12 Gennaio 2021

Mai di venerdì, ma il 15 gennaio...
di Stefano Greco

Ci sono stati derby di martedì, mercoledì e giovedì giocati in Coppa Italia, derby di sabato e di domenica in campionato e uno addirittura è stato giocato di lunedì (il 25 maggio del 2015 alle 18), ma una Stracittadina di venerdì è una prima assoluta nella storia di questa sfida tra Lazio e Roma iniziata l’8 dicembre del 1929. Lo è per il giorno della settimana, ma non per la data, perché nella storia del derby della Capitale il 15 gennaio sono state giocate altre due Stracittadine: una in casa della Roma nel 1939 e finì 2-1 per la Lazio che violò il campo Testaccio; l’altra è andata in scena nel 1989 in uno Stadio Olimpico che era un cantiere a cielo aperto per i lavori di rifacimento in vista di Italia ‘90, ed è un derby entrato nella storia…

All’alba del 1989 non esistevano né i social network né internet, i computer erano ancora un qualcosa utilizzato al massimo per raccogliere dati e nei giornali cominciavano a prendere il posto delle macchine da scrivere perché ti davano la possibilità di cancellare e riscrivere senza dover buttare l’articolo, oppure evitando correzioni o segni che potevano essere male interpretati da chi poi doveva trasformare in piombo e mettere poi in pagina il tuo pezzo. All’alba del 1989 non esistevano i telefoni cellulari e lo Stadio Olimpico era un cantiere a cielo aperto: senza nessun tipo di copertura, con la Monte Mario e la Tribuna Tevere ancora con le panche e la struttura del vecchio impianto, con la Curva Nord completata che combaciava con la Tevere ma non con la Monte Mario, con la Curva Sud per due terzi ancora da ricostruire e che ospitava camion e terra smossa. In questo teatro, il 15 gennaio del 1989 va in scena il derby di un campionato iniziato in ritardo Il 9 ottobre) a causa della partecipazione della nazionale azzurra alle Olimpiadi di Seoul. E sulla panchina della Roma, al fianco di Nils Liedholm che non lo schiera neanche titolare, siede Ruggiero Rizzitelli, il “Rizzi-gol” che ha acceso la vigilia di questo derby e al quale Liedholm quel giorno preferì Policano e Renato a completare con Voeller il trio d’attacco giallorosso.

All’alba del 1989 non esistevano né SKY né Mediaset Premium, quindi si giocava sempre e tutti alla stessa ora, non esistono ancora anticipi e posticipi e il derby tornava sulla scena romana dopo quasi 4 anni d’attesa. Tanto, ma mai quanto l’attesa dei tifosi della Lazio per quel successo nella stracittadina che mancava dal 18 marzo del 1979: dal derby deciso da Nicoli a due minuti dal termine, quello della scenografia del VE MANNAMO IN B entrata di diritto nella storia delle sfide tra Lazio e Roma.

All’alba del 1989, quella che affronta la Roma è una Lazio ancora scossa dal traumatico divorzio con Eugenio Fascetti, una squadra affidata a Beppe Materazzi con il compito di disputare una stagione tranquilla e di lanciare definitivamente qualche giovano in rampa di lancio: Fiori e Rizzolo che hanno guidato un anno prima la Primavera alla conquista dello scudetto, ma soprattutto un ragazzo dal talento straordinario che dopo aver rischiato addirittura l’amputazione del piede è stato restituito al grande calcio dal professor Carfagni, il medico sociale della Lazio. Il nome di quel ragazzo, è Paolo Di Canio, per gli amici del Quarticciolo, solo e semplicemente “Pallocca”. Paolo, oltre ad essere un calciatore di belle speranze, è un piccolo Ultras che ha coronato il sogno di ogni tifoso: indossare la maglia della squadra del cuore…

