Che sia l’anno del LIBERA LA LAZIO!
LIBERA LA LAZIO non è un semplice motto, una scritta su un muro, su un cartello o su uno striscione esposto su un ponte, sul balcone di casa o uno striscione trascinato da un aereo sul cielo di Roma e su quello di Formello.
No, LIBERA LA LAZIO è un grido di libertà che arriva oramai da ogni parte del mondo, perché è una speranza che ogni laziale porta nel cuore ovunque lo porti la vita, in vacanza o per lavoro.
Per questo il LIBERA LA LAZIO va dall’Australia alla Groenlandia, da New York a Tokio passando per tutte le capitali, le città più importanti o le località turistiche più famose del mondo, dai complessi monumentali di Chichén Itzá alle Piramidi, dal complesso archeologico “Al Deir” di Petra al Grand Canyon.
Ovunque vada un laziale, c’è una foto con un LIBERA LA LAZIO, un adesivo attaccato su un muro o un cartello stradale.
Foto pubblicate sui social che compaiono da anni ma nel silenzio generale, quasi tombale della comunicazione romana.

Perché LIBERA LA LAZIO è un termine tabù per chi parla di Lazio in questa città, al massimo è una frase da usare per un accattivante gioco di parole per fare un titolo sul giornale che suona però come una beffa o come l’ennesima presa per i fondelli di chi a parole dice di volere una grande Lazio ma che non fa nulla per mettere alle strette Lotito e obbligarlo a tramutare i proclami in fatti.
Non dico obbligare Claudio Lotito a vendere, perché da sempre dico e scrivo che nessuno può obbligare Lotito a vendere la Lazio, visto che dal 2006 ha blindato la sua posizione di controllo grazie a quello che i giudici e tre tribunali hanno definito negli atti e nelle sentenze un COMPLESSO DISEGNO CRIMINOSO.
Un COMPLESSO DISEGNO CRIMINOSO si ha quando una persona pianifica in modo unitario e preventivo una serie di reati, anche di diversa natura, collegati a un unico scopo finale, nel nostro caso blindare la propria posizione di controllo della Lazio.
E non si tratta di una semplice tendenza a delinquere o di episodi occasionali, ma di una progettazione che può essere rivelata da elementi come omogeneità, vicinanza spazio-temporale e modalità della condotta di chi lo mette in pratica.

Tutte queste cose non le dice o le sostiene Stefano Greco, sono scritte nero su bianco in tre sentenze di un processo che si è chiuso con due di condanna di Claudio Lotito e Roberto Mezzaroma e con una conferma in Cassazione del reato compiuto ma con l’annullamento e l’archiviazione della condanna per prescrizione, poiché sono stati superati i termini stabiliti dalla legge per completare interamente l’iter giudiziario.
Lo ricordo, perché oggi chi è stato condannato per aver blindato la sua quota di controllo della Lazio, paventando inesistenti complotti e denunciando ancora più inesistenti associazioni a delinquere, cerca di dipingersi come vittima agli occhi dell’opinione pubblica, come una sorta di perseguitato.
Mentre nella realtà si tratta solo di qualcuno che dal 2004 a oggi si è arricchito grazie alla Lazio e che grazie alla fama e al potere che garantisce in questa città essere il proprietario della squadra di calcio più antica e gloriosa della Capitale è diventato famoso in tutto il mondo e ha fatto una scalata sociale che mai avrebbe potuto fare da anonimo imprenditore locale quale era prima che qualcuno gli mettesse in mano la Lazio.

Sono passati più di 21 anni da quel triste giorno di luglio 2004: qualcosa come 262 mesi, quasi 8000 giorni, più del tempo da scontare per una condanna per omicidio, per giunta da innocenti, perché la presunta vittima è viva, vegeta e guida ancora la Lazio.
Perché in realtà le vere vittime di quello che è successo in quell’estate del 2004 sono i tifosi della Lazio, quelli che ironia della sorte hanno addirittura spinto per far consegnare le chiavi di questa società a Lotito e che lo hanno portato in trionfo sul quel trono.
Salvo poi scoprire che non era il “salvatore” che speravano o un benefattore, ma solo uno che dal 2004 a oggi ha fatto, usando come strumento la Lazio, solo ed esclusivamente i suoi interessi.

