Basta, così stai uccidendo la Lazio…
Mio figlio Alessandro è un bambino di 5 anni, uno come tanti che è innamorato del calcio e della sua Lazio. Allo stadio fin da piccolissimo, il pallone sempre in mezzo ai piedi, a Natale o per il compleanno un’unica richiesta: la maglia della Lazio.
Certo, non è semplice tifare Lazio, perché a scuola e nello sport non è più come una volta, perché da qualche anno i bambini laziali si contano veramente sulle dita di una mano.
Lui, però, non si è mai perso d’animo e, anzi, ogni giorno il suo obiettivo è sempre stato quello di far diventare della Lazio i suoi amichetti. E in qualche caso ci è anche riuscito.

Le settimane di Alessandro sono sempre scandite dalla stessa domanda: “papà quando gioca la Lazio?”. E non si perde una partita neanche per sbaglio, perché è tanta, troppa la passione e amore per quei colori e per quel simbolo.
Al punto che a Sanremo si tifa per Tommaso Paradiso perché: “Papà, è forte ed e laziale come noi!”
Domenica pomeriggio, Torino-Lazio, una partita anonima, come tante altre viste in questa stagione.
Il ridimensionamento lento e graduale per noi adulti è chiaro e lampante. Ma per un bambino di 5 anni sono solo i 90 minuti della sua squadra del cuore, la più forte del mondo, con la partita vista rigorosamente con la maglia della Lazio indosso.
Eppure, questa volta, sul 2-0 per il Torino per la prima volta Alessandro ha cambiato idea. Basta partita, meglio giocare e fare altro perché: “è un noia e una tristezza questa Lazio, oramai perdiamo sempre e non mi diverto più!”

Questa domenica è andata così, una partita vista a metà con tanta delusione e amarezza… domani chissà.
Un bambino vuole solo sognare e questa Lazio non fa sognare più. Infatti Alessandro nel tempo libero si diverte cercando su YouTube i video della Lazio di Nesta o quella di Immobile, Luis Alberto e Milinkovic.
Non cerca certo i video di Noslin o Dele-Bashiru. Perché un bambino cerca sempre un idolo da imitare e invece nella Lazio adesso non c’è nessun simbolo, nessun idolo, solo mediocrità e buio pesto.
Caro Lotito, Alessandro e tanti altri bambini come lui oggi hanno solo deciso di cambiare canale e fare altro. Magari domani preferiranno andare a una festa o al cinema piuttosto che andare allo stadio.
La prossima stagione o in un prossimo futuro forse decideranno di non seguire più il calcio o, peggio ancora, cambiare squadra.
La Lazio è dei tifosi, la Lazio è dei bambini che ancora sognano un campione da imitare nel giardino sotto casa o nel campetto con gli amici.
Caro Lotito, visto che tu non puoi dare questo ai tifosi della Lazio e ai bambini, allora fai un passo indietro e lascia la Lazio, per evitare alla nostra Lazio di perdere per strada tanti bambini che, come Alessandro, stanno iniziando a preferire altro!
Forza Lazio! Lotito libera la Lazio.

Quella che ho ricevuto oggi a firma di Matteo Tomassi è solo l’ultima di una serie di lettere o di messaggi che mi sono arrivati in questo periodo da parte di papà preoccupati, disperati non per lo sciopero indetto dai tifosi a cui hanno aderito (da abbonati) e che li tiene lontani dall’Olimpico, ma perché stadio o non stadio la Lazio sta morendo: lentamente, ma inesorabilmente.
E con la Lazio si sta spegnendo anche la passione dei loro figli per il calcio e soprattutto la passione per questi colori che sempre più a fatica ogni genitore laziale cerca di trasmettere in eredità di padre in figlio.
Perché per ardere un fuoco ha bisogno di legna che dia forza e vigore alla fiamma, altrimenti quel fuoco è destinato, prima o poi, a spegnersi.
E la legna in questo caso è rappresentata dai giocatori, da chi scende in campo, da quei campioni in grado di far innamorare i bambini e di accendere la fantasia di tutti, grandi e piccoli tifosi.

