05 Gennaio 2021

Non rinnovo, ma rinnovamento condiviso
di Paolo Scafati

Da quasi un anno si parla e si sparla, si vocifera e si insinua, si spiffera e si rivela, si sottintende e si allude, si susseguono conferme e smentite sull’ormai fantomatico rinnovo di contratto si Simone Inzaghi. Quasi dodici mesi in cui si è detto tutto e il contrario di tutto, in cui i protagonisti si sono allontanati e riavvicinati, separati e riconciliati. Quasi un anno in cui presidente e allenatore si sono dichiarati pronti a continuare il matrimonio e allo stesso tempo hanno preparato l’ambiente ad un possibile divorzio. È quasi un anno in cui noi tifosi laziali siamo passati dall’amore eterno e incondizionato per il “giovine” Inzaghi ai dubbi amletici sull’effettiva crescita professionale di Simone.

Ma si sa, i tifosi in un battito di ciglia possono cambiare il giudizio, soprattutto a Roma, città in cui basta nulla per precipitare dall’altare alla polvere… o viceversa. Una vittoria al novantacinquesimo o un mezzo passo falso con l’ultima in classifica incidono in maniera determinante per far precipitare il protagonista dalle stelle alle stalle, per passare dalla liturgica invocazione a “Santo subito” all’oltremodo terreno “Crucifige”.

La questione è ormai annosa, anche nel vero senso letterale della parola, quindi sarebbe ora di chiude una volta per tutte la vicenda è di fare chiarezza sul futuro. Da parte di tutti i protagonisti occorre sincerità e trasparenza, perché l’ambiente e la squadra risentono dell’incertezza della situazione e, di conseguenza, tutto questo condiziona il rendimento dei giocatori e quindi i risultati.

Quello tra Lotito e Inzaghi (o viceversa) non deve essere un compromesso, un accordo al “ribasso” per nessuna delle due parti o, peggio ancora, un accomodamento o un “accontentarsi” in mancanza di meglio. In questo caso, allora meglio separarsi subito e ognuno per la sua strada, augurandosi reciprocamente buona fortuna. Perché qui è in gioco il futuro prossimo e forse anche il destino della Lazio, nonché quello di Inzaghi, di Lotito e di tutti noi laziali che, una volta, ci chiamavamo popolo…

Non basta un semplice rinnovo, serve un “rinnovamento”: di contratto, ma soprattutto di propositi, intendimenti e intenzioni che si manifestino in unità d’intenti, ovvero pensieri e idee da concretizzare pianificando e progettando la crescita della Lazio nel breve e medio periodo. Le alternative a questo accordo per “alzare l’asticella”, sarebbero soltanto dei cerotti, sedativi momentanei che non permetterebbero una reale crescita di nessuno dei protagonisti, ma soprattutto della Lazio.

Inzaghi non è forse il migliore allenatore possibile, ma è quello che in punta di piedi è riuscito a creare un gruppo che fino a marzo dell’anno scorso tutti ritenevamo vincente, talvolta inarrestabile se non addirittura “invincibile”. Con pazienza certosina ha aspettato l’esplosione di alcuni giocatori dati per persi e di altri di cui nessuno si aspettava più la “detonazione” (su tutti Luis Alberto, Leiva, Milinkovic, Acerbi). Con il giusto metodo e un atteggiamento equilibrato, Simone è sempre riuscito a coinvolgere tutti e a farli sentire almeno “possibili” protagonisti o, comunque, parte integrante di un progetto e soprattutto di un vero gruppo. Nel tempo, Inzaghi ha plasmato un manipolo di calciatori con diverse età, qualità, esperienze e provenienza facendoli diventare una squadra.

Con la sua calma (fin troppo serafica al punto da essere scambiata da qualcuno per debolezza o sottomissione alla società) Simone si è lasciato scivolare addosso tutte le critiche che gli sono piovute addosso dall’ambiente e nonostante le promesse non mantenute dalla società sul mercato ha tirato dritto per la sua strada e ha tirato fuori il meglio da quello che aveva. Vincendo…

Inzaghi si è reso credibile all’interno dello spogliatoio non bocciando mai nessuno a priori ma, anche, non facendo sconti a nessuno in caso di errore o di mancato rispetto delle regole, Ciro Immobile compreso. Ha atteso con pazienza di volta in volta che gli ultimi arrivati fossero pronti per poi dar loro una possibilità, pur senza poterne eliminare del tutto difetti e limiti, ma ricevendo sempre in cambio il massimo di quello che potevano dare. Perché un equipaggio si sacrifica per il proprio comandante solo se sa che questi sarà l’ultimo a scendere dalla nave in caso di naufragio.

Con la stessa infinita pazienza, Simone ha raccolto i cocci del vaso che a luglio del 2016 aveva trovato rotto, disintegrato, incollandoli uno ad uno per ricostruire uno spogliatoio e soprattutto un ambiente dilaniato da divisioni all’apparenza insanabili. Lo ha fatto con lo scopo primario di riavvicinare la gente alla Lazio, di convincere i tifosi a riempire nuovamente l’Olimpico per consentire alla squadra di tornare a giocare in 12 ogni maledetta domenica, come è successo fino a quel “maledetto lock-down”. E questa è stata la sua vittoria più bella, questo è il trofeo di cui va più orgoglioso quando ripete di aver preso una squadra che giocava davanti a 10.000 anime e in un clima di contestazione perenne e di essere riuscito, insieme ai ragazzi, a riempire l’Olimpico trasformando lo stadio in una bolgia come è successo lo scorso anno contro Juventus, Napoli, Inter e da allora in poi in ogni partita fino a Lazio-Bologna.

