08 Gennaio 2021

Smontare l'albero e riporre i sogni...
di Stefano Greco

Smontare l’albero di Natale è un po’ come riporre i sogni nel cassetto e tornare alla dura realtà. Succede ogni anno dopo la Befana, con la fine delle feste che si porta via quella piccola magia che, anno dopo anno, diventa sempre meno magica: perché crescendo la realtà invade sempre di più il terreno occupato una volta solo ed esclusivamente dai sogni e dalle speranze. È tipico di chi ha la mia età, provare queste sensazioni e non c’è nulla di strano. A vent’anni vedi tutto da un’altra prospettiva, ti senti invulnerabile e quasi immortale; a trenta prendi il mondo di petto perché sei nel pieno delle forze e della maturità; a 40 anni cominci a riflettere un po’ di più; superati i 50 anni rifletti anche troppo e i momenti di serenità, come i sogni, sono sempre più rari.

Non mi sono svegliato male questa mattina e il problema non è neanche ricominciare a lavorare dopo le feste, perché chi mi segue su Millenovecento sa che non ho mai smesso di lavorare durante le feste di Natale come non mi sono mai fermato tra marzo e maggio. E chi mi conosce bene sa che non ho mai lavorato tanto e con grande soddisfazione come in questo periodo. No, il problema non è quello. Il vero problema è che, nel lavoro come nello sport, quell’albero smontato sta a significare che si torna a fare sul serio, che tutti i giorni di chiacchiere, di sogni, di speranze e di progetti su come affrontare l’anno nuovo lasciano il posto alla realtà, ai fatti. Quindi, parlando di calcio e di Lazio il primo fatto e che ripartiamo come ci eravamo lasciati, né più né meno come è successo alla ripresa del campionato tutte le volte che negli ultimi 17 anni abbiamo riposto l’albero. E se vi guardate indietro, questa è l’unica cosa che non è mai cambiata, neanche di una virgola, negli ultimi 17 anni della vostra vita: ritrovare a gennaio la stessa Lazio lasciata a dicembre. Gli altri cambiano (magari sbagliando pure, per carità…), noi restiamo sempre gli stessi, con quell’amaro in bocca per l’ennesima occasione persa.

Direte: esagerato, il mercato chiude tra più di 3 settimane, il 1 febbraio… Vero, c’è tempo. O meglio, ci sarebbe tempo se ci fosse realmente la voglia di fare qualcosa, di crescere nei fatti oltre che nei proclami. Ma non è così. Anche chi fa finta di niente o che si adegua alle parole pronunciate da Tare prima di Lazio-Fiorentina (“rientrano Lulic e Fares, a sinistra siamo a posto…”) e ripete “stamo bene così”, dentro lo sa che la realtà è diversa e che anno dopo anno stiamo perdendo un treno dietro l’altro. A volte nella vita si è fortunati se passa una sola volta il treno giusto, noi che abbiamo avuto negli ultimi tre lustri e passa più di un’occasione per salire su quello buono, invece, restiamo sempre a terra, fermi alla stazione con la valigia dei sogni in mano da svuotare alla fine di ogni sessione invernale di calciomercato.

È vero, noi laziali siamo sia “rompicoglioni” che incontentabili. Ne conosco alcuni che il giorno del secondo scudetto, poche ore dopo aver brindato erano già rabbuiati pensando al domani, al fatto che dopo quella gioia sarebbe stato difficile viverne un’altra simile o salire ancora più in alto. Tutto vero, molti laziali pensano talmente tanto al futuro che non si godono mai il presente. Dobbiamo ammetterlo, siamo in tanti ad essere fatti così, sempre pronti a cercare il pelo nell’uovo o a guardare quello che non va senza badare troppo a quello che va bene. E non è perché siamo stati abituati male tra la fine degli anni novanta e l’inizio del terzo millennio o perché abbiamo, come dice qualcuno, ancora il caviale di Cragnotti incastrato tra i denti. Siamo sempre stati così, brontoloni e “rimpicoglioni”, negli anni ottanta bui come negli anni novanta. Ecco, servirebbe una sana via di mezzo tra chi vede tutto nero e chi, invece, per contrapposizione dice che va tutto bene perché la priorità è l’esistenza della Lazio. Come se non fosse scontata la sopravvivenza di una società che incassa circa 100 milioni di euro all’anno solo di diritti TV. Cifra che quest’anno salirà almeno del 40% grazie alla partecipazione alla Champions League.

