La critica è un diritto, non un reato…
Da anni in Italia si discute sulla “Libertà di informazione”, quella che secondo qualcuno che dopo più di 100 anni agita ancora lo spauracchio del Fascismo verrebbe negata o limitata dall’attuale governo di centrodestra.
Rispetto il parere e le idee di tutti, ma io oggi (come quando è stato presidente del Consiglio Silvio Berlusconi) leggo articoli e sento ogni giorno editoriali e commenti di fuoco sul Premier o sui ministri di questo Governo e critiche feroci (giustificate o no, non è questo l’argomento), quindi quando sento qualcuno che parla o scrive di “Libertà negata” o di “bavaglio all’informazione libera” mi viene da sorridere.

Sì, perché probabilmente chi dice o scrive queste cose non si occupa di calcio e ancora di più non ha nulla o non ha mai avuto a che fare con il mondo Lazio, perché in questo ambiente da anni è impossibile dire o scrivere di Claudio Lotito quello che si legge oggi su Giorgia Meloni o che si leggeva e sentiva in passato su Silvio Berlusconi.
Perché chi ha provato a farlo in passato è stato messo spesso e volentieri a tacere, oppure è stato costretto a non occuparsi più di calcio e di Lazio e chi come me invece continua è una sorta di equilibrista che cammina bendato su un filo sospeso nel vuoto, per giunta senza una rete di protezione che in caso di caduta gli eviti di sfracellarsi al suolo.
Per giunta, con qualcuno che fa di tutto per farlo cadere, tirando il filo o scuotendolo per farti perdere l’equilibrio.

Perché se si parla di libertà, il mondo Lazio è paese della libertà negata, quello in cui la Carta Costituzionale o Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea in qualche caso hanno lo stesso valore di un rotolo di carta igienica.
E a chi pensa che il mio sia un allarmismo ingiustificato o solo un modo per puntare l’indice contro chi siede sul trono di Formello, consiglio vivamente di aprire gli occhi e, quantomeno, di arrivare fino alla fine dell’articolo prima di dire che si tratta di “balle” o di “vittimismo”.

Fin dall’inizio della sua presidenza, Claudio Lotito non ha mai sopportato le critiche e ha sempre cercato di indirizzare in qualche modo la comunicazione.
“State attenti a quello che scrivete perché sennò vi tolgo casa”, disse il proprietario della Lazio già nel lontano 2005, quindi ben prima dell’inizio della contestazione.
Lotito lo disse dopo essersi vantato di essere “un giornalista iscritto all’albo con tanto di tessera dell’Ordine” e quindi uno in grado di stabilire cosa si potesse o no scrivere, cosa fosse giusto raccontare alla gente e cosa, invece, era proibito o quasi scrivere.
A partire dal raccontare il passato dell’allora neo proprietario per finire con le critiche sulla gestione della società o sui metodi adottati con alcuni giocatori per costringerli a piegarsi alle volontà del “padrone”, anche a rischio di scatenare (e perdere) battaglie legali.
Chi sgarrava, quindi, finiva nel mirino, con telefonate ai direttori di giornale con richieste di licenziare o non far scrivere di Lazio qualche collega.

La prima “vittima” su Fabrizio Marchetti che arrivò al punto da lasciare “Il Tempo” per andare a lavorare all’ufficio stampa del CONI (e fu la sua fortuna), la seconda fu l’altro mio collega e amico Pesciarelli, con Lotito che chiamava direttamente Fedele Confalonieri, che a sua volta chiamava Clemente Mimun ogni volta che Andrea interveniva in qualche radio.
“Andrea, ti prego, lascialo perdere sennò quello mi fa chiamare da Confalonieri e Galliani”, disse una volta Mimun in una telefonata che il mitico Pescia mise in vivavoce mentre stavamo a pranzo insieme in centro dopo un intervento a Radio Sei da Guido De Angelis in cui Andrea aveva detto che Lotito aveva ricevuto una serie di decreti ingiuntivi lunga come Via del Corso.
“Che me frega, io ho detto la verità e c’ho le prove”, mi disse con la sua risata caratteristica Andrea dopo aver chiuso la telefonata con il suo direttore Clemente Mimun.

