Resistere, resistere, resistere!
Tra 29 giorni festeggerò 59 anni di Lazio, esattamente 708 mesi da quando quel giorno di sole del 12 febbraio del 1967 ho messo per la prima volta piede dentro lo Stadio olimpico, per assistere dal vivo alla prima partita della MIA Lazio.
Era un Lazio-Lecco in Serie A, era un altro calcio in uno Stadio Olimpico forse meno mastodontico di quello attuale, ma più grande, maestoso e affascinante, con quel travertino bianco quasi accecante quando rifletteva i raggi del sole, con le bandiere delle squadre di Serie A sui pennoni della Tribuna Monte Mario messo in rigoroso ordine di classifica.
Quella della Lazio stava in fondo, quasi al confine con la Curva Nord, ma nella mia mente di bambino la classifica era l’ultima cosa, la meno importante, perché il fascino di quel catino, del verde color smeraldo del campo, i rumori dello stadio, il boato del gol e i brividi successivi cancellavano tutto il resto.

Oggi, di quella Lazio sono rimasti solo i colori. E a volte nemmeno quelli, perché in nome del Dio denaro e del calcio che ha venduto l’anima al business, il bianco e il celeste spesso lasciano il posto a colori da evidenziatore, più moderni e accettati anche se con la tradizione non c’azzeccano nulla.
Ma non è quello il problema. Anzi, come lo era la classifica in quel giorno di febbraio del 1967, il colore delle maglie in questo momento è veramente l’ultimo dei problemi.
Perché in questo clima di terrore e di “guerra” che si respira, tutto il resto passa in secondo piano o perde completamente di significato.

Sì, “guerra”. Non in senso reale ma figurato, perché la Lazio di oggi sembra l’Italia di 100 anni fa, in guerra e ad un passo dalla capitolazione dopo la battaglia di Caporetto e quella sconfitta contro le forze austro-tedesche che portò alla ritirate fino al Piave.
E la nostra linea del Piave è questa stagione, questa annata, con lo smantellamento di quel resta della Lazio venduto ad un tanto al chilo per fare cassa, perché come avevamo scritto scatenando le ire di Lotito e Fabiani ma anche dei loro difensori d’ufficio, le casse della Lazio erano vuote e bisognava vendere per arrivare a fine stagione senza patemi e senza problemi da dover scontare la prossima estate.
Della questione sportiva e della classifica non interessa a nessuno se non a Sarri, a qualche giocatore e a quella parte di tifosi che ancora riescono a sognare un futuro per questa Lazio. In questa stagione o nella prossima.

Per quel che mi riguarda, non c’è e non può esserci nessun futuro se non in presenza di un cambio di proprietà. Perché questa proprietà ha già mostrato ampiamente di essere arrivata al capolinea, di aver anche superato i propri limiti e di non poter dare più nulla, se non una tranquilla sopravvivenza.
Quindi, bisogna resistere, provare a salvare il salvabile e combattere sia per avere un futuro diverso. E l’unica arma che abbiamo è la voce o la penna, anche se pure quella è un’arma oramai spuntata, perché con il clima di terrore che regna oggi nel mondo Lazio è pericoloso pure scrivere la verità e quello che uno pensa.
“La voce dei morti e la volontà dei vivi, il senso dell’onore e la ragione dell’utilità, concordemente, solennemente ci rivolgono adunque un ammonimento solo, ci additano una sola via di salvezza: resistere! resistere! resistere!”
Questa è la parte saliente di quella lettera scritta da Vittorio Emanuele Orlando dopo la sconfitta a Caporetto e la chiamata alle armi dei ragazzi del ’99, la grande leva che portò all’arruolamento nel 1917 di circa 254.000 ragazzini spediti sulla linea del Piave per impedire l’invasione delle truppe austro-tedesche.
E tra loro c’erano circa 300 tra dirigenti e atleti della Lazio, 30 dei quali caddero sul campo e non fecero mai ritorno a Roma.