Sul binario opposto a quello in cui stanno con la valigia in mano i laziali che sognano di salire su quel treno che porta verso un futuro diverso dal presente e dal passato rappresentato da questi ultimi tre lustri di treni persi, ci sono quelli che oramai sono più tifosi di Lotito che della Lazio, quelli che addirittura esaltano il nuovo “conducàtor”. Gruppi di pretoriani laziali che si considerano “custodi della Lazialità” solo perché difendono Lotito. E magari sono gli stessi che da anni ti puntano l’indice contro e ti danno del “gufo” e del “romanista” se osi sollevare qualche critica sostenendo che così facendo danneggi la Lazio, ma al tempo stesso da anni ti ripetono che “Lotito è una cosa e la Lazio un’altra”. Già, come dire che Napoleone era una cosa e la Francia un’altra, oppure che Hitler era una cosa e la Germania un’altra, oppure Mao o Stalin una cosa e la Cina e la Russia sotto la loro dittatura un’altra. E non ho usato il termine dittatura a caso, perché noi siamo sotto dittatura da 17 anni, perché c’è uno solo che decide, tutti gli altri che a Formello obbediscono e migliaia di laziali che pur non condividendo questo modo di gestire la Lazio, anche contestando, riempiendo o svuotando lo stadio non hanno comunque mai avuto voce in capitolo: perché tanto lui fa comunque come gli pare, completamente sordo a qualsiasi richiesta o appello. E viene pure idolatrato…

Durante le feste di Natale 2020, abbiamo addirittura scoperto grazie ad un video di auguri diventato virale che esistono i “Lotito&friends”. All’inizio pensavo fosse uno scherzo di cattivo gusto, invece esistono realmente e di quel gruppo fanno parte anche i capi di quel gruppo di pretoriani che distribuisce o strappa patenti di Lazialità, che “opiniona” nella radio ufficiale, che presenzia a tutti gli eventi privati organizzati dalla società. Una sorta di setta, forse gli eredi di quel LOTITO FOREVER FANS CLUB salito alla ribalta delle cronache per uno striscione apposto in ritiro ad Auronzo di Cadore nell’estate del 2016, quella dell’ultima contestazione.

La vita è bella perché è varia (o avariata direbbe qualcuno…), quello che c’è di meno bello è che da anni molti di questi pretoriani per difendere il “conducàtor” insultano i tifosi laziali che attaccano il leader maximo e a puntano l’indice anche contro ex giocatori che contestano alcune scelte della società invocando il rogo per i miscredenti che osano criticare Lotito. Finché lo fanno su Facebook o su Twitter, poco male. Se lo fanno da semplici tifosi che usano i social network come valvola di sfogo poco male, perché succede nel calcio come nella politica di vedere gente che va controcorrente sui social a caccia di una vetrina o solo per dimostrare di esistere. Il problema è che qualcuno di questi pretoriani specializzati nel tirare fango o m…a addosso a chiunque non si prostri davanti al “conducàtor”, opiniona (non si sa bene a quale titolo, non essendo neanche giornalista o ex tesserato della Lazio Calcio…) sia nella radio che nella televisione ufficiale.

E a questo punto, come diceva Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea: ma quando si chiede rispetto per i vari Patric, Vavro, Strakosha e Muriqi (o in passato per Wallace, Durmisi, Jony e tutti i gli esuberi che hanno pascolato a Formello negli ultimi tre lustri) sostenendo che solo perché indossano la maglia della Lazio vanno sostenuti e rispettati a prescindere (e sono d’accordo…), perché lo stesso rispetto non deve valere per gente come D’Amico e Giordano che quella maglia l’ha onorata o per Cragnotti (che qualcuno dipinge addirittura come uno che ha rovinato la Lazio) che ci ha consentito di festeggiare come mai in passato e ci ha portato al vertice in Italia e in Europa? Pulici, qualche anno fa è diventato un nemico dopo quello scontro pubblico il giorno della festa della Polisportiva con Lotito: ora che non c’è più Felice è stato riabilitato, ma se resuscitasse e dicesse qualcosa contro l’attuale gestione della Lazio, state tranquilli che il popolo dei pretoriani non si farebbe nessuno scrupolo nell’attaccarlo nuovamente. Perché lo fanno quotidianamente, costantemente e con chiunque, perché hanno la macchina spara-fango perennemente accesa.

Ecco, smontato l’albero e chiusi in quella scatola tutti i sogni di una Lazio rinforzata in questa sessione di mercato (argomento già chiuso dopo le parole di Tare di mercoledì), l’unico sogno sportivo che cullo per questo 2021 è quello di veder sparire dalla scena gente che agisce in questo modo e che ti attacca solo perché non ti pieghi al “pensiero dominante”. Dominante non perché idea della maggioranza, ma solo perché è il pensiero di chi esercita il potere o dei pretoriani che lo circondano. Perché passate le feste e aperto il mercato nulla è cambiato e noi stiamo sempre fermi a quel binario con la valigia in mano in attesa di veder sfilare via l’ennesimo treno. E non sarà l’ultimo, perché ci attendono altri anni (tanti, temo…) di Lotito e di treni destinati a passare senza neanche fermarsi…





Accadde oggi 23.01

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 2-0
1927 Taranto, - Audace Taranto-Lazio 1-3
1938 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genova 1893-Lazio 2-1
1949 Milano, Stadio di San Siro - Inter-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Triestina 1-1
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 Roma, stadio Olimpico, Lazio-Juventus 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cavese 1-1
1994 Parma, stadio Ennio Tardini – Parma-Lazio 2-0
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-2
2011 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 15/1/2021
 

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