Poi, il 27 novembre del 2011 è toccato ad Alberto Abbate, quasi aggredito a Formello da Lotito e accusato di essere uno che scriveva sotto mia dettatura, perché su “La Repubblica” aveva riportato uno stralcio di un articolo che avevo pubblicato il 13 novembre 2011 su Millenovecento sulla vicenda di EdilEuropa e la B&G Consulting e un paio di settimane dopo si era permesso di chiedere a Lotito un chiarimento su quella vicenda rimasta oscura. Una delle tante…
Una vicenda mai del tutto chiarita che dimostra come già tre lustri fa la maglia della Lazio serviva per fare dei cambi merce o operazioni in cui la Lazio ci guadagnava poco o addirittura nulla. E che forse varrebbe la pena ritirare fuori per rinfrescare la memoria a chi non ricorda e far sapere anche a chi allora non leggeva Millenovecento qualcosa in più su quell’operazione…
E visto che nel mondo Lazio sono in molti ad avere la memoria corta o labile, sotto posto sia il titolo del giorno dopo de “La Repubblica” che il resoconto di quello che è successo il 27 novembre del 2011 a Formello e che è costato a Lotito ad un deferimento e poi ad una condanna dalla Commissione Disciplinare a 15.000 euro di multa, con la Lazio condannata per responsabilità oggettiva ad altri 15.000 euro di multa.

Senza ricordare tutti gli episodi legati al tentativo di mettere a tacere l’informazione con l’apice toccato nell’estate del 2016 quando molti colleghi si sono alzati e se ne sono andati per protestare perché Lotito pretendeva di trasformare la conferenza stampa sul caso-Bielsa nell’ennesimo monologo in cui erano tassativamente vietato porre domande, veniamo a quello che è successo da luglio in poi.
Io da sempre critico la gestione Lotito ma lo faccio commentando i bilanci o comunque documentando le critiche. E quando sono arrivate “voci” di offerte presentate da qualcuno le ho riportate, come hanno fatto in questi anni anche altri colleghi (ricordo ad esempio che Elmar Bergonzini scrisse su “La Gazzetta” di un’offerta da parte della Reb Bull…) e non ho mai avuto problemi e nemmeno accuse sbandierando il presunto (molto presunto) reato di aggiotaggio.
Magari attacchi, magari velate minacce, magari telefonate a editori per chiudermi il microfono come è successo nel 2011 in una radio o pressioni per non farmi intervenire in trasmissioni di Lazio, ma nulla di più.

Da quando invece ho scritto il 14 luglio di un’offerta arrivata a Lotito e che l’ha fatto tentennare per la prima volta, apriti cielo.
Un comunicato stampa, l’attacco di Lotito nelle conferenza stampa di presentazione di Sarri senza fare il mio nome, chiaramente), poi quello di Fabiani dopo la vacanza in Sardegna, poi gli avvisi di garanzia consegnati a più riprese dalla Digos e infine il blitz di venerdì scorso fatto dai Carabinieri a seguito di una denuncia di Lotito in cui si parla di complotto, minacce, estorsione e addirittura del presunto reato di “costrizione a fare un aumento di capitale”.
Come se chiedere o spingere un imprenditore a immettere soldi freschi nelle casse per far crescere un club nel quale in 21 anni non ha investito un solo euro possa essere configurato non come un diritto ma addirittura come un reato.
Un comportamento assurdo, ridicolo, per giunta in aperta violazione sia dell’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiane e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che all’articolo 11 che regola la Libertà di espressione e d’informazione recita testualmente: “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

A quanto pare, però, questo vale ovunque ma non a Roma. Anzi, non nel mondo Lazio dove esprimere critiche sull’operato di Lotito e dubbi sulle possibilità (economiche soprattutto) di Lotito di poter mantenere la Lazio a certi livelli viene prefigurato come un reato di lesa maestà.
Oppure come un complotto portato avanti con minacce (inesistenti) e tentativi (ancora più inesistenti) di estorcergli un qualcosa (cioè la Lazio) che nessuno gli può togliere visto che la sua posizione di controllo alla guida del club è blindata, inattaccabile anche dall’uomo più ricco e potente del mondo.
Ma se nessuno può scalzare Lotito, allora perché agitarsi in questo modo? Perché scatenare questa repressione riproponendo ipotesi di complotto già ventilate nel 2006? Perché provare a convincere i giudici che tutto questo nasca da quegli striscioni apparsi a giugno e poi da quell’articolo che ho scritto il 14 luglio quando Lotito è contestato da 20 anni e a contestarlo è la stragrande maggioranza se non la totalità del mondo Lazio?
Ecco, magari provate a farvi qualche domanda, ricordando che Lotito si è sempre comportato così e che le mie critiche di oggi sono le stesse di 15 anni fa e che i documenti che sto tirando fuori oggi non sono poi tanto diversi da quelli che ho tirato fuori nel 2011 sulla vicenda EdilEuropa/B&G Consulting e come allora sono sempre documentati.
Provate a chiedervi il perché di questa repressione scatenata da Lotito in un mondo Lazio in cui la libertà di critica è negata o quasi da lustri, ma fino a luglio non era mai stata considerata addirittura un reato penale.