La guerra è una cosa seria e non ho certo l’intenzione di mischiare il sacro con il profano, ma se la Lazio è una Patria (Lazio Patria Nostra è il titolo del libro scritto dal grande Mario Pennacchia, una sorta di Vangelo biancoceleste) noi che non ci siamo rassegnati siamo l’ultimo fronte di resistenza e questa annata rappresenta la nostra linea del Piave.
Solo la gente può tenere in vita questa Lazio, perché chi sta al comando prova a parlare da laziale ma non riesce a toccare i cuori biancocelesti, perché oramai ha perso credito.
Se la Lazio è ancora viva, è solo perché ci sono i laziali che non si sono arresi: quelli che “combattono” sui social, quelli che cercano di tenere alto il nome Lazio e l’immagine della Lazio nel mondo con scenografie sia in casa che in trasferta mai viste e fatte per una squadra che non sta lottando per nessun obiettivo se non per una sopravvivenza sportiva, quelli che non si rassegnano a sopravvivere ma che vorrebbero tornare a vivere quelle grandi emozioni che oramai fanno parte solo del passato.
Sono solo loro a tener viva la Lazio e a far sventolare quella bandiera, anche perché non c’è più nessuno degno di fare il portabandiera.
Bisogna resistere, perché mollare oggi significa per certi versi decretare la fine della Lazio e consegnare definitivamente nelle mani di chi governa questa società il destino di quei colori di cui ci siamo innamorati da bambini.
Di quella Lazio che è per noi una compagna di vita da anni, lustri, decenni. Di quella Lazio che amiamo follemente anche se abbiamo abbandonato lo stadio o mettiamo piede raramente all’Olimpico, in quel teatro dei sogni che per noi è sempre stato una seconda casa. E in qualche caso anche la prima casa…

Mi mancano quegli anni, mi manca quel fervore, mi manca quella possibilità di sognare anche l’impossibile: quel sogno che può fare solo un tifoso, di certo non chi vive solo di solide realtà e che parla solo di soldi e di bilanci.
Mi manca poter vivere in pieno la mia Lazialità e non venite a dirmi che niente e nessuno ci può impedire di viverla serenamente, perché purtroppo non è così. E non lo è dal 2004…
Siamo tutti stanchi, siamo tutti stremati o allo stremo delle forze, perché 21 anni (quasi 22) sono tanti, troppi!
Nessuno può resistere così tanto tempo, soprattutto se qualcuno fa di tutto per convincerti che non c’è nessun futuro. O meglio, nessun futuro diverso da questo presente, da questa proprietà.
In tanti, sia in pubblico che in privato, mi scrivono “Ste, siamo stanchi, stremati”. Oppure “Ste, fai (fate) qualcosa perché non ce la facciamo più”.
Non scrivete a me “siamo stremati”. Non fatelo, perché nessuno di voi sa cosa ho passato da luglio, cosa sto passando oggi e cosa mi aspetta nelle prossime settimane.
Solo mia moglie, i miei figli e il mio avvocato (e gli amici intimi) hanno una vaga idea di cosa sto passando, ma non sanno assolutamente cosa mi porto dentro.

Però, nonostante tutto vado avanti e non mi lamento, perché quando ho deciso di farlo sapevo che questa volta qualcuno avrebbe giocato duro e avrebbe fatto di tutto per tagliarmi le gambe, perché la posta è alta come mai in passato (e io in ogni caso non solo non ci guadagnerò nulla, ma ci ho già rimesso e ci rimetterò…) e colpire me significa anche scoraggiare altri che non si sono piegati o rassegnati ad appoggiarmi o a trovare il coraggio per scrivere la verità.
Perché questa è la realtà. È stato instaurato (ad arte) una sorta di “clima del terrore” nel mondo Lazio.
Paura di vedersi chiudere le porte di Formello, paura di non poter più entrare allo stadio, paura di ritorsioni e di non poter più lavorare, oppure terrore di finire nel tritacarne mediatico o in quello della macchina della “giustizia”.
E su quel termine “giustizia” (messo rigorosamente in minuscolo e tra virgolette) ci sarebbe tanto, ma proprio tanto da scrivere.
Ma tempo al tempo. Perché prima o poi tutto torna nella vita…
Per questo io sto qui e non mollo, sono fermo sulla linea di questo Piave biancoceleste e non solo non mi arrendo, ma non arretro di un millimetro e sono deciso a combattere finché avrò la forza di farlo.
Il Piave mormorò: Non passa lo straniero! Tutti da bambini abbiamo imparato e intonato i versi di questa celebre canzone. Ce la insegnavano a scuola e quei versi li recitavamo a memoria come le poesia di Pascoli e Leopardi.
Ecco, non c’è uno straniero alle porte, ma un corpo estraneo dentro casa e allora dobbiamo RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE! Questo è il motto, questa è e deve essere la parola d’ordine fino a quando non finirà questa “guerra” (in senso lato, tocca specificarlo…) e fino a quando la Lazio non sarà liberata.