In casa Lazio, purtroppo, non si sogna più da anni, perché alla guida della società c’è qualcuno che considera i sogni un qualcosa di fastidioso, quasi di deleterio.
Qualcuno che da anni parla solo di numeri, di conti, di bilanci e di solide realtà che poi tanto solide (come stiamo vedendo ultimamente) nemmeno lo sono, perché di solido e di strutturato in questa società non c’è nulla, assolutamente nulla.
Nemmeno l’Academy di cui si parla da 12 anni e che ancora non c’è, nemmeno la chiesa, oppure quello stadio di cui Lotito parla addirittura da 21 anni, da quando a fine maggio del 2005 ha presentato in pompa magna quel plastico dello Stadio delle Aquile, rimasto però solo un plastico e mai diventato nemmeno un progetto.
Non c’è una società solida, strutturata ed economicamente forte, ma una proprietà che si preoccupa solo di restare a galla, lasciando la navigazione a chi sogna invece di poter uscire dal porto per andare in mare aperto.
Non ci sono campioni, perché per comprare i campioni servono i soldi, tanti soldi da investire. E la Lazio in quasi 22 anni non ha mai varcato la soglia dei 20/22 milioni di euro per acquistare un giocatore.
E le poche volte che lo ha fatto o si è avvicinata a quella cifra di investimento, quei soldi sono stati buttati dalla finestra o quasi: basta pensare a Muriqi, a Castellanos, a Noslin…
Almeno, in passato, qualche ottimo giocatore a basso costo è stato preso ed è pure diventato idolo. Non so se per fortuna, per combinazione ma è successo: basta pensare a Ciro Immobile, ma anche a Felipe, Luis Alberto e soprattutto Sergej Milinkovic Savic, il gigante che per i ragazzini di oggi è stato un po’ quello che sono stati per noi “Cecco”, il gigante biondo padrone del centrocampo della Lazio dello scudetto.
Non uno con la classe e/o il carisma di Veròn, Mihajlovic e Simeone, ma uno che in quella Lazio di Sergio Cragnotti avrebbe potuto starci tranquillamente.

Da anni, però, la Lazio sul mercato non vince più neanche una scommessa, anche se qualcuno gonfia il petto con le plus valenze fatte registrare in estate (Tchaouna) o a gennaio (Castellanos e Guendouzi), oppure dice di aver creato dal nulla un patrimonio giocatori da 300 milioni di euro.
Peccato che quando è arrivato a Formello solo Milinkovic, Immobile, Luis Alberto e Felipe erano un patrimonio e sono stati venduti o addirittura “svenduti”.
Per sostituirli con giocatori che hanno floppato e che ci è stato raccontato che dovevano essere i pilastri della Lazio del futuro ma che in gran parte sono già stati rivenduti.
E altri saranno venduti la prossima estate e sostituiti da figurine o da mezze figure.
Questo perché da anni a Formello non c’è nessuno in grado di scovare giovani in grado di diventare campioni, perché si parla tanto di talent room, di monitor, di postazioni attive H24 per monitorare tutti i campionati del mondo, ma poi a Formello arrivano solo mezze figure spacciate per campioni, grandi colpi spacciati per fuochi d’artificio ma che al massimo sono miccette.
Per chi ha la mia/nostra età e che ha visto quella maglia indossata in passato da peones del calcio, può anche non essere un problema o un grande tormento vedere nella Lazio di oggi gente che prima dell’avvento di Lotito non avrebbe nemmeno varcato il cancello di Formello, ma per i bambini e per i più giovani, il discorso è diverso.
Perché i bambini hanno bisogno di avere degli idoli da imitare quando giocano a pallone con gli amici o quando con la palla al piede e facendo la radiocronaca vivono sfide immaginarie dentro la loro cameretta.
E i bambini di oggi della Lazio cosa imitano? I lisci di Ratkov, oppure Noslin, Dia e Cancellieri che è un miracolo non riescono a inquadrare la porta una volta a partita?
Sono arrivati a legarsi in modo viscerale a Pedro, l’unico con le stigmate del campione vero, l’unico in grado, nonostante l’età e gli acciacchi, di far sognare.
Ma poi, il vuoto, il nulla cosmico o quasi.
E non comprenderlo, significa non solo non avere a cuore le sorti della Lazio, ma non avere né un minimo di sensibilità né la capacità di comprendere che cosa serva per consentire ai genitori di tenere acceso quel fuoco chiamato passione nel cuore dei loro figli, soprattutto in una città in cui la propaganda spinge per quelli dell’altra parte e la Roma società lavora da anni per invadere e conquistare tutto il mercato.
E ci riesce, perché il marchio Roma è ovunque, mentre quello Lazio è relegato in qualche angolo nascosto della città e sta sparendo, come la squadra.
Quindi, è inutile lanciare piani quinquennali, è inutile parlare del 2032 o guardare ancora più in là, perché la Lazio non ce l’ha tutto questo tempo, rischia di sparire o di morire prima.
E tutto questo perché una persona ha deciso che la Lazio è roba sua e resta aggrappato a questa società con le unghie e con i denti, come un topo al formaggio, come un vitello alle mammelle della mucca.
Perché sa benissimo che senza Lazio, senza quella visibilità che gli garantisce da 22 anni l’essere “padrone” del 67% di questa società, lui tornerebbe in un amen nell’anonimato, nell’essere nuovamente uno dei tanti.
La Lazio non è una questione di soldi, perché vendendola Lotito ne incasserebbe così tanti da sistemare 4/5 generazioni e forse più.
La Lazio è una questione di visibilità e potere, è la chiave per entrare nei salotti buoni della città e in quelli televisivi, ma soprattutto è “roba sua”.
E solo l’idea che qualcuno gli dica o gli consigli che la deve vendere perché non è in grado di gestirla e di farla crescere secondo le aspettative della gente, lo fa manda ai pazzi.
E allora lui fa il contrario. Resta aggrappato a quel che resta della Lazio, chiude le porte di Formello, si circonda solo di qualche servo sciocco che applaude qualsiasi cosa faccia o dice e di pessimi consiglieri che per interessi loro lo convincono a resistere, a non mollare, a non aprire le porte a chi potrebbe far tornare nuovamente grande la Lazio.

