L’ultimo baluardo…
Non c’è più nulla in questa società gestita da Claudio Lotito che abbia il sapore di Lazio. Parlo della nostra Lazio, di quella di cui ci siamo innamorati da bambini e che non era solo una squadra di calcio, ma uno stile di vita, un modo di essere che ci distingueva dagli “altri”.
Non caciara ma silenzio, non apparenza ma essenza, non proclami e chiacchiere ma lavoro e fatti. E, soprattutto, non un continuo IO per quello che va bene e un VOI per quello che va male, ma un noi per condividere gioie e dolori, successi e sconfitte.

In poco meno di 22 anni, qualcuno ha lavorato per distruggere tutto, per radere al suolo più di un secolo di stile di vita per costruire una nuova Lazio a sua immagine e somiglianza, un ambiente piagnone, complottista, che va dietro ai proclami negando anche l’evidenza degli obiettivi annunciati e falliti e che scambia il virtuale per reale.
Non c’è più nulla di quello che abbiamo amato. Anzi, sì, c’è solo un ultimo baluardo e non è rappresentato da qualcuno nato e cresciuto laziale, con quei colori non solo indossati ma tatuati sulle pelle e sul cuore.
Quell’ultimo baluardo si chiama Maurizio Sarri, un personaggio che in vita sua ha più diviso che unito, un uomo che ami o odi perché con quelli come lui non esistono le mezze misure.

Sarri è un uomo vecchio stampo, uno che per qualcuno oramai è solo vecchio, bollito, dipinto quasi come un rincojonito (perdonate il termine, ma ci sono termini del dialetto romano che non possono essere edulcorati) perché non si adegua e va controcorrente pur di non tradire le sue idee, calcistiche e non.
Qualcuno in passato gli ha dato del “complice” della società perché da buon aziendalista Sarri non ha mai sparato a zero e non ha raso tutto al suolo tutto quando aveva la forza di un secondo posto alle spalle per farlo.
Non lo ha fatto per rispetto del gruppo e anche per i tifosi: perché distruggere tutto è facile, tanto poi tu te ne vai e le macerie restano in mano a chi resta, più ai tifosi che alla società.

In troppi non hanno capito e non glielo hanno perdonato quel non aver sbattuto i pugni sul tavolo e non aver sbugiardato Lotito e Fabiani.
E quando è tornato, per amore, in tanti hanno preferito pensare che fosse tornato per mettersi in tasca quello che aveva lasciato sul tavolo la volta precedente.
Invece Sarri è tornato soprattutto per amore, perché si è innamorato di questi colori e della gente laziale. E quando ha capito che per l’ennesima volta lo avevano “fregato” (come ha detto lui il giorno della presentazione, nascondendo la rabbia dietro un sorriso ironico), da bravo comandante non ha abbandonato ed è rimasto al timone, preferendo affondare piuttosto che imitare Schettino.
Anche questo in pochi lo hanno capito e in troppi invece che supportarlo hanno sopportato in attesa di scagliarsi contro di lui alla prima mala parata.

Perché è più facile prendersela con Sarri che con Lotito. Perché è più facile mettere in croce l’allenatore che chi ha distrutto tutto quello che di laziale c’era dentro la Lazio, come avrebbe fatto chiunque di noi se si fosse ritrovato all’improvviso a fare il capo a Trigoria.
Lotito prova a convincere i laziali di essere biancoceleste dai tempi in cui aveva la tata, ma quando parla si capisce lontano un miglio che di laziale non ha nulla, tanto meno il DNA.
Sarri, invece, non ha mai detto di essere laziale, ma lo è diventato, parla da laziale e difende questi colori e la Lazio come pochi altri hanno fatto in passato: e nessuno dal 2004 a oggi.
E ieri, in mezzo a quel mare in tempesta, dopo l’ennesima serie di torti arbitrali e l’Olimpico che sembrava un’arena, con la Monte Mario che si è scagliata contro il padre-padrone, Maurizio Sarri ha deciso di parlare da laziale, di non nascondere nulla, di non raccontare pietose bugie, di non coprire più né Lotito né Fabiani, raccontando alla gente la verità vera.

