14 Gennaio 2021

Stefan Radu è l'immagine del derby...
di Stefano Greco

Per Stefan Radu, questa è la stagione dei record: il record di presenze in Serie A con la maglia della Lazio battuto qualche settimana fa; il muro delle 400 partite in maglia biancoceleste oramai ad un passo (con quella di domani nel derby saranno 395 e il primato di Favalli a quota 401 è oramai a portata di mano…) e con la presenza in campo domani sera (la numero 20…) l’ingresso nella Top Ten dei giocatori più presenti di sempre nel derby della Capitale. Scendendo in campo domani Stefan Radu scavalcherà il mito Piola e raggiungerà Bernardini e Puccinelli, con la possibilità di agganciare addirittura Wilson al quinto posto già in questa stagione in caso di doppia semifinale di Coppa Italia tra Lazio e Roma. Insomma, uscito di scena Francesco Totti, la fascia di veterano del derby romano ora è sul braccio di Stefan, rumeno di nascita ma romano di adozione.

Stefan Radu non ha giocato nelle giovanili biancocelesti e non è cresciuto con la maglia della Lazio addosso, ma ha  sposato la Lazio: a vita, come fa ogni uomo che si innamora a prima vista di una donna e nel preciso istante in cui incrocia il suo sguardo sente dentro che quella scintilla ha acceso un fuoco destinato ad ardere per sempre.

Non è un fuoriclasse Stefan Radu, ma è il tipico giocatore che ogni tifoso sogna di avere in squadra: il capitano (con o senza fascia, poco importa) che guida la squadra ad ogni assalto e, specie nel derby, è il primo a scendere nell’arena per lottare e l’ultimo ad arrendersi e ad uscire dal campo. E a volte non si arrende neanche dopo il fischio finale, pronto ad andare a muso duro contro chi offende o sbeffeggia. Contro chi, per dirla alla romana, “s’allarga troppo”.

Ho visto centinaia e centinaia di giocatori indossare questa maglia in 54 anni di Lazio: ho visto campioni celebrati e fuoriclasse, giocatori scarsi che davano l’anima o pippe presuntuose al punto da tirarsela. Tra queste centinaia di giocatori, ho visto anche dei “guerrieri”, calciatori che dentro hanno il sacro fuoco che arde, che non arretrano di un millimetro, che non concedono nulla all’avversario, che in campo non solo non si risparmiano ma riescono a gettare nella mischia anche quello che hanno. E che, soprattutto, ci mettono sempre e comunque il cuore. A partire da Luciano Re Cecconi e da Giorgio Chinaglia, potrei citare in ordine sparso Enrico Vella, Antonio Elia Acerbis, Angelo Gregucci, Giuliano Fiorini, Paolo Di Canio, Cristiano Bergodi, Diego Pablo Simeone, Sinisa Mihajlovic, i gemelli Filippini, Christian Ledesma e, chiaramente, Stefan Radu, uno che da 13 anni indossa questa maglia e che, a occhi chiusi, si è legato per sempre alla Lazio firmando un contratto a vita con questa società e un patto di sangue con la gente laziale.

In un'era in cui mogli dei calciatori decidono il destino dei loro mariti (David Silva è solo l’ultimo di una lunga lista…), in anni in cui il legame tra il tifoso i calciatori e la società è un filo invisibile oppure in molti casi si è del tutto spezzato, Stefan Radu è una sorta di bisonte bianco. Lui per la Lazio ha dato veramente tutto e, per riconoscenza e per dare ancora di più, ha rinunciato da giovanissimo a giocare ancora con la sua Nazionale. Perché la Lazio veniva prima di ogni cosa, perché sapeva che quei muscoli e quelle giunture non potevano permettergli di essere il vero Radu sia con la maglia biancoceleste che con quella della Romania e che, quindi, doveva fare una scelta. E ha scelto la Lazio… Non ho statistiche del genere sottomano, ma dubito che in tanti in questi anni abbiano fatto la stessa scelta. L’ha fatta Ibrahimovic, ad esempio, ma solo perché aveva litigato con il ct della Svezia, tanto è vero che tornerà per giocare gli Europei.