Beppe Materazzi, fedele al compito che gli è stato affidato, lo ha lanciato pochi mesi prima in Coppa Italia. Dopo la sconfitta con il Pescara e la vittoria contro il Licata, la Lazio per sperare di qualificarsi deve battere il Campobasso, ma alla fine del primo tempo il risultato è 0-0. Paolo entra al posto di Beruatto e va a formare con Ruben Sosa e Dezotti il tridente offensivo. Paolo, uno dei tanti figli calcistici di Volfango Patarca, dopo venti minuti necessari per prendere confidenza, per scacciare via l’emozione e i fantasmi di quell’anno da incubo che ha vissuto temendo di veder infranto il suo sogno, decide di fare quello che il suo vecchio maestro gli ripeteva sempre: “Non avere paura di dribblare o di tentare una giocata rischiosa, perché se dentro di te senti che è la cosa giusta da fare per segnare o per fare segnare un gol al compagno, allora fallo, provaci”. E Paolo lo fa. Salta un giocatore a centrocampo in dribbling, poi un secondo, un terzo e quando arriva al limite dell’area lascia partire una sventola di destro con il pallone che dopo aver disegnato una traiettoria incredibile gonfia la rete. Lo stadio esplode e Paolo corre come un pazzo con le braccia larghe, come per abbracciare ad uno ad uno tutti i 20.000 del Flaminio. Il ghiaccio è rotto.  “Pallocca” da quel momento in poi gioca sempre e anche grazie a lui la Lazio vince il girone successivo (con Fiorentina, Inter e Udinese) e vola ai quarti di finale di Coppa Italia.

Come detto prima, il 9 ottobre, inizia il campionato. Paolo viene convocato e sogna di andare almeno in panchina. Nella riunione tecnica del sabato in albergo a Cesena, Materazzi riunisce la squadra e segna sulla lavagna i nomi della formazione titolare. Mentre lo fa, Di Canio chiacchiera con Rizzolo, che è diventato la sua anima gemella. Ad un certo punto, mentre Materazzi partendo dal portiere spiega ad ogni giocatore cosa si aspetta da lui il giorno dopo, Rizzolo molla a Paolo una gomitata: “Ma te voi sta zitto? Ascolta, che ora tocca a te perché domani giochi”. Di Canio, guarda il compagno pensando ad uno scherzo, invece si volta e vede che sulla lavagna c’è il suo nome. Tutto preso a ridere e a scherzare con Rizzolo, Paolo non si è accorto di nulla e quando Materazzi dice: “Allora, numero nove giochi tu Paolo, mi raccomando, domani devi preoccuparti più della copertura, non farti sorprendere”, lui non riesce a dire neanche una parola e si limita a fare sì con la testa.

Il grande giorno è una domenica di sole, di un autunno che somiglia più a quelle giornate di tarda primavera che annunciano l’estate. Lo stadio è stracolmo e a Cesena sono arrivati migliaia di tifosi della Lazio per festeggiare il ritorno in Serie A dopo tre anni di Purgatorio, vissuti scendendo all’Inferno prima di salire direttamente in Paradiso. Quando Paolo entra in campo per il riscaldamento, è accolto da un boato e lui si dirige sotto la curva, dove c’è lo striscione Irriducibili, indicando ad uno ad uno tutti gli amici con cui ha diviso nottate in treno e domeniche in trasferta sotto la pioggia o sotto la neve in giro per l’Italia al seguito della Lazio. Ha gli occhi lucidi. Ma è niente rispetto a quello che succederà il 15 gennaio. Di Canio parte titolare nelle prime sei giornate, in cui la Lazio colleziona cinque pareggi (ma contro Napoli e Milan in trasferta) e una vittoria contro il Verona. Poi arrivano tre sconfitte in cinque giornate, tra cui un pesantissimo 3-0 a Firenze una settimana prima del derby che provoca una durissima contestazione a Tor di Quinto, con tanto di sassaiola vero le macchine dei giocatori. Quella che precede la Stracittadina, quindi, è una settimana ad altissima tensione.

Paolo di derby ne ha giocati a decine nelle giovanili, ma giocare la sfida del 15 gennaio e il primo derby in Serie A all’Olimpico è un qualcosa che ti toglie il fiato e il sonno. E non bastano le lunghe sedute di massaggi per far sparire la tensione dai muscoli e soprattutto dalla testa. Mentre sta a Tor di Quinto sotto le mani di Doriano, il massaggiatore che lo ha “salvato” quando lo ha visto a Bergamo mischiato tra i tifosi e ha mantenuto il segreto con la società, Paolo è una corda di violino. E Doriano lo stuzzica. Paolo dopo l’ennesima provocazione si gira e gli dice: “Dorià, scommetti che se segno domenica sotto la Sud gli vado ad esultare in faccia come ha fatto Chinaglia? Giuro che lo faccio”. Doriano scuote la testa, lo prende in giro e gli dice: “Non lo farai mai”.

