09 Gennaio 2021

AUGURI Lazio, compagna di vita...
di Stefano Greco

Niente fuochi d’artificio e torce che squarciano il buio di una notte d’inverno, niente cori da stadio o bomboni che rompono il silenzio spettrale che la fa da padrone nelle vie e nelle piazze di Roma e con il quale siamo costretti a convivere da mesi. Niente di tutto questo in questo compleanno della Lazio al tempo del Covid e 121 candeline spente in silenzio allo scoccare della mezzanotte, con la festa rimandata a oggi alle 17, quando dopo 10 mesi di isolamento e di Olimpico serrato il popolo laziale si ritroverà a piazza della Libertà, dove tutto è nato 121 anni fa.

Centoventuno non è un numero tondo, ma è un numero che fa impressione anche solo a scriverlo quando si parla di anni, figuriamoci pensando a cosa c’è racchiuso dentro quei 24 lustri di storia: uomini, imprese, emozioni, successi e delusioni, trofei, cadute e tradimenti. Impossibile racchiudere in un solo articolo 121 anni di storia. Impossibile condensare in poche righe quasi di 54 anni di emozioni legate a questa squadre e a questi colori, vissute dal vivo, oppure incollato ad una radiolina pregando di veder realizzato un piccolo miracolo sportivo e immaginando quello che succedeva a centinaia di chilometri di distanza. Come si possono raccontare immagini da brivido scolpite nella mente legate ad un gol, ad un trofeo alzato, ma anche a semplici gesti che ti rimangono scolpiti nella memoria senza un perché? Non si può, perché si rischia sempre di lasciare fuori qualcosa o qualcuno. Non si può anche perché le emozioni sono soggettive, un qualcosa di talmente intimo e privato difficile da spiegare a parole, figuriamoci catalogando nomi e numeri o peggio ancora stilando una classifica dei brividi provati in questo amore che dura da più di mezzo secolo e che accompagnerà ognuno di noi fino all’ultimo passo su questa terra.

Allora, l’unica soluzione per scrivere qualcosa è provare a chiudere gli occhi, come facevamo da bambini, quando se non stavi allo stadio potevi solo immaginare quello che succedeva, guidato in quel sogno da voci amiche come quelle di Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Ezio Luzzi: personaggi sconosciuti alle nuove generazioni ma che per noi erano un punto di riferimento in quell’epoca di radiocronache e di immagini in bianco e nero. Ascoltavi la radio e i brividi arrivavano quando, all’improvviso, sentivi il radiocronista di turno che interrompeva il collega: arrivava prima il boato e poi l’annuncio di chi aveva segnato. E se la Lazio giocava in trasferta, ti si gonfiava il cuore di speranza se i rumori in sottofondo erano soffocati, mentre restavi per qualche istante impietrito se arrivava un boato. Come si fa a raccontare cosa si provava in quegli istanti a chi oggi può vedere una partita in diretta sul computer o sul cellulare grazie a SKYGODAZN o qualche App gratuita, mentre noi a volte dovevamo aspettare Domenica Sprint dopo le otto di sera per vedere un servizio vero sulla partita giocata dalla Lazio? Ma questo non significa che le emozioni di oggi siamo meno vere e forti di quelle che noi provavamo allora, perché anche alla soglia dei 60 anni ti ritrovi ad esultare per un gol segnato, oppure a imprecare per uno sbagliato o per un gol subito. E, anche se per mille motivi la vita ti ha portato a mettere altro prima della Lazio, ogni foto, ogni filmato e ogni partita vista dal vivo ti regala un brivido. E la mente corre, inevitabile, a quello spettacolo di luci di un anno fa, a Castel Sant’Angelo illuminato e alla piccola preghiera inviata al cielo di poter coronare un sogno meraviglioso che si stava materializzando sotto i nostri occhi.