In un calcio in cui i calciatori baciano a comando la maglia per ergersi a simboli o a capi popolo, pronti però a tradire dall’oggi a domani colori e simboli davanti ad un assegno più cospicuo, Stefan Radu ha fatto come Ulisse nel mare infestato dalle sirene: si è legato all’albero e ha resistito a qualsiasi richiamo e ha dimostrato con i fatti di essere innamorato di questa maglia e di questi colori più di tanti che sono nati in questa città o che sono stati eretti a simboli, ma che sono rimasti in cambio di contratti che sembravano quasi dei vitalizi. E se mai ce ne fosse stato bisogno, lo ha dimostrato definitivamente due estati fa che cos'è la Lazio per lui. Messo alla porta dalla società, si è messo in tasca l'orgoglio e con l'umiltà di un ragazzino ha chiesto scusa, rinunciando ad offerte di società che gli avrebbero garantito un triennale a cifre maggiori di quelle che gli garantisce il contratto a vita che ha firmato con la Lazio. Ma non ci ha pensato un attimo a farlo, perché da anni ha deciso di chiudere la carriera con questa maglia biancoceleste addosso. E lo scorso anno ha disputato forse una delle migliori stagioni della sua carriera, riportando la Lazio in Champions League. E visto il flop di Vavro, il giocatore acquistato per sostituirlo (buttando dalla finestra 12 milioni di euro), viene da chiedersi cosa sarebbe successo lo scorso anno senza Radu che, anche in questa stagione, è uno dei punti fermi di Inzaghi e della difesa della Lazio.

Stefan è approdato a Roma a gennaio del 2008,  in una Lazio povera in cui il tetto degli ingaggi era fissato a poco più di 500.000 euro, ma ha firmato senza dire A. Ha aspettato e quando il tetto si è alzato ha bussato educatamente e ha chiesto di essere trattato come tutti gli altri: senza pretese, senza arroganza, senza minacciare divorzi e senza andare a bussare alla porta anno dopo anno per farsi allungare il contratto e aumentare la cifra. Lui i soldi e i rinnovi se li è guadagnati sul campo, con il sudore e a volte anche con il sangue. Perché non esiste un vero guerriero che non abbia mai versato sangue sul campo di battaglia, su quel prato verde in cui oramai molti, troppi, entrano solo per sbrigare una pratica.

Ha commesso anche molti errori Radu. A volte ha perso la testa, ha ciccato palloni facili e ha sbagliato decine di diagonali difensive beccandosi più di una maledizione, ma Stefan è come quel figlio a cui sei disposto a perdonare tutto o quasi, perché sai quanto ti ama e che sarebbe disposto a fare di tutto per te e per il bene della famiglia.

È impossibile non amare Stefan Radu, uno che lo scorso anno è uscito dal campo disidratato e pochi giorni dopo era di nuovo lì, in trincea, mentre altri alzano bandiera bianca per piccoli dolori o hanno tempi di recupero biblici. Lui, invece, non ce la fa a restare fuori, perché se non combatte gli manca quasi il respiro. Perché è fatto così Stefan Radu. E per questo è impossibile non amarlo. Non tanto e non solo perché c’è sempre stato ogni volta che la Lazio di Lotito ha alzato al cielo di Roma un trofeo, ma perché quando la Lazio ha perso è sempre stato l’ultimo ad alzare bandiera bianca. Anzi, a dire il vero non l’ha mai alzata, non si è mai arreso, neanche davanti all’evidenza della sconfitta. E ogni volta che si è scatenata una rissa, lui era sempre lì, in prima fila. Basta vedere la foto della rissa con Mexes o quella dello scambio di colpi proibiti con De Rossi, basta guardare il ghigno a Totti a terra o il sorriso sbeffeggiando a Kolarov che ha appena fatto espellere nel derby del 3-0 di qualche anno fa. Basta vedere la gioia per quel trionfo del 26 maggio del 2013. Ognuno di quei 19 derby giocati è una foto da archivio, un’immagine da conservare.

Per questo suo modo di essere Stefan è sempre stato odiato dagli avversari e soprattutto dai romanisti, per questo suo spirito da guerriero Radu non può non essere amato da tutti i tifosi laziali: senza SE e senza MA, con i suoi pregi e i suoi difetti. Perché per lui quei colori biancocelesti sono veramente una seconda pelle e quell’aquila che tante volte ha preso tra le mani alzandola verso i tifosi in delirio per festeggiare un trofeo vinto, lui ce l’ha veramente tatuata sul cuore. E non con l’henné, ma con l’inchiostro vero, quello indelebile…





Accadde oggi 23.01

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 2-0
1927 Taranto, - Audace Taranto-Lazio 1-3
1938 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genova 1893-Lazio 2-1
1949 Milano, Stadio di San Siro - Inter-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Triestina 1-1
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 Roma, stadio Olimpico, Lazio-Juventus 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cavese 1-1
1994 Parma, stadio Ennio Tardini – Parma-Lazio 2-0
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-2
2011 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 15/1/2021
 

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