Lotito lo fa per ego personale, ma anche per egoismo. Fregandosene completamente se intorno a lui oramai ci sono solo macerie, se con il suo comportamento danneggia anche il suo partito, se oramai è l’impresario di un teatro vuoto e se con il suo modo di gestire la società sta uccidendo giorno dopo giorno la passione, logorando quel filo che ancora tiene attaccata la gente alla Lazio.
Soprattutto senza mai pensare che questa terra bruciata ha fatto e sta facendo perdere alla Lazio le generazioni future, facendo danni che ci porteremo dietro per anni anche dopo la sua uscita di scena.
Perché prima o poi uscirà di scena. Più prima che poi speriamo, perché di Alessandro che si stanno staccando e disamorando ce ne stanno tanti, troppi. E se lo(i) perdiamo, la colpa non è della contestazione che ha portato allo svuotamento dello stadio, perché il problema vero è quello che si vede dentro quello stadio o negli altri stadi d’Italia, rappresentato da chi oggi indossa quella maglia biancoceleste.
Non più campioni, non più idoli, non più super eroi in grado di far innamorare i bambini e dare forza ai sogni e vigore a quel fuoco chiamato passione.
Per questo Claudio Lotito deve lasciare la Lazio: perché da uomo incapace di amare e di sognare sta uccidendo la Lazio che proprio grazie a quell’amore e a quella passione è uscita indenne da quei terribili anni Ottanta.
Pensate solo questo: siamo ridotti così dopo 22 anni di una gestione che ha vinto 6 trofei. Immaginate che fine può fare la Lazio con altre cinque/sei stagioni come questa.
Perché Lotito non ha né una ricetta né una bacchetta magica per risolvere la situazione e cambiare le cose. Può sperare solo nella Divina Provvidenza o in quel c..o che lo ha sorretto per anni ma che, a quanto pare, sembra averlo abbandonato.
Per questo, che qualcuno lo fermi, che qualcuno gli faccia capire che è finita e che andando avanti così c’è solo il baratro: per lui, ma anche e soprattutto per noi…