Invece, in questi 12 mesi tutto è sfumato e il nostro mondo è andato quasi in frantumi a causa di questa maledetta pandemia. Lo scudetto sfumato, i lutti, il lavoro che c’è e non c’è, i conti che tornano a fatica e la ricerca disperata di qualcosa che ti emozioni e ti faccia staccare almeno per qualche ora la spina. In questi mesi durissimi, l’unica cosa che è rimasta tale e quale è la Lazio e la nostra passione per una squadra di calcio, il senso di appartenenza pur nel distacco forzato, l’amore per quei colori, i colori del cielo.

Ci ho provato a stilare una classifica delle emozioni provate in 54 anni di Lazio, ho scritto, strappato e riscritto quella lista una decina di volte, poi ho deciso che l’unico modo per raccontare oggi le emozioni vissute nella mia vita di tifoso biancoceleste è quello di chiudere gli occhi e farmi guidare dai flash, dai frammenti di immagini ed emozioni conficcati nella memoria.

E allora ecco che riaffiora dalla nebbia dei ricordi da bambino l’immagine del verde smeraldo del prato e del bianco quasi accecante del marmo del vecchio Stadio Olimpico, i colori accesi e quasi accecanti di quel 12 febbraio del 1967, il giorno in cui le immagini in bianco e nero viste in tv si sono colorate per la prima volta: perché vissute dal vivo e in diretta in uno stadio. Avevo 5 anni, mi avevano appena insegnato a leggere e ricordo quell’enorme tabellone dello Stadio Olimpico con le lucette dorate che formavano i nomi scritti in maiuscolo di MORRONE e MAGGIONI, le due firme in calce a quella vittoria con il Lecco. Esordio vincente in una stagione difficile, finita con la retrocessione in Serie B maturata proprio all’ultima giornata e vissuta via radio, con tanto di lacrimoni al fischio finale. Ricordo i racconti del mio pro zio Aldo Fraschetti, compagno di squadra di Fulvio Bernardini e protagonista di quella Lazio sconfitta nella finale scudetto del 1923 dal grande Genoa. Dall’archivio della memoria riaffiora il ricordo dei racconti di mio nonno Tullio (ex dirigente biancoceleste e amico del generale Vaccaro), sindaco effettivo della società e di quel Consiglio Direttivo che nel 1927 si oppose alla fusione che portò alla nascita della Roma, entrando in collisione con il Federale Foschi.

Ricordo la mia prima volta a Tor di Quinto, la carezza di Tommaso Maestrelli e il sorriso di Giorgio Chinaglia. Mi tornano in mente le lacrime della prima trasferta della mia vita a Napoli e la disperazione per quello scudetto perso all’ultimo respiro il 20 maggio del 1973. Chiudo gli occhi e risento il boato dell’Olimpico per quel gol di Re Cecconi al Milan del 30 dicembre del 1973, secondo per intensità e durata solo a quello del gol di Fiorini al Vicenza del 21 giugno 1987. Date che non hai bisogno di cercare su un almanacco, perché sono impresse nella memoria, come e più di quelle dei grandi successi.

Ad occhi chiusi riaffiorano le immagini che mi fanno rivivere le emozioni di quel 12 maggio del 1974, iniziato marinando la messa per andare a leggere di nascosto sul terrazzo condominiale del palazzo tutto il Corriere dello Sport. Rivivo l’attesa per la partita, quell’adesivo con lo scudetto regalato da uno sponsor strappato alla fine del primo tempo perché portava male, poi l’abbraccio con tutta la famiglia riunita quel giorno in Tribuna Tevere per un trionfo atteso da una vita. Una vita non facile, fatta di alti e bassi, di gioie e di cadute dolorose, ma soprattutto di emozioni figlie della sofferenza. E di tante lacrime. Quelle versate al funerale di Tommaso Maestrelli, quelle che non riuscivo a fermare quella maledetta sera in cui arrivò con una telefonata a casa la notizia della morte di Luciano Re Cecconi: quell’angelo biondo che mi aveva catturato il cuore, anche più di quanto era riuscito a fare Giorgio Chinaglia, il mio mito. Mi torna in mente il giorno della retrocessione a tavolino dell’estate del 1980, con la rabbia per il tradimento da parte di quelli che fino a quel momento avevo considerato degli eroi senza macchia e senza paura.

