Questa volta si deve andare fino in fondo…
Non sono né un capo tifoso né un capo popolo e non sono nemmeno (come qualcuno mi vuole dipingere) una marionetta manovrata da dietro le quinte da qualcuno che vorrebbe prendere la Lazio.
Sono solo e semplicemente un tifoso della Lazio da 58 anni, uno che da ragazzo è stato Ultras (e non me ne vergogno affatto…) e che Ultras lo resterà per sempre nel modo di affrontare la vita a testa alta e a petto in fuori, senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno e senza farsi imporre dagli altri idee o ideali.
Per questo, fino ad oggi non ho mai messo pubblicamente bocca sulle decisioni prese dalla Curva, dalla Tevere e in generale dai tifosi della Lazio, perché ho sempre odiato quelli che hanno la verità in tasca, quelli che senza fare niente salgono sul pulpito e dicono agli altri cosa devono fare e come lo devono fare.

Comodo, troppo comodo fare così, perché poi tanto a metterci la faccia e a rischiare in prima persona non sono mai quelli che dicono agli altri cosa fare, ma chi fa realmente le cose.
Quindi, io sto in disparte, osservo, ho le mie idee su cosa sarebbe utile fare per la causa ma fino ad oggi le ho tenute sempre per me e ho rispettato il parere e la volontà della maggioranza anche se non ero d’accordo.
Perché è giusto così.
E non voglio “invadere il campo” nemmeno questa volta e neanche condizionare chi si è preso del tempo per decidere, ma visto che in tanti mi chiedono quale sia la mia posizione sulle mosse da fare dopo lo stadio lasciato vuoto a Lazio-Genoa, allora metto nero su bianco il mio pensiero, senza la pretesa né di avere la verità in tasca né l’intenzione di condizionare altri.
Ma se c’è un argomento che fa discutere, legato ad un qualcosa a cui tutti teniamo perché fa parte da sempre della nostra vita, allora credo di avere il diritto di esprimere il mio pensiero.

Io, da sempre, sono convinto che l’unica azione forte, non violenta ma mediaticamente potente, sia quella dello sciopero.
E per sciopero non intendo entrare allo stadio un quarto d’ora dopo, oppure fare quindici minuti di cori all’inizio della partita, perché quelle sono cose che a uno come il proprietario della Lazio gli danno meno fastidio del ronzio di una zanzara in una notte d’estate.
Perché Lotito quasi ci gode a sfidare chi lo contesta, a provocare chi gli fa i cori mimando il gesto del direttore d’orchestra. Per lui queste cose sono linfa vitale.

Quello che lo colpisce veramente non è la contestazione o il dissenso sonoro al suo operato (anche perché basta avere qualche amico in Lega per far abbassare gli effetti di fondo dello stadio per rendere inascoltabile o quasi la protesta), ma che quella protesta si possa trasformare in una palese bocciatura del suo operato e nella sconfessione dei suoi teoremi.
La sparuta minoranza che contesta, il complotto ordito da pochi, la convinzione che tanto poi il tifoso alla fine si stanca e si rassegna perché senza la droga settimanale del calcio non sa stare.
Per questo quell’Olimpico vuoto a Lazio-Genoa è stato la più grande sconfitta della sua carriera da presidente, il più grande danno d’immagine subito in 22 anni e quindi il colpo più duro incassato dal 2004 a oggi.

Sì, è vero, ci sono state altre partite della Lazio con lo stadio vuoto, altre contestazioni e altri scioperi in passato, ma questa volta è stato diverso.
È stato diverso, perché un Olimpico così deserto non si era mai visto dagli anni cinquanta a oggi, nemmeno nei momenti più bui nella storia della Lazio.
Ma anche perché per amore quest’anno i tifosi della Lazio avevano sottoscritto quasi 30.000 abbonamenti per dare un segnale potente, per mandare un messaggio all’allenatore, alla squadra e anche a qualcuno che magari potrebbe essere interessato a rilevare questa società
NOI CI SIAMO, NOI SIAMO IL VERO PATRIMONIO DELLA LAZIO!
Insomma, la Lazio non è solo una società gestita al risparmio e vittima di un ridimensionamento totale, ma un club dal potenziale enorme ma che chi guida questa società non è mai riuscito a sfruttare, per disinteresse, per incapacità gestionale e soprattutto assenza assoluta di empatia.
E che quella gente laziale che ha sottoscritto 30.000 abbonamenti per vedere una squadra che non è stata rinforzata a causa del blocco del mercato all’improvviso abbia deciso di restare quasi tutti a casa per protesta contro chi gestisce in questo modo la Lazio, è stato un messaggio forte, fortissimo.