Ma tutto questo si sa. Quello che in pochi sanno è come, quando e perché è nato il LIBERA LA LAZIO. O meglio, lo sa solo chi c’era con me quella sera al pub Vecchi Spalti, vicino piazza Vescovio, dove a novembre del 2009 ho coniato quello slogan che è diventato il giorno successivo una pagina Facebook che non esiste più e un movimento che nel giro di poche settimane ha portato alla raccolta di oltre 15.000 firme.
Firme per chiedere a Lotito di trasformare lo Stadio Flaminio (allora già decadente ma ancora aperto e funzionante) nella nuova casa della Lazio, firme per chiedere a Lotito di far fare a questa società un salto di qualità o di farsi da parte per lasciare la Lazio in mano più grandi delle sue.
Quella sera c’eravamo io e il mio amico Filippo Sanità che avevamo coniato quel motto LIBERA LA LAZIO, il mio amico d’infanzia laziale Antonio Bravaccini (che tutti conoscono come Grinta) e suo fratello Paolo (che gestivano il pub di proprietà dell’Associazione Sodalizio) e per metterli a conoscenza dell’iniziativa che stavano per intraprendere (quella della raccolta delle firme con manifestazione conclusiva sotto la Curva Nord) Paolo Arcivieri (come mio amico) e Fabrizio Toffolo che all’epoca guidava gli Irriducibili.
In quel periodo, intervenivo in radio (a titolo gratuito) sia nella trasmissione di Franco Capodaglio che in quella del Sodalizio, il gruppo della Tevere creato da Antonio “Grinta” a dicembre del 2004.

E in quelle trasmissioni ho partorito l’idea che serviva un motto per provare a riunire un mondo Lazio che si era frantumato, ma anche per gettare un sasso in uno stagno, per smuovere le acque e le coscienze di chi aveva a cuore le sorti di una Lazio che in quella stagione avrebbe toccato il punto più basso della gestione Lotito, con la salvezza conquistata quasi in extremis e in modo miracoloso da Edy Reja.
Sì, l’ho coniato io quel LIBERA LA LAZIO che ha toccato il suo apice secondo me in quella notte del 23 febbraio del 2014, la notte di Lazio-Sassuolo, della più grande contestazione nella storia della Lazio andata in scena appena 9 mesi dopo il trofeo più importante vinto da Claudio Lotito come proprietario della Lazio, ovvero quella Coppa Italia conquistata nella finale con la Roma.
Altri si sono impossessati di quel LIBERA LA LAZIO che in questi 16 anni è morto e risorto dalle proprie ceneri e che ora rappresenta l’unica speranza a cui è ancora aggrappato chi ama la Lazio e sogna di avere una proprietà diversa, di vedere la fine di un regno e di una dittatura che dura da quasi 22 anni.
Un ergastolo, con intere generazioni di laziali che nella loro vita hanno conosciuto solo la presidenza Lotito.

Un qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato in quei caldissimi giorni dell’estate del 2004, quando i giornali addirittura chiedevano aiuto a chiunque per avere una foto di Lotito, perché di lui c’era solo un’immagine negli archivi dell’ANSA e dei giornali, una foto segnaletica dei tempi di Tangentopoli.
Ora, ribadendo in modo chiaro e netto che qui nessuno vuole (e può) rubare nulla a Lotito e che nessuno può imporre a Claudio Lotito di vendere un qualcosa che è di sua proprietà, anche se in realtà è patrimonio di questa città e della gente che segue la Lazio da prima che lui arrivasse e che continuerà a tifare Lazio dopo la sua uscita di scena, io mi auguro che il 2026 sia l’anno del LIBERA LAZIO.
L’anno della volta tanto attesa e invocata, l’anno del passaggio di consegne e del cambio al vertice di questa società.
Non della Lazio che passa dalle mani di Claudio a quelle di Enrico Lotito, ma di una Lazio consegnata nelle mani di chi possa portarla dove o ancora più in alto di dove l’ha portata Sergio Cragnotti.
Insomma, dove Claudio Lotito non la potrà mai portare, perché non ha né i mezzi economici per farlo né le capacità manageriali (non è una colpa o un’accusa, ma una constatazione che si basa sulla lettura del fatturato della Lazio dal 2004 a oggi…) per fare con la Lazio quello che, ad esempio, è riuscito a fare Aurelio De Laurentiis a Napoli.
Già, perché De Laurentiis e Lotito sono i presidenti più longevi della Serie A, visto che entrambi sono entrati nel mondo del calcio a luglio del 2004: Lotito rilevando la Lazio in Serie A, De Laurentiis prendendo un Napoli fallito che grazie al lodo-Petrucci è potuto ripartire della Serie C, dalla Lega Pro.
In 21 anni, Claudio Lotito ha vinto 6 trofei (3 Coppa Italia e 3 Supercoppa d’Italia) e De Laurentiis 7, ma non è quel trofeo in più a fare la differenza a favore del presidente del Napoli, ma l’importanza dei trofei vinti.
Perché De Laurentiis ha vinto 3 Coppa Italia come Lotito e una Supercoppa d’Italia in meno, ma ha portato il Napoli a vincere due scudetti in tre stagioni, quelli che aveva vinto dal 1926 al 2004, quelli che ha vinto la Lazio in 126 anni di storia, perché dubito che quest’anno la Lazio possa conquistare il terzo tricolore.