Ma neanche quel tradimento è riuscito a spezzare il filo. È bastata la promozione di due anni dopo firmata Giordano e la gioia per il ritorno di Chinaglia per spazzare via tutto, senza sapere che dietro l’angolo c’era l’ennesima delusione e l’ennesimo tradimento.

Mi tornano in mente le immagini quella tripletta segnata da Vincenzo D’Amico al Varese in uno Stadio Olimpico quasi deserto che fanno coppia con i frammenti di memoria di quella stagione ’86-’87, una delle più belle della nostra vita e poi, l’era dell’oro…

Ma anche il quel periodo, i ricordi di gioie e dolori si mischiano in uno strano gioco del destino. Con la Lazio che dopo quasi un quarto di secolo sta per alzare nuovamente al cielo un trofeo, nel giro di pochi giorni ho vissuto le emozioni private più forti che può provare un essere umano: la notizia che stavo per diventare padre e il giorno dopo, come una sentenza che ti arriva all’improvviso, quella che mia madre non avrebbe mai stretto tra le braccia mia figlia. Con quelle sensazioni ho vissuto il trionfo in Coppa Italia con il Milan e, soprattutto, quella trasferta di Parigi, nella prima di tre finali europee consecutive. Seduto in tribuna al Parco dei Principi, prima dell’inizio dell’incontro guardando il campo e soprattutto gli spalti sono scoppiato a piangere: un pianto disperato, interminabile, irrefrenabile, con gli amici di una vita vicino che con un abbraccio hanno provato ad aiutarmi a scacciare i brutti pensieri e che si sono stretti intorno a me in silenzio come per proteggermi, per isolarmi da tutto il resto e farmi scaricare in pace rabbia e tensione, gioia e dolore. Per questo quella finale persa per me è un ricordo ancora più prezioso di quella vinta un anno dopo a Birmingham, altra trasferta indimenticabile come quella di Montecarlo.

Indimenticabili quanto il dolore provato per quel furto subito il 15 maggio del 1999 a Firenze, per quello scudetto scippato, per quel sogno andato in frantumi dopo un’attesa di 25 anni. Ricordo che sono rimasto in silenzio per un giorno intero, solo con i miei pensieri. E ci ho messo settimane, mesi, per riprendermi dalla botta. E non è bastato neanche l’incredibile epilogo della stagione successiva per chiudere quella ferita che a distanza di quasi 22 anni è ancora aperta.

Chiudendo gli occhi, vedo flash di gol ma soprattutto volti, non per forza legati a personaggi o a momenti che hanno fatto la storia. Per questo i primi ad affiorare, di volti, sono quelli degli amici che non ci sono più: quelli con cui ho diviso tante domeniche allo stadio o in trasferta, fratelli non di sangue ma di vita e di fede, primo fra tutti Francesco Paolo Bilotta, quel fratello che la vita mi ha negato per un brutto scherzo del destino e che ho trovato in uno stadio grazie alla Lazio. Al volto di Billy si aggiungono quelli di Bob e del "Maestro", di Lenzini e Gian Chiarion Casoni, di Sandro Petrucci, amico di famiglia e maestro di giornalismo oltre che grande laziale. Poi, quelli di Cecco e Giorgio, di Ugo Longo e del notaio Gilardoni, a cui si aggiungono quelli di chi è volato via negli ultimi anni: da Maurizio Maestrelli a Mario Facco , Volfango Patarca e Felice Pulici. Sono i volti della mia vita legati alla Lazio e a quel mondo che per me è stato come se non più di una seconda famiglia.