“Mi istigava, diceva che non avrei segnato e se anche lo avessi fatto non avrei mai avuto le palle di andare sotto la curva dei romanisti. Io gli risposi che non solo avrei fatto gol, ma che sarei andato proprio sotto la Sud come Giorgione Chinaglia. Quando è arrivato il passaggio di Ruben Sosa ero troppo concentrato, ho calciato in modo forte e preciso come poche volte mi è capitato e ho chiuso gli occhi, poi ho sentito il boato: ho saltato i cartelloni pubblicitari per andare sotto la curva Sud, con il dito puntato. Dietro le mie spalle sentivo il boato della Curva Nord, ero quasi in trance, ma poi poco prima della pista d’atletica ho deviato verso la tribuna. Ripensandoci, per anni mi sono detto: ‘Hai sbagliato, dovevi arrivare fino a sotto’. Invece mi sono fermato”.

Paolo quel gol segnato il 15 gennaio del 1989, lo racconta a distanza di quasi sedici anni, alla vigilia del derby del 6 gennaio del 2005, nella sua seconda avventura nella Lazio. Lo fa in un’intervista a Mediaset e dalle sue parole e dall’espressione del volto si vede che prova ancora i brividi ripensando a quel primo gol in Serie A. E si capisce che pagherebbe di tasca sua per poter fare il bis. Ma questa è un’altra storia che merita un discorso a parte.

Quel gol che regala alla Lazio una vittoria attesa da quasi 10 anni e quell’esultanza alla Chinaglia, sono come un ciclone estivo nella vita di Paolo Di Canio. Diventa un idolo per i suoi vecchi amici della Curva Nord, ma la vita in città per lui diventa quasi impossibile, come era successo 15 anni prima anche a Chinaglia. Quel dito puntato è un qualcosa che non si può ingoiare e tantomeno perdonare, quindi quando gira per le vie della città sono insulti, provocazioni, sputi e più di un tentativo di aggressione. In città, ma non al Quarticciolo, perché anche se quel quartiere è un tempio del tifo romanista, Paolo è uno di casa, uno da difendere a qualsiasi costo. Perché è un fratello, perché per tanti rappresenta la realizzazione di quel sogno che loro hanno fatto migliaia di volte e che migliaia di volte è andato in frantumi ogni volta che hanno riaperto gli occhi. Lui, invece, l’ha realizzato e può assaporare il gusto del trionfo.

In quella prima stagione in Serie A, quell’annata 1988-1989, quello al derby è l’unico gol segnato da Paolo Di Canio. Ma lo ha segnato nel derby, in quella che a Roma è la partita delle partite: l'unica che contava veramente qualcosa in quegli anni in cui a Roma non si vinceva nulla, quella che con un successo poteva salvare una stagione e, soprattutto, quella in grado di regalare l’immortalità calcistica a chi segnava. Perché se segni anche 10 reti in un campionato rischi di finire nel dimenticatoio, ma se segni un gol decisivo in un derby, sei ricordato per sempre, da tutti. Figuriamoci poi se, esultando, vai con il dito puntato sotto la curva nemica.

Ecco, proprio venerdì è l’anniversario di quel derby, di quel gesto entrato nella storia di questa Stracittadina. Se si tratta di una semplice coincidenza, oppure dell'ennesima prova che in questa vita nulla accade per caso, lo sapremo solo venerdì intorno alle 23. Quindi non resta che aspettare, incrociare le dita e sperare nel “non c’è due senza tre”...





Accadde oggi 23.01

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 2-0
1927 Taranto, - Audace Taranto-Lazio 1-3
1938 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genova 1893-Lazio 2-1
1949 Milano, Stadio di San Siro - Inter-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Triestina 1-1
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 Roma, stadio Olimpico, Lazio-Juventus 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cavese 1-1
1994 Parma, stadio Ennio Tardini – Parma-Lazio 2-0
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-2
2011 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 15/1/2021
 

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