De Laurentiis ha vinto due scudetti e anche se in molti non lo amano e la piazza lo ha contestato anche in modo feroce non si è mai sognato di gridare al complotto e soprattutto di ergersi a vittima denunciando inesistenti associazioni a delinquere.
Applausi e fischi si prendono per quello che si fa e per quello che si dice, per le promesse fatte e mai mantenute, per proclami fatti con toni duceschi trasformando ogni evento targato Lazio in un’occasione per fare un comizio prefigurando scenari futuri più virtuali che reali.
Un po’ come quei piani triennali nati, smontati e sostituiti fischiettando con nuovi piani triennali che dal 2004 a oggi non hanno portato da nessuna parte, perché a distanza di quasi 22 anni la Lazio ha ancora un debito che alla chiusura del bilancio al 30 giugno 2025 ammontava a 228 milioni di euro, nonostante 21 delle 23 pagate per quel debito di 153 milioni di euro con l’Agenzia delle Entrate spalmato in 23 anni.
Perché quest’anno la Lazio chiuderà il bilancio 2025-2026 con un fatturato che si attesterà al massimo intorno ai 120 milioni di euro, quando nel 2009 era di 95 milioni di euro, ma la Lazio incassava per i diritti TV circa 50 milioni di euro mentre nella stagione 2024-2025 ha incassato 94,47 milioni di euro.
Questo dimostra che la Lazio sta ancora in piedi solo grazie alla crescita dei diritti TV (che non è certo merito dell’abilità manageriale di Lotito), perché sponsorizzazioni, marketing e merchandising fruttano addirittura meno di 16 anni fa, mentre tutte le altre grandi hanno moltiplicato a dismisura quelle voci di entrata.
Questi numeri dimostrano che la gestione-Lotito non ha un futuro e che senza un cambio di proprietà, la stagione 2026-2027 rischia di diventare un vero e proprio incubo, un rischiosissimo salto nel buio.
Altro che i fantamilioni del Nasdaq o che potrebbe produrre in futuro la proprietà del Flaminio. La Lazio ha un problema di presente e di futuro a brevissimo termine: perché il gap con le altre si è allargato in modo pericoloso e impedisce alla società di tenere il passo e perché senza immissione di denaro la Lazio è destinata solo a fare altri tagli e quindi a veder ancora più ridimensionate le proprie ambizioni.
Per questo il 2026 DEVE essere l’anno del LIBERA LA LAZIO. Per questo chi ha veramente a cuore le sorti della Lazio si deve augurare e deve pregare affinché succeda finalmente quel qualcosa che in tanti invochiamo da quel lontano 2009: una Lazio senza Lotito, in mani più capaci (non solo dal punto di vista economico) di quelle di Claudio Lotito.
Perché come diceva già in quegli anni Nello Governato: “Lotito ha mani troppo piccole per una cosa grande come la Lazio”.
Allora in pochi se ne rendevano realmente conto. Oggi lo sappiamo tutti, anche che per interessi personali continua a difendere questa gestione sostenendo che lo fa per il bene della Lazio.
Non è così. La Lazio ha bisogno di ALTRO. E quel ALTRO non è e non potrà mai essere Claudio Lotito.
In questo 2026 che inizia oggi, LIBERA LA LAZIO non è più solo uno slogan o un grido di libertà, è un’assoluta NECESSITÀ!
