08 Aprile 2021

Il boss Radu e i suoi fratelli
di Stefano Greco

Nel giorno in cui la Lazio perde momentaneamente Simone Inzaghi, risultato positivo al Covid insieme a tutta la famiglia, società e squadra festeggiano Stefan Radu. Una festa a sorpresa a Formello, con Beppe Favalli a passargli idealmente il testimone di giocatore con più presenze nella storia con la maglia biancoceleste addosso e un trono (un po’ Kitsch…) biancoceleste con il numero 402 stampato al centro dello schienale per ricordare il numero del record. Un numero destinato a crescere. Il “boss”, come lo chiamano i compagni, ha festeggiati insieme ai suoi fratelli come li chiama lui, perché poco squadre come questa Lazio sono veramente una famiglia. Una famiglia in cui a volte si litiga (come avviene in tutti i nuclei familiari), ma nella quale tutti in questi anni hanno dato a volte anche quello che non avevano dentro pur di centrare traguardi all’apparenza impossibili. E Radu da questo punto di vista è veramente l’uomo-simbolo di questa Lazio.

Stefan Radu non è romano,, non è cresciuto con la maglia della Lazio addosso e non è neanche italiano, ma ha  sposato la Lazio: a vita, come fa ogni uomo che si innamora a prima vista di una donna e nel preciso istante in cui incrocia il suo sguardo sente dentro che quella scintilla ha acceso un fuoco destinato ad ardere per sempre.

Non è un fuoriclasse Stefan Radu, ma è il tipico giocatore che ogni tifoso sogna di avere in squadra, il capitano (con o senza fascia, poco importa) che guida la squadra ad ogni assalto e, specie nel derby, è il primo a lottare e l’ultimo ad arrendersi. E a volte non si arrende neanche dopo il fischio finale, pronto ad andare a muso duro contro chi offende o sbeffeggia. Contro chi, per dirla alla romana, “s’allarga troppo”.

Ho visto centinaia e centinaia di giocatori indossare questa maglia, ho visto campioni celebrati e fuoriclasse, giocatori scarsi che davano l’anima o pippe che avevano pure la presunzione di tirarsela. Tra questi, ho visto qualche guerriero: giocatori che dentro hanno il sacro fuoco che arde, che non arretrano di un millimetro, che non concedono nulla all’avversario, che in campo non solo non si risparmiano e riescono a gettare nella mischia anche quello che hanno. E che, soprattutto, ci mettono sempre e comunque il cuore. A partire da Luciano Re Cecconi e da Giorgio Chinaglia, potrei citare in ordine sparso Enrico Vella, Antonio Elia Acerbis, Angelo Gregucci, Giuliano Fiorini, Paolo Di Canio, Cristiano Bergodi, Diego Pablo Simeone, Sinisa Mihajlovic, i gemelli Filippini, Christian Ledesma e, chiaramente, Stefan Radu, uno che da 13 anni indossa questa maglia e che, a occhi chiusi, ha firmato un contratto a vita e si è legato per sempre alla Lazio.

In un'era in cui mogli e compagne decidono il destino dei calciatori, in anni in cui il legame tra tifoso, calciatori e società è un filo invisibile oppure in molti casi spezzato, Stefan Radu è una sorta di bisonte bianco. Lui per la Lazio ha dato veramente tutto e, per riconoscenza e per dare ancora di più, ha rinunciato da giovanissimo a giocare ancora con la sua Nazionale. Perché la Lazio veniva prima di ogni cosa, perché sapeva che quei muscoli e quelle giunture non potevano permettergli di essere il vero Radu sia con la maglia biancoceleste che con quella della Romania e, quindi, che doveva fare una scelta. E ha scelto la Lazio… Non ho statistiche del genere sottomano, ma dubito che in tanti in questi anni abbiano fatto la stessa scelta.

