31 Marzo 2021

Quando segnava Chinaglia al derby...
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Due giocatori più di tutti gli altri hanno caratterizzato il derby romano: uno con il carisma e la personalità che lo hanno portato a diventare il vero simbolo della Roma biancoceleste; l’altro con i 25 anni di militanza e con il record dei gol segnati nella stracittadina è diventato in assoluto il giocatore più amato della storia della Roma. Ma se per Francesco Totti, romano e romanista della nascita, diventare un simbolo romanista e odiato dai laziali era scontato, per Giorgio Chinaglia che la Lazio e l’ideale laziale lo ha sposato a 22 anni, no. E nonostante questo, Long John è stato in assoluto il giocatore più odiato dai tifosi di una delle due parti, perché nel caso di Chinaglia la guerra in campo è stata trasportata anche nella vita di tutti i giorni, al punto da rendere impossibile la vita non solo a lui, ma anche alla sua famiglia che, dopo l’episodio successo il 31 marzo del 1974 fu costretta a lasciare per sempre la Capitale, trasformando la rivalità di Chinaglia con la Roma in vero e proprio odio contro i romanisti.

“Io i romanisti li odiavo! Non lo so perché, visto che avevo tanti amici che giocavano con la Roma come Cordova, Rocca e Vieri, ma quando scendevo in campo odiavo loro e soprattutto i loro tifosi. E io e Pino sapevamo come far infuriare i tifosi della Roma. Ci bastava fargli vedere il piedino dal tunnel degli spogliatoi prima dell’ingresso in campo per controllare il terreno di gioco e quelli impazzivano. Allora noi uscivamo, facevamo finta di controllare il terreno, poi correvamo verso la Sud. Sapevamo come farli imbufalire. Ci bastava starcene immobili e guardarli in segno di sfida per mandarli in bestia. Ci urlavano e ci tiravano di tutto e noi fermi, impassibili. Poi sorridevamo, agitavamo le braccia come per salutarli e a quel punto succedeva il finimondo. Ci caricavamo così. Poi io entravo in campo e segnavo”.

Questo era il derby di Giorgio Chinaglia, quello che succedeva regolarmente negli anni in cui Long John scendeva in campo con quella maglia celeste con il 9 bianco cucito dietro. Ho avuto la fortuna di viverli tutti i derby di quegli anni e di quelle domeniche ricordo tutto. Il primo gol in campionato in quel 2-2 che nel 1971 non evitò la retrocessione, il gol in Coppa Italia che mise in ginocchio la Roma allenata dal “mago” Herrera, il gol in mezza rovesciata che completò la rimonta vincente nel derby d’andata dell’anno dello scudetto. Ma niente a confronto di quello che è successo il 31 marzo del 1974, il giorno del “dito di Chinaglia”.  L’Olimpico stracolmo, il fumo e il gas dei lacrimogeni che ti toglie il respiro e ti fa bruciare gli occhi, la bolgia intorno con un terzo di stadio in festa e il resto in guerra con il mondo, i tentativi di invasione di campo, gli scontri con la Polizia e la Tevere trasformata in un campo di battaglia. Questo sembra il racconto di una domenica di follia dei nostri tempi, invece è solo il ricordo dell’epilogo della stracittadina del 31 marzo del 1974 giocata il sabato di Pasqua, del derby del dito di Giorgio Chinaglia puntato verso la Curva Sud in segno estremo di sfida, della partita che in pratica consegna lo scudetto alla Lazio e che ha fatto entrare Long John nella leggenda. Perché quando segnava Giorgio nel derby, finiva sempre così.

Quel dito di Chinaglia puntato verso la Curva Sud, in segno di esultanza e di sfida, è il simbolo della rinascita laziale dopo il buio degli anni Sessanta. Io sono cresciuto con il poster in bianco e nero sopra il letto con quell’immagine immortalata da quel genio della fotografia che risponde al nome di Marcello Geppetti. Per me, come per tanti ragazzi della mia generazione, quei successi nel derby firmati Giorgio Chinaglia in quel periodo hanno significato tanto. Ci hanno dato la forza per affrontare un confronto quotidiano a scuola a dir poco impari visto che, all’epoca, il rapporto tra romanisti e laziali in molti quartieri della città era di 10 a 1. E, soprattutto quando si è piccoli, bisogna avere le spalle larghe per rifiutare di omologarsi e non entrare a far parte del branco. Bisogna avere gli attributi ma anche un mito in cui credere e nel quale potersi identificare: Chinaglia che punta il dito contro il “nemico”; Chinaglia che da solo sfida un’intera curva; Chinaglia che li fa impazzire solo facendo sporgere in modo provocatorio il piedino dal tunnel degli spogliatoi piazzato in quell’angolo tra la Curva Sud e la Monte Mario. Giorgio Chinaglia, è stato per quelli della mia generazione il gigante buono a cui appellarsi nei momenti di difficoltà, come quello che vedevamo a “Carosello” e che al grido di “Gigante, pensaci tu….” risolveva ogni problema. Quello è il Chinaglia che non dimenticherò mai. Poi c’è stato un altro Chinaglia nell’epilogo della sua storia controversa con la Lazio e quello è da dimenticare.