Poi arrivano i volti dei giocatori legati ad episodi particolari: Stam che prende per il collo e terrorizza Parente e Gregucci in lacrime a Napoli alla fine di Lazio-Campobasso; le giocate di D’Amico e di Veron; le prodezze di Giordano; i gol di tacco di Mancini; l’unico gol del “gringo” Clerici arrivato alla fine di un Lazio-Inter sotto il diluvio in una domenica in cui la porta nerazzurra sembrava stregata e quello di Nesta nella finale con il Milan; il gol di Vella a Pistoia e quello di Nicoli al derby; la testa fasciata e insanguinata di Vieri a Birmingham e il dito di Chinaglia verso la Sud, con lo stesso gesto ripetuto per due volte da Paolo Di Canio; le tre dita alzate di Simeone verso i tifosi a Torino dopo quella vittoria con la Juventus che ha cambiato il corso di una stagione e forse della storia della Lazio e le tre dita al cielo di Paolo Di Canio dopo quel derby vinto il 6 gennaio del 2005; Nesta idolatrato e poi insultato al suo ritorno a Roma; l’esultanza folle di Lulic di quel 26 maggio 2013 e l’emozione dello scorso anno per quella folle vittoria in rimonta a Cagliari; ricordo Cragnotti portato in trionfo il giorno della festa scudetto, ma anche il suo volto tirato il giorno in cui è uscito dalla sede di Via Valenziani e dalla storia della Lazio, con la gente che lo insultava, lanciava bottiglie e prendeva a calci la sua macchina alla vigilia del compleanno suo e della Lazio, a gennaio del 2003. Perché questa è la storia della Lazio: polvere e altare, gioie e dolori, amore e odio… Tutto e il contrario di tutto.

Ma se devo scegliere, per forza, il mio momento dei miei 54 anni di Lazio da mettere in cima a tutto, non scelgo il ricordo di un trionfo, ma di un giorno di sofferenza: scelgo l’Olimpico stracolmo di quel primo giorno d’estate del 1987 e il gol di Fiorini a Lazio-Vicenza. Perché è la sofferenza il filo che ci tiene legati da sempre alla Lazio e anche se sono migliaia le immagini che provocano dei brividi, quella ti strappa addirittura la pelle, con la stessa forza e intensità del boato interminabile e di liberazione che ha accompagnato quel gol.

E la chiudo qui, altrimenti potrei andare avanti per ore o per giorni, tra brividi e qualche lacrima che inevitabilmente scende quando riaffiorano i ricordi di una vita che è scivolata via tra le mani troppo in fretta, come i granelli di sabbia che scappano via anche se cerchi di trattenerli chiudendo la mano a pugno. E l’emozione c’è anche oggi, nonostante le tante, le troppe ferite della vita. E c’è grazie ad Inzaghi e alla sua “banda”: diversa ma per certi versi simile alle altre “bande” della nostra storia, quelle tenute a bada da Tommaso, Eugenio, Roberto e ora da Simone. Perché la Lazio è sempre la Lazio, anche se cambiano i volti dei protagonisti e il colore delle maglie, una volta solo bianche o celesti oggi magari verde fluo. Ma qualunque sia il colore e chiunque sia a sventolare la bandiera, il simbolo è sempre lo stesso: un’aquila che vola solitaria in cielo e nella quale, almeno una volta nella vita, tutti noi ci siamo immedesimati…

AUGURI Lazio mia, 121 volte AUGURI a te e 81 volte AUGURI a Sergio Cragnotti, il più grande presidente della storia biancoceleste nato anche lui il 9 gennaio. E se non è magia questa, ditemi allora voi cos’è realmente la magia…





Accadde oggi 23.01

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 2-0
1927 Taranto, - Audace Taranto-Lazio 1-3
1938 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genova 1893-Lazio 2-1
1949 Milano, Stadio di San Siro - Inter-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Triestina 1-1
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 Roma, stadio Olimpico, Lazio-Juventus 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cavese 1-1
1994 Parma, stadio Ennio Tardini – Parma-Lazio 2-0
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-2
2011 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 15/1/2021
 

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