Il rumore del silenzio
Ho ricevuto e pubblico volentieri questo articolo scritto dall’amico Francesco d’Andrea, perché lo sento mio e per certi versi è come se lo avessi scritto io o qualunque altro laziale che abbia a cuore le sorti di questa squadra.
Perché le sensazioni di Francesco, sono le sensazioni di tutti i laziali, imprigionati in un presente che non gli appartiene fatto di silenzi, dubbi e l’attesa di un qualcosa che non si vede ma che in certi momenti sembra quasi che sia a portata di mano, nascosto dietro l’angolo.
E l’attesa logora tutti. Logora il “non sapere” al punto che in certi momenti manca quasi l’aria. E questo silenzio che avvolge tutto, ogni giorno fa sempre più rumore, cresce d’intensità ed è destinato a diventare boato. La più grande esultanza della storia della Lazio…
Buona lettura e FORZA LAZIO!

C’è un silenzio strano che aleggia nel mondo Lazio, sospeso tra Roma, Formello e l’Olimpico.
E non è il silenzio che segue una sconfitta pesante, quando torni a casa e non hai voglia di parlare con nessuno, nemmeno con il cane.
È un silenzio diverso, più grave, più scomodo, perché te lo porti dietro anche il giorno dopo, al lavoro, mentre fingi di concentrarti ma in realtà stai pensando solo a come siamo finiti così.

Oggi tifare Lazio non è più brivido, emozione e leggerezza. Non lo è più da tanto tempo in realtà.
E non è solo questione di risultati, perché noi abbiamo ingoiato stagioni ben peggiori delle ultime tre.
No, è una sensazione pesante e al tempo stesso dolorosa: quella di essere bloccati, ingabbiati, di sapere già come andrà a finire ancora prima che inizi.
E la cosa che fa più male è avere la consapevolezza che tutto questo non dipenda dai risultati sul campo.

Ci ripetono da anni che i conti sono a posto, che siamo una società solida, che non facciamo il passo più lungo della gamba.
Va bene. Nessuno chiede o ha mai chiesto a Lotito di buttarsi dal burrone senza il paracadute o anche solo di lanciarsi nel vuoto per fare parapendio.
Ma da quando il pareggio di bilancio è diventato il nostro scudetto?
Io allo stadio non ci vado per festeggiare una trimestrale, ci vado per sognare: anche in modo irrazionale, anche esagerando. Ma fa parte del gioco.
La sensazione, invece, è di stare chiusi a chiave dentro una stanza con le finestre sigillate. E tu, bloccato lì dentro come un bambino in castigo, sei costretto a stare con il naso attaccato al vetro a guardare fuori gli altri che giocano, le altre squadre che provano a fare qualcosa in più.
Società che a volte sbagliano e a volte si schiantano. Ma che almeno ci provano.
Noi, invece, sembriamo sempre sospesi nel nulla, costretti a fare sempre i conti senza poter mai nemmeno immaginare un qualcosa di bello e di diverso dal solito tran tran.
E ogni volta che qualcuno alza la voce chiedendo o invocando un minimo di ambizione, viene trattato come se fosse un ingrato, additato come un nemico o come uno che vuole rovinare la Lazio.
Come se pretendere di competere fosse un capriccio. No, non è un capriccio, è fame.

È quella morsa allo stomaco che ti prende il lunedì mattina quando ripensi alla partita della domenica andata male ma già aspetti la prossima partita.
È quell’idea che magari, chissà, quest’anno può girare anche bene, che può succedere qualcosa di bello e di diverso.
Noi non chiediamo l’impossibile e non pretendiamo miracoli o di vivere le emozioni riservate a chi tifa per Real Madrid, Barcellona, PSG, Manchester City, Bayern Monaco, club che ogni anno partono per provare a vincere la Champions League.
Noi chiediamo solo di sentire che cosa si prova davvero a poter lottare, perché quel brivido e quelle sensazioni vissute in passato oramai dopo 22 anni le abbiamo dimenticate.
Ma la cosa che fa più male e infastidisce è essere rimproverati per l’amore che ci lega alla Lazio e ci porta a chiedere di poter anche solo sognare.
Come se il problema fossimo noi, troppo esigenti, troppo emotivi o troppo poco “razionali”. E non chi vede il calcio solo come una questione di numeri, di bilanci, di soldi.

Ma il calcio non è solo numeri, soldi e bilanci. Il calcio non è solo razionalità, altrimenti giocheremmo con un foglio Excel e non con un pallone.
La razionalità non emoziona, l’emozione invece sposta anche le montagne. E quale possa essere l’enorme forza dell’Olimpico quando il tifo biancoceleste spinge, lo sappiamo tutti benissimo. Lo abbiamo visto. Lo abbiamo vissuto.
Non serve ricordare le date, perché ognuno di noi ha la sua partita nel cuore. Ma da quanti anni non abbiamo pi una partita del cuore? Fino a dove dobbiamo scavare nella memoria per trovarne una in questa gestione?
Ed è tutto questo che brucia tanto: sapere che cosa potremmo essere (e cosa meriterebbe questa piazza), mentre invece siamo sempre lì, neanche più fermi, ma ogni anno qualche passo indietro alle altre che invece camminano.
Oggi tanti laziali camminano a testa bassa, ma non per vergogna di tifare per la squadra con i colori del cielo. Quello, MAI! E su questo nemmeno si discute.
È la stanchezza, la fatica di dover sopportare stagioni che sembrano una la copia dell’altra o discorsi del tipo “vabbé, ma ti devi accontentare perché la storia della Lazio è sempre stata questa”.
No, non è stato sempre così e noi lo sappiamo perché di grandi emozioni ne abbiamo vissute tante, anche in anni in cui non si lottava per conquistare trofei ma solo per la sopravvivenza.

Per questo sentiamo che questa “normalità” e questo piattume di tranquillità non ci basta. E la grande frustrazione che proviamo è quella di chi sa di non avere voce in capitolo, di chi non si sente né ascoltato né compreso da chi dovrebbe essere il primo a capire cosa significa questa maglia. Da chi invece non ha capito che questo popolo potrebbe renderlo immortale, se non desso retta solo al proprio ego.
La Lazio non è solo una società, non è solo un bilancio in ordine, è un qualcosa di folle e di irrazionale che ti entra dentro da ragazzino e non ti lascia più.
La Lazio è trasferte e discussioni infinite con gli amici, è abbracci con sconosciuti dopo un gol al novantesimo, è speranza anche quando sembra che tutto sia perduto e la logica ti dice che non c’è nulla in cui sperare.
E invece… Invece magari lo “stellone” appare all’improvviso e cambia il corso della storia e un finale che sembra già scritto: il gol di Cecco al Milan, la tripletta di Vincenzino al Varese, il gol di Fiorini al Vicenza, il gol di Poli a Napoli, la rete del 3-1 in rimonta di nesta al Milan, quel finale incredibile di quella stagione 1999-2000.
È successo, lo abbiamo vissuto e queste emozioni ci mancano come l’aria.
Noi non vogliamo la luna. Vogliamo poter sognare senza sentirci ingenui o colpevoli. Vogliamo tornare a dire “magari” senza che sembri una parola fuori posto.
Perché, alla fine, è questo che manca più di tutto: la sensazione che si stia andando da qualche parte.
Non servono proclami, non servono promesse garantite da progetti triennali che si accavallano l’uno all’altro senza completarsi mai.
Servono scelte che dicano chiaramente che non ci accontentiamo di sopravvivere ma che vogliamo provare a vivere, serve una rotta per andare da qualche parte invece di doversi accontentare solo e semplicemente di restare a galla.
Il laziale non ha mai chiesto di vincere sempre. Ha sempre chiesto di poter credere in qualcosa e in qualcuno. E quando ti tolgono anche quello, quello che resta non è una rabbia rumorosa, ma un lungo silenzio, difficile da spiegare e scacciare.
Ma, prima a poi, quel silenzio qualcuno dovrà pure spezzarlo. E quel qualcuno, lo sappiamo bene, non è e non potrà mai essere Claudio Lotito.