Come ha raccontato lui stesso, per Giorgio il derby è guerra e quando c’è da combattere il “nemico giallorosso”  lui è sempre in prima fila. In tutti i derby. All’andata esulta sotto la curva nemica ed in campo succede di tutto. Concetto Lo Bello, il principe degli arbitri italiani, fatica a mantenere il controllo della situazione e sventola cartellini gialli a ripetizione. Anche a Chinaglia, per aver provocato e irriso i tifosi avversari. Allo stadio succede l’inferno, ma quello che accade dopo la partita me lo racconta qualche anno dopo Giancarlo Oddi, l’amico più fedele di Long John.

Dopo il derby accompagno in macchina Giorgio a casa Maestrelli, perché lui vive lì con loro. Quando arriviamo ci viene incontro il portiere ancora sconvolto che gli dice: “Signor Giorgio, per fortuna che è arrivato solo ora, c’erano più di 200 romanisti infuriati, urlavano, insultavano, hanno lanciato di tutto e hanno anche provato a entrare nel palazzo”. Giorgio, senza dire una parola, sale a casa, prende la pistola e, rientrando in macchina, mi dice: “Andiamo a prenderli, tanto lo so chi sono, i soliti 4-5 pezzi di merda. Andiamo Giancà, parti”. Io lo guardo e gli rispondo: “A Giò, ma che te sei messo in testa, te sei impazzito? Io nun te seguo, non voglio finì nei guai, me ne vado a casa”.

I romanisti gli danno la caccia, lo insultano, lo minacciano anche davanti ai negozio di abbigliamento che ha aperto alla Balduina. Lo chiamano “gobbo”, ma soprattutto insultano Connie che è costretta a lasciare Roma con i bambini. Giorgio è braccato, provocato in continuazione.

Anche alla vigilia di quel derby del 31 marzo. La squadra il sabato prima di ogni partita in casa sta in ritiro all’Hotel Villa Pamphili e il pomeriggio va al cinema Gregory, a Via Gregorio VII, a due passi da dove abito ora. È un modo per rilassarsi, ma di successo in successo quel pomeriggio al cinema diventa soprattutto un rito scaramantico. Quindi, anche alla vigilia del derby, Maestrelli porta la squadra al cinema. Il “maestro” e i suoi ragazzi hanno i posti riservati e di solito entrano a spettacolo quasi iniziato e con le luci spente in sala, per evitare la calca. Anche quella volta va così, ma con la squadra entra in ritardo anche un tifoso della Roma in compagnia della ragazza che, riconosciuto Chinaglia, gli punta il dito in faccia e gli dice: “Brutto gobbo de merda, domani al derby so cazzi tuoi”.

Maestrelli controlla Giorgio temendo che reagisca, i compagni lo circondano per proteggerlo ma anche per placcarlo in caso di reazione, ma lui non fa una piega e entra dentro il cinema con tutta la squadra, guardando però dove si siede quello che lo ha insultato. Appena inizia il film, Giorgio si alza, si sistema dietro al tifoso della Roma, gli bussa sulla spalla e gli dice: “Aho, il gobbo sta qua… e ora ti rompe il culo”. Quello non fa in tempo a capire che cosa stia succedendo che gli arriva un pugno in pieno volto e si ritrova sanguinante a terra. Dentro il cinema scoppia il finimondo, la voce della rissa si sparge in pochi minuti nel quartiere e il direttore del cinema è costretto a sospendere la proiezione, mentre Giorgio e tutta la squadra escono scortati dalla Polizia.

Giorgio arriva al derby carico come una molla. Lo stadio Olimpico è stracolmo (73.612 spettatori di cui 50.800 paganti e 22.812 abbonati, oltre a migliaia di imbucati) la Roma gioca in casa, i tifosi giallorossi occupavo tre/quarti dello stadio e tutti aspettano Long John al varco. Lui, per provocarli, si affaccia dal tunnel degli spogliatoi e la Curva Sud esplode. Chinaglia tira indietro la testa e, per provocare gli avversari, li saluta facendo uscire dal tunnel il piede destro, quello con cui ha realizzato il contestatissimo gol dell’andata.