“Guendouzi? Io pensavo che fosse uno dei sette/otto su cui porre le basi per il futuro. Noi siamo una realtà che quando arrivano offerte di quelle dimensioni diventa difficile. Per quanto riguarda Ratkov è un giocatore che non conosco. Non so che dire, imparerò a conoscere e vedere qualità, difetti e come sfruttarlo. Probabilmente loro (riferito alla società…) lo conoscono meglio di me”.
Della serie: per l’ennesima volta hanno fatto di testa loro, dandomi uno che non avevo chiesto e che non ha nemmeno le caratteristiche che avevo indicato: volevo uno piccolo e bravo tecnicamente, mi hanno dato uno grosso e che non ha proprio i piedi educati.
Insomma, l’ennesima scommessa servita su un vassoio d’argento a chi invece aveva chiesto di avere questa volta giocatori già affermati e che conoscono bene il campionato italiano.
“Io non seguo il campionato austriaco. Vediamo pregi e difetti del ragazzo, se la società l’ha preso probabilmente lo conosce. La mia non vuole essere una critica, non lo conosco e non penso sia una cosa strana perché di allenatori che hanno tempo per vedere il campionato austriaco non ce ne sono
Standing ovation. Finalmente un Sarri che non copre più niente e nessuno, come chi ad una certa età perde ogni freno inibitorio e dice tutto quello che pensa.
Lotito, piccato, a stretto giro ha replicato, pensando di rimettere in riga il dipendente uscito fuori dalle righe. Lo ha fatto tirando fuori la solita storiella della talento room che lavora H2 365 giorni all’anno monitorando tutti i giocatori del mondo.
“Sarri fa l’allenatore, mica conosce tutti i giocatori. I giocatori da che mondo è mondo li sceglie la società e lui li deve allenare. Io pure non conosco i giocatori, a differenza delle altre società ho messo su una sala scouting che lavorano continuamente e seguono calciatori in tutto il mondo composta da ben 8 persone”.
Assist a porta vuota a Sarri o autogol di Lotito, decidete voi, l’unica cosa certa è che la replica di Sarri non è stata solo da standing ovation, ma è stato un gancio al mento, uno di quei colpi che arrivano all’improvviso e stendono al tappeto l’avversario un po’ borioso che pensa di aver già vinto.
“Alla Lazio ci sono sette-otto scout che fanno questo di lavoro? Al Chelsea ce n’erano più di trenta”.
Gioco partita incontro, ma prima della stretta di mano a centrocampo, l’ennesima stoccata sui progetti sbandierati dalla società e sul futuro.
“Guendouzi era una dei 7-8 su cui pensavo di costruire la squadra. È stato ceduto. Il giocatore mi ha spiegato tutte le motivazioni e sono comprensibili. A inizio stagione ho detto che rimanevo qui a tutti i costi e che avrei sopportato tutto. Se resto? Ho dato la mia parola al popolo laziale. Quindi fino a giugno penso proprio di si, anche se è successo più di quanto pensavo. L’unica cosa che mi fa star male è che abbiamo un popolo meraviglioso. Pensare che sarà difficile dargli soddisfazioni mi pesa”.

Sarri sente il peso della responsabilità e gli pesa non riuscire a dare ai tifosi le soddisfazioni che merita una piazza così importante e una tifoseria che nonostante tutto quello che sta succedendo continua a restare a fianco dell’allenatore e della squadra.
Lotito, quello che per ruolo dovrebbe essere il primo a sentire il peso della responsabilità perché non sta ripagando in alcun modo la passione dei tifosi, invece, non solo alza le spalle e scarica sempre su altri le responsabilità di errori e fallimento, ma punta di continuo l’indice contro chi lo accusa o osa contestarlo.
Come ha fatto ieri sera all’uscita dalla Tribuna Autorità, quando sommerso da fischi e insulti forte della scorta che lo proteggeva ha puntato l’indice contro un tifoso che più degli altri lo contestava e che neanche davanti a quell’indice puntato e a quel minaccioso “devi stare zitto, dammi nome e cognome” è arretrato di un millimetro o ha smesso di urlare tutta la sua rabbia (legittima) contro chi da quasi 22 anni tiene in ostaggio la Lazio e la passione del popolo laziale.
Ecco, Sarri è come quel tifoso, ha deciso di non arretrare più di un millimetro, di non giustificare o coprire più nulla, per rispetto di se stesso e della gente che ha diritto di sapere come stanno le cose.
E le cose stanno così: giuste o sbagliate che siano le scelte fatte in questo mercato, la società dopo aver promesso a Sarri un ruolo centrale nell’opera di ricostruzione della squadra e dopo raccontato urbi et orbi che stava seguendo le indicazioni dell’allenatore, ha deciso di fare di testa sua, di non seguire né la lista presentata da Sarri né di prendere giocatori con le caratteristiche richieste dall’allenatore.
È legittimo, ma non è quello che è stato promesso a Sarri per tenerlo buono e non è nemmeno quello che ci è stato detto per mesi e che Fabiani aveva ribadito ai microfoni di DAZN domenica nel pre partita di Lazio-Napoli, quando la Lazio aveva già preso Ratkov e abbandonato la pista Raspadori.
Perché, come ha detto Lotito in uno dei passaggi dell’ennesima telefonata con un tifoso finita come sempre sui social, “Raspadori è na pippa… Giocava sempre riserva da tutte le parti e non vole venì e pia 5 milioni di stipendio netti all’anno. Se lo pijasse la Roma Raspadori, che ca..o ce ne frega a noi”.
In perfetto stile Lotito, che fa a cazzotti da 22 anni con quello stile Lazio che ci ha sempre contraddistinto anche nei momenti più bui della nostra storia, rappresentato ad esempio dall’eleganza di personaggi come Gian Chiarion Casoni, il notaio Nanni Gilardoni e Bob Lovati.
Non avrà lo stesso stile dei personaggi appena citati neanche Sarri, ma lui la Lazio ce l’ha nel cuore e la Lazialità gli scorre nelle vene e lo dimostra con i fatti, non a chiacchiere.
Per questo, oggi Maurizio Sarri è l’ultimo baluardo, l’unico pezzo di vecchia Lazio e di Lazialità rimasto all’interno di Formello e di una società che agisce, parla e si comporta ad immagine e somiglianza di chi la gestisce. E che di laziale non ha e non avrà mai nulla…