In un calcio in cui i calciatori baciano a comando la maglia per ergersi a simboli o a capi popolo, pronti  però a tradire dall’oggi a domani colori e simboli davanti ad un assegno più cospicuo, Stefan Radu ha fatto come Ulisse nel mare infestato dalle sirene: si è legato all’albero e ha resistito a qualsiasi richiamo e ha dimostrato con i fatti di essere innamorato di questa maglia e di questi colori più di tanti che sono nati in questa città o che sono stati eretti a simboli, ma che sono rimasti in cambio di contratti che sembravano quasi dei vitalizi. E se mai ce ne fosse stato bisogno, Stefan lo ha dimostrato definitivamente nell'estate del 2019 che cos'è la Lazio per lui. Messo alla porta dalla società, si è messo in tasca l'orgoglio e con l'umiltà di un ragazzino ha chiesto scusa, rinunciando ad offerte di società che gli avrebbero garantito un triennale a cifre maggiori di quelle che gli garantisce il contratto a vita che ha firmato con la Lazio. Ma non ci ha pensato un attimo a farlo, perché da anni ha deciso di chiudere la carriera con questa maglia biancoceleste addosso. E in questi ultimi due campionati ha disputato forse le migliori stagioni della sua carriera. Dimostrando sul campo dei essere indispensabile, uno dei punti fermi di questa squadra.

Radu è arrivato in una Lazio povera in cui il tetto degli ingaggi era fissato a 500.000 euro, ma ha firmato senza dire una parola. Ha aspettato e quando il tetto si è alzato ha bussato educatamente e ha chiesto di essere trattato come tutti gli altri: senza pretese, senza arroganza, senza minacciare divorzi e senza andare a bussare alla porta anno dopo anno per farsi allungare il contratto e aumentare la cifra. Lui i soldi e i rinnovi se li è guadagnati sul campo, con il sudore e a volte anche con il sangue. Perché non esiste un vero guerriero che non abbia mai versato sangue sul campo di battaglia, su quel prato verde in cui oramai molti, troppi, entrano solo per sbrigare una pratica.

Ha commesso anche molti errori Radu. A volte ha perso la testa, ha ciccato palloni facili e ha sbagliato diagonali difensive beccandosi più di una maledizione, ma Stefan è come quel figlio a cui sei disposto a perdonare tutto o quasi, perché sai quanto ti ama e che sarebbe disposto a fare di tutto per te e per il bene della famiglia.

È impossibile non amare Stefan Radu, uno che magari esce dal campo disidratato e pochi giorni dopo è di nuovo lì, in trincea, uno che si deve operare (ernia inguinale) ma resiste e recupera a tempo di record mentre altri alzano bandiera bianca o hanno tempi di recupero biblici. Lui, invece, non ce la fa a restare fuori, perché se non combatte gli manca quasi il respiro. Perché è fatto così Stefan Radu. E per questo è impossibile non amarlo. Non tanto e non solo perché in questi 13 anni c’è sempre stato ogni volta che la Lazio ha alzato al cielo un trofeo, ma perché quando la Lazio ha perso è sempre stato l’ultimo ad alzare bandiera bianca. Anzi, a dire il vero non l’ha mai alzata, non si è mai arreso, neanche davanti all’evidenza della sconfitta. E ogni volta che si è scatenata una rissa, lui era sempre lì, in prima fila. Per questo è sempre stato odiato dagli avversari (soprattutto dai romanisti…), per questo non può non essere amato: senza SE e senza MA, con i suoi pregi e i suoi difetti. Perché per lui quei colori biancocelesti sono veramente una seconda pelle e quell’aquila che tante volte ha preso tra le mani alzandola verso i tifosi in delirio per festeggiare un trofeo vinto, lui ce l’ha veramente tatuata sul cuore. E non con l’henné, ma con l’inchiostro vero, quello indelebile…





Accadde oggi 13.04

1930 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Modena 4-0
1941 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Bari 2-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Bologna 3-1
1958 Milano, stadio San Siro – Milan-Lazio 6-1
1962 Nasce a Montevideo (Uruguay) Nelson Daniel Gutierrez
1969 Ferrara, - Spal-Lazio 1-2
1980 Udine, stadio Friuli – Udinese-Lazio 1-1
1986 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cesena 1-1
2003 Modena, stadio Alberto Braglia - Modena-Lazio 0-0
2008 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Siena 1-1

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Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 2/4/2021
 

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