Lo stadio diventa un’arena e quando Pulici dopo appena 5’ per prendere un cross di Spadoni finisce, secondo il guardalinee, oltre la riga bianca, l’Olimpico giallorosso esplode in un boato senza fine. Come è successo all’andata, la Lazio ci mette un tempo per carburare e pareggia proprio in avvio di ripresa. Il gol lo segna Vincenzino D’Amico, che sfruttando un rimpallo su un tiro di Chinaglia mette la palla in rete e consuma così la sua piccola vendetta sportiva su Francesco Rocca che, all’andata, lo aveva stordito al punto da costringerlo ad uscire in preda a una crisi nervosa. Dopo due minuti, Morini frana su Nanni in area e Gonella indica il dischetto: rigore. Un tifoso romanista invade il campo partendo dalla Tevere e tenta di aggredire l’arbitro, ma viene fermato dai giocatori. Partita sospesa per un paio di minuti, poi si riprende e Chinaglia batte Paolo Conti con un tiro forte ma centrale. Un altro gol sotto la Sud, un’occasione troppo ghiotta che Giorgio non si può far sfuggire, quindi, invece di correre verso il nemico si ferma e dopo aver calciato il pallone con violenza verso la Curva Sud si ferma e, immobile come una statua, punta l’indice della mano destra verso la Curva avversaria in segno di sfida e poi corre insieme a Wilson verso la panchina per abbracciare Tommaso Maestrelli. L’unico ad immortalare quel gesto è Marcello Geppetti, perché conoscendo Giorgio e immaginando che avrebbe fatto qualcosa di eclatante si piazza dietro la porta e poi scatta subito a sinistra per cogliere quell’immagine leggendaria, con Giorgio che esulta con il dito puntato e alle sue spalle il mondo laziale che esulta pazzo di gioia.

Nonostante gli assalti disperati della Roma, la Lazio vince 2-1 e Chinaglia è costretto a lasciare il campo protetto dagli scudi della celere per evitare che venga colpito dalle centinaia di oggetti che volano in campo e che hanno trasformato la pista d’atletica in una sorta di discarica in cui c’è veramente di tutto, anche scarpe. La gente lo insulta, lui dribbla anche celerini e scudi ed esce dal campo da solo, senza nessun tipo di protezione e con quel sorriso beffardo stampato sul volto per irridere i tifosi della Roma. All’Olimpico scoppia la guerra. Dentro lo stadio e nei dintorni si accendono focolai di ogni genere e il rumore delle sirene delle ambulanze e dei cellulari della celere si mischia con quello delle urla dei tifosi che si scontrano ovunque. Il bilancio finale parla di 50 feriti, quattro spettatori colti da infarto e un arresto.

Nel posto partita, tutta la stampa romana e nazionale si scaglia contro Giorgio Chinaglia accusandolo di aver scatenato con le sue dichiarazioni e i suoi gesti provocatori gli incidenti che hanno caratterizzato il pre e il post-derby. Padre Antonio Lisandrini, il padre spirituale della Lazio, grande amico di Maestrelli e fortemente voluto dal “Maestro” nel tentativo di tenere un po’ a bada quella banda di matti, va in televisione per difendere pubblicamente Long John e per dargli il suo ecclesiale perdono.

“I gesti di Chinaglia sono dettati solo dal suo grande amore per la bandiera e dalla sua passione per la battaglia. Sono sensazioni sane, perché scaturite da un cuore puro come quello di un bambino”.

Basta questo suo intervento a La Domenica Sportiva per placare le polemiche e per consentire a Padre Lisandrini di conquistare per sempre l’amicizia e la stima di Chinaglia.

Quell’esultanza di Giorgio diventa ben presto una moda. Io frequento la prima media a Villa Flaminia, una scuola privata che sembra un college per come è strutturata e per gli impianti sportivi: campi da basket, da tennis, palestre e un campo da calcio in erba regolare. Non ho ancora 12 anni, ma sono alto più di 170 centimetri, grosso e goffo proprio come Chinaglia. Rispetto ai compagni di scuola sembro un gigante, quindi mi mettono a fare il centravanti, perché basta mettere un pallone alto in area e io segno di testa. E quando la palla è bassa, mi faccio largo a sportellate. Tecnica zero, gol tanti. E, dopo ogni gol, l’esultanza di sfida con il dito puntato, anche se la maglia è arancione e nera come quella dell’Olanda e non celeste con i bordini bianchi come quella della Lazio. Ma il numero, il nove, è lo stesso. Come la voglia di provocare e la capacità di essere leader all’interno di un gruppo. E come è successo a me, è successo a migliaia di laziali che, grazie a quel gigante e quel dito puntato verso al nemico, sono usciti dal guscio e hanno trovato la forza di affrontare a testa alta quel “nemico” più numeroso e arrogante, ma che poteva essere piegato facilmente: restando fermi come statue e puntandogli un dito contro…





Accadde oggi 13.04

1930 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Modena 4-0
1941 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Bari 2-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Bologna 3-1
1958 Milano, stadio San Siro – Milan-Lazio 6-1
1962 Nasce a Montevideo (Uruguay) Nelson Daniel Gutierrez
1969 Ferrara, - Spal-Lazio 1-2
1980 Udine, stadio Friuli – Udinese-Lazio 1-1
1986 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cesena 1-1
2003 Modena, stadio Alberto Braglia - Modena-Lazio 0-0
2008 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Siena 1-1

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Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 2/4/2021
 

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