lazio e dei mancati successi o degli insuccessi, come quella semifinale di Europa League sfuggita di mano perché (testuale) “quello stro..o di Baroni ha fatto tirare il rigore a Castellanos che era infortunato”.
Insomma, è sempre la colpa degli altri, anche se questo fiume in piena di parole da anni spazza via tutto quello che c’è di laziale che incontra sul suo tumultuoso e inarrestabile cammino.
Anzi, in realtà la Lazio non esiste più, perché (testuale…) “La Lazio ha un nome e un cognome: Claudio Lotito”.
È tutto racchiuso in quella frase: lui è la Lazio. Punto. Ma anche qui arriva la battuta contro Sarri e l’ennesima bugia. “La società compra i giocatori e l’allenatore bravo li fa giocare. Se non gli sta bene a Sarri se la comprasse la Lazio”.
Non c’è bisogno di Sarri, perché ci sarebbe la fila in realtà se la Lazio fosse in vendita, ma purtroppo non lo è, perché senza la Lazio Lotito non sarebbe nulla e sparirebbe completamente di scena in un amen come i Jalisse dopo il trionfo in quell’edizione di Sanremo del 1997.
Niente più microfoni, niente più telecamere, niente più riflettori, niente più telefonate in cui pontificare e offendere l’interlocutore che è sempre un povero “cojone” e uno che “non capisce un ca..o”.
Ma una novità c’è, a dire la verità, in questa nuova telefonata, arrivata ad aggiungere un po’ di “serenità” all’ambiente alla viglia della semifinale di Coppa Italia.

La novità riguarda lo sciopero dei tifosi che, a detta di Lotito, non lo preoccupa minimamente, nemmeno dal punto di vista economico.
“Il tifo sciopera? E che problema c’è? Mica vi ho chiesto i soldi io! Faccio un aumento di capitale e risolvo il problema”.
Quindi, tranquilli, a fine stagione ci pensa Lotito a risolvere in un amen i problemi economici della Lazio e a rilanciare il progetto, mettendo decine e decine di milioni di euro nelle casse con un bel aumento di capitale.
Certo, come no… Lui che dal 2004 a oggi non ha messo un solo euro nelle casse della Lazio ma tra stipendi e soldi incassati dalle parti correlate si è portato a casa qualcosa come 170 milioni di euro, ora fa l’aumento di capitale.
Un po’ come la favoletta dei 550 milioni di euro di debiti che si è accollato e che ha pagato lui.
Come li avrebbe pagati lui, di tasca sua come ci tiene sempre a precisare, non è dato saperlo, visto che dal 2004 a oggi a bilancio non risultano immissioni di capitali nella casse della società da parte dell’azionista di maggioranza assoluta.
Ma come ho scritto prima nei bilanci risultano sia i soldi finiti nelle casse delle aziende di Lotito che più di 200 milioni di euro di debiti, che nel 2019 erano poco più di 100 milioni.
Lo avrà raddoppiato il fantasma di Sergio Cragnotti questo debito negli ultimi 6 anni, oppure Inzaghi, Sarri, Tudor e Baroni, i colpevoli di turno serviti su un vassoio d’argento di volta in volta alla piazza pur di non ammettere di aver commesso anche un solo errore. Sia mai…
“Le mie parole sono spesso fraintese, mal interpretate”, ha detto Claudio Lotito un paio di settimane fa leggendo controvoglia quel compitino che gli avevano preparato il giorno della presentazione del progetto del Flaminio.
In realtà, non ci sono né fraintendimenti né dichiarazioni mal interpretate, perché quello che dice e come lo dice è chiaro, chiarissimo, in ogni dichiarazione e in ogni telefonata che finisce sul web.
Come sono chiare le offese, il linguaggio triviale, la violenza con cui si scaglia contro chiunque e la sua incapacità nel mettere la parola fine a questo che oramai sembra diventato un giochetto di società, con il numero di Lotito che sta nelle mani di chiunque e con chiunque che per rabbia o per avere qualche minuto di notorietà lo chiama e lo provoca. Diffondendo poi il video…
Altri non risponderebbero, altri attaccherebbero subito il telefono. Altri, ma non lui, perché per lui la “rissa” verbale è linfa vitale, un Gerovital, una sorta di elisir di eterna giovinezza che usa in dosi massicce, eccessive.
Lui è questo. È così dal 2004 e non cambierà mai. Fino alla fine…
