Le due maschere di Lotito…
Ve lo avevo anticipato già ieri che oggi non sarebbe andato in scena nulla di nuovo, che non ci sarebbe stata nessuna novità degna di nota e che alla fine avremmo visto il solito Lotito.
E così è stato, ma anche se era facile prevederlo qualcuno che forse si era illuso, ci è rimasto male o è caduto in depressione per l’ennesimo show di Lotito che, in modo rabbioso, ha tentato per l’ennesima volta di mandare in frantumi le speranze di chi sogna un domani diverso per la nostra Lazio.
Mi dispiace per chi si era illuso di assistere ad un qualcosa di nuovo, ma non poteva andare in modo diverso.

Non poteva andare diversamente perché questa conferenza stampa improvvisata, messa in piedi in fretta e in furia (male, come sempre, a partire dai problemi di streaming per finire alle scene imbarazzanti a cui abbiamo assistito di presenti che mostravano volti imbarazzati o facevano finta di non capire per non rispondere neanche alle domande più banali), altro non è stata che uno spot pubblicitario, un tentativo (maldestro) di arginare i danni di immagine di questa contestazione che sta colpendo nel segno e duramente.
E dire che questa volta Claudio Lotito, forse contagiato dallo spirito carnevalesco, ci aveva anche provato ad indossare una maschera diversa dal solito.

Ha provato a mostrarsi più pacato e sereno Lotito, ha tentato di restare nei binari di un cambio di strategia di comunicazione più conciliante di una società pronta ad aprirsi al dialogo e alla ricucitura dei rapporti e finché ha letto quel compitino che gli era stato confezionato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale la maschera del Lotito dal volto più conciliante ha retto.
Ma è bastato poco, pochissimo, per far saltare tutto. È bastata una banale domanda sulla contestazione, su come pensa di riempire uno stadio da 50.000 posti una società che si trova a fare i conti con una petizione che ha raccolto 46.000 e che ha il 90% degli abbonati che restano a casa per protesta, per far cadere la maschera del Lotito buono e far riapparire quella del solito Lotito: quello che attacca, quello che schiuma rabbia, quello che non si capita del perché la gente non gli conceda più un minimo di credibilità nemmeno se presenta il progetto dello stadio dei sogni dei laziali.

“Ma chi è questo che ha fatto sta domanda” è stata l’unica risposta alla richiesta più che legittima di spiegazioni del collega di ADN Kronos. Perché risposte vere a quella domanda che chiunque avrebbe fatto, non è arrivata.
Come non è arrivata nessuna domanda alla domanda più che legittima fatta dalla collega Martina Zanchi de “Il Tempo” su come pensa di reperire la Lazio i 480 milioni di euro necessari per la costruzione dello stadio e la realizzazione dei progetti collegati.
Una ragazza di 21 anni, ha seminato il panico con una semplice domanda, spiazzando professionisti navigati che hanno cercato di buttarla in caciara dicendo “Beh, è troppo lungo da spiegare perché il PEF (Piano Economico Finanziario) è di 600 pagine”, per poi sull’insistenza della collega rispondere con tono imbarazzato e sguardo perso nel vuoto (come da foto) “beh, nei soliti modi”…

Ma che conferenza stampa è un incontro in cui non si riesce a rispondere nemmeno alle domande più banali, quelle che non puoi non aspettarti se sei una società senza un euro in cassa che ha dovuto fare decine di milioni di euro di plusvalenze sul mercato per restare a galla ma presenta un progetto da mezzo miliardo di euro?
Come puoi non aspettarti e non rispondere a una domanda sulla contestazione e la raccolta firme quando la protesta dei tifosi della Lazio ha fatto il giro del mondo ed è l’unica cosa di cui si parla in chiave Lazio da settimane?

Eppure, questa è la Lazio di oggi, una società che presenta un progetto per andare su Marte ma che uscendo dai cancelli di Formello e nonostante l’ausilio del navigatore fatica a trovare la strada per arrivare sul raccordo anulare…
Se non fosse la Lazio, ci sarebbe da ridere, da piegarsi in due dalle risate. Ma visto che c’è la Lazio di mezzo, purtroppo, non c’è nulla, assolutamente nulla da ridere. Anzi…
La Lazio di oggi è una società che si dipinge grande, forte, solida economicamente, ma che agli occhi della gente non ha un briciolo di credibilità quando parla.

E non ha credibilità nemmeno agli occhi del mercato azionario, come abbiamo potuto tristemente toccare con mano oggi.
Quando la Juventus ha presentato ufficialmente il progetto di costruzione dello Stadium, il titolo è stato sospeso in Borsa per eccesso di rialzo.
Quando la Roma ha presentato il progetto dello stadio a Tor di Valle, nonostante le tante criticità e lo scetticismo generale, l’euforia ha fatto comunque salire il valore delle azioni.
La Lazio, oggi ha presentato in pompa magna il progetto del Flaminio e la risposta immediata del mercata è stato un crollo in Borsa, con una perdita secca del 4,08%.

Una cosa che non si era mai vista nella storia. E se la credibilità di un club è legata a quanto il mercato ritenga credibili i progetti presentati da quella società, quella di oggi è stata una sorta di Waterloo o per restare in ambito italiano una vera e propria Caporetto.
Una società che non riscuote la fiducia del mercato e che non è considerata credibile dai suoi tifosi (ovvero, i suoi clienti, coloro che la finanziano direttamente e indirettamente) quanto può essere credibile quando va a bussare ad altre porte per racimolare qualcosa come mezzo miliardo di euro?
Parliamo di una società che guidata da Claudio Lotito in 22 stagione per 17 stagioni ha giocato con la maglia vuota, perché non è riuscita a trovare uno straccio di sponsor disposto a scommettere sul progetto di questa proprietà.
Il problema non è la Lazio, però. Perché in passato la Lazio per anni è stata un progetto vincente e credibile, con sponsor che si facevano la guerra per mettere il loro marchio su quella maglia biancoceleste indossata da grandi campioni e per legare il loro nome ad un club che primeggiava in Italia e in Europa.

Oggi la Lazio ha il nono fatturato del campionato italiano e il risultato è che la squadra si contende con l’Udinese un piazzamento tra l’ottavo e il nono posta, lontana anni luce dalle altre grandi ma anche da realtà emergenti come il Bologna e il Como, per non parlare dell’Atalanta che oggi fattura il doppio della Lazio e gioca stabilmente in Champions League.
Il problema non è la Lazio, ma chi guida la Lazio, chi pensa di essere un fenomeno come gestore del club e infallibile nelle scelte che fa, al punto che nemmeno davanti ad uno stadio deserto, quasi 50.000 firme di gente che gli chiede di vendere il club e i risultati disastrosi della squadra ha sentito il dovere di cospargersi il capo di cenere e chiedere scuso.
Non solo non ha chiesto scusa, ma dopo aver fatto finta di tendere la mano Lotito nel finale della kermesse di Formello ha perso per l’ennesima volta il controllo e ha lanciato l’ennesima sfida all’ambiente, le solite minacce a chi cerca di raccontare alla gente quello che succede dietro le quinte del mondo Lazio.
Più che da società che si vuole aprire al mercato e alla sua gente, metodi che hanno lo sgradevole sapore della dittatura.
Per questo Lotito ci prova ma alla fine non ci riesce a recitare fino in fondo il ruolo scritto in quelle sceneggiature scritte con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Perché lui va a caccia di consenso e di applausi e oggi gli unici applausi che riesce a raccogliere sono quelli della clack che si è portato dentro quella sala conferenze di Formello, due tre fan plaudenti in un silenzio sconcertante e sotto lo sguardo sconcertato di chi ha assistito all’ennesima puntata del Lotito-show.
Una delle ultime, speriamo…