Ci è riuscito gettando sempre acqua sul fuoco, in modo da convincere piano, piano, la tifoseria a mettere da parte quindici anni di incomprensioni, fratture e lotte intestine per tornare ad essere un popolo unito almeno per 95 minuti a settimana.

Questi sono stati fino ad oggi i pregi di Simone Inzaghi che, però, soprattutto in casa Lazio possono facilmente diventare agli occhi di qualcuno dei difetti.

Appoggiare sempre il gruppo e coccolarlo può essere preso come debolezza e carenza di personalità; non sbattere mai pubblicamente i pugni sul tavolo facendo risuonare il fragore fuori dalle segrete stanze può essere interpretato come mancanza di carattere; spegnere sempre qualunque incendio può essere interpretato come espediente per evitare scontri nella speranza che torni il sereno.

Poi, c’è il discorso tecnico. La Lazio di Inzaghi pre-Lock down (ma anche quella di molti primi tempi o sprazzi di partita post lock-down, comprese le sfide con Napoli e Milan) è sicuramente la squadra che gioca di gran lunga il calcio migliore di tutte le altre Lazio viste negli ultimi decenni: migliore anche di quella di Eriksson e forse eguagliata soltanto dalla prima Lazio di Mancini E la Lazio di Inzaghi è quella che, quando è sul pezzo e con i titolari a disposizione e in perfetta forma gioca il miglior calcio della serie A e di buona parte delle altre squadre europee.

Ma anche queste qualità hanno l’altra faccia della medaglia: non sempre l’allenatore è riuscito a trasmettere determinazione e slancio ad una squadra che troppo spesso si è fatta trovare senza quella giusta cattiveria per avere ragione anche di avversari palesemente inferiori e la ricerca dell’estetica e della forma tecnica, spesso eccessiva, talvolta quasi estenuante, si è rivelata un limite oltre il quale questa squadra non riesce ad andare. Anche affidarsi sempre agli stessi uomini o preferire l’utilizzo (o il ritorno, come nel caso di Hoedt)  di elementi mediocri solo perché conoscono l’ambiente, magari preferendoli a giovani anche del settore giovanile da poter gettare nella mischia nei momenti di necessità, può trasparire come mancanza di coraggio e decisione.

Pregi e difetti che dovrebbero convincere Inzaghi non a firmare un semplice “rinnovo” magari di breve durata (un anno o due con clausola rescissoria) in attesa di una panchina più importante, all’insegna del “chi vivrà vedrà”, ma di apporre la propria firma in calce ad un vero e proprio “rinnovamento”, nell’ottica di un salto di qualità personale e professionale.

Lo stesso salto di qualità che chiediamo da sempre all’attuale proprietà e dirigenza: se l’allenatore deve sposare un “progetto” la società deve stilarlo e proporglielo prima della firma del contratto, convinta che sia lui il più adatto a poterlo trasformare in un progetto vincente.

Lotito deve concedere ad Inzaghi la massima fiducia e credibilità, ma anche la possibilità di recitare un ruolo che lo ponga veramente al centro di questo “disegno”, quindi consentendo  all’allenatore di fare scelte e di poter contare su un progressivo ma costante potenziamento della squadra, senza dover sempre accettare le scelte della società o i saldi di inizio/fine mercato portati a Formello dal DS. Insomma, Inzaghi dovrebbe essere libero di sbagliare di testa sua per raggiungere quegli obiettivi ambiziosi sbandierati a parole dalla società, pagando in prima persona in caso di fallimento, ma non finendo sul banco degli imputati o indicato come unico responsabile in caso di fallimento solo per aver dovuto accettare scelte fatte da altri.

La società deve proporre a Inzaghi un progetto che preveda obiettivi alla portata,  anche ambiziosi, da dover e poter raggiungere. E il Direttore sportivo deve acquistare i giocatori giusti per poterli raggiungere, presentandosi al mercato con un piano A e un piano B pronto del cassetto in caso di fallimento dell’obiettivo primario: trattativa “David Silva” docet. In parole povere, la società deve delegare all’allenatore scelte e preferenze , riconoscendo a Inzaghi qualità e meriti, invece di assumerli tutti in prima persona demandando soltanto gli insuccessi.

Cambiare allenatore concederebbe una sorta di “immunis tempore” (per il popolo “immunità a tempo”) ai giocatori e permetterebbe il mantenimento dello status quoperché, come insegna Tomasi di Lampedusa, “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Ma l’allontanamento di Inzaghi non garantirebbe a prescindere di poter comunque continuare a navigare in acque tranquille, evitando bufere e burrasche. Quindi anche con l’arrivo di un nuovo allenatore gli investimenti devono essere in linea con le possibilità ma mirati e, soprattutto, adeguati alla piazza e alle sue legittime ambizioni. Se, poi, le risorse economiche da poter mettere in campo non dovessero essere sufficienti, spetta all’attuale proprietà l’onere di reperirne di ulteriori, nella forma preferita. Magari aprendo la porta a nuovi investitori.

Insomma, presidente e allenatore devono definitivamente alzare l’asticella, insieme, assumendosi entrambi le proprie responsabilità: basta nozze con i fichi secchi e basta