Lo stadio vuoto è la certificazione di un fallimento, come lo è un teatro vuoto per un impresario o come lo è un negozio vuoto per un commerciante.
Perché senza clienti un negozio chiude, così come è destinato a chiudere un teatro senza spettatori. E vale la stessa cosa anche per il calcio, anche se questo calcio vive più di diritti TV che di incassi.
Ma quell’Olimpico deserto, è un messaggio anche a chi gestisce lo spettacolo, perché mandare in mondovisione una partita con meno di 3000 spettatori sugli spalti di uno stadio che può ospitare 70.000 anime, è la certificazione, come dicevo prima, di un fallimento.
Non se lo può permettere il calcio italiano, non se lo può permettere nemmeno Claudio Lotito, soprattutto ora che oltre ad essere presidente della Lazio è un uomo politico.
Perché il dissenso in politica quando si fa alle urne si trasforma in perdita di voti. E se Lotito a Roma e nel Lazio non li perde i voti visto che il seggio blindato gli è stato garantito in Molise, il suo partito a Roma e nel Lazio (ma anche gli alleati) rischia di perderne tanti, tantissimi di voti.
E comunque, avere in casa un personaggio così contestato e (dolce eufemismo) poco amato, non è una cosa buona per Forza Italia.

Per questo, Lotito è andato su tutte le furie per quello stadio deserto. E per la prima volta, non è andato a fare comizi ma si è chiuso nel silenzio. Perché non saprebbe come replicare e non potrebbe più parlare di pochi sobillatori o sparute minoranze davanti a un dissenso totale.
Le immagini dell’Olimpico vuoto sono finite sui tabloid inglesi, su Al Jazeera, sui quotidiani online di tutto il mondo e Lotito è diventato per tutti il proprietario di club meno amato del mondo, abbandonato da tutti per il suo operato e la sua ostinazione a voler restare in Paradiso a dispetto dei santi.
Ma la domanda che si pone ora il tifoso laziale è: cosa fare? Per me, l’unica strada percorribile è replicare lo sciopero anche in occasione di Lazio-Atalanta, per dimostrare che non è stato uno sfogo isterico, ma una decisione sofferta ed estrema presa per amore e che la protesta finirà solo quando la Lazio cambierà proprietà o Lotito chiederà pubblicamente scusa e cambierà completamente rotta.
Non a chiacchiere, non con i solti proclami o l’annuncio di nuovi cicli che nascono e muoiono in un amen, sostituiti da nuovi cicli che durano quanto una notte di mezza estate. Ma con i fatti!
Cosa, per me, assolutamente impossibile. Perché Lotito questo è e non cambia. E non cambierà mai…

Allora, diventa un O LUI O NOI e per dimostrare che questa volta è diverso dal passato, non si può fare marcia indietro.
E per rendere ancora più clamorosa la cosa, si potrebbe replicare lo stadio vuoto a Lazio-Atalanta e poi riempire l’Olimpico a Lazio-Sassuolo, riproponendo dopo 12 anni una nuova edizione del LIBERA LA LAZIO, della protesta più eclatante della storia della Lazio.
Questo è il mio pensiero. Questo è quello che farei.
Ma è il pensiero di un tifoso e di un uomo che fa comunicazione da più di 40 anni. Non spetta a me decidere cosa fare e nemmeno imporre un pensiero o un’idea.
Però, resto convinto che tornare allo stadio dopo aver fatto un simile passo limitandosi ai 15 minuti di contestazione significa suicidarsi, significa ripetere nuovamente errori che sono stati già commessi in passato quando, per motivi rimasti inspiegabili a molti, si è deciso di interrompere la protesta.
Per poi tornare a contestare mesi o un paio di stagioni dopo. Questa volta, o si va fino in fondo o si lascia perdere definitivamente, perché il punto di rottura è stato abbondantemente superato e quindi o si accetta passivamente quello che passa il convento oppure si lascia la mensa e il convento, senza continui tira e molla, senza fare due passi avanti e tre passi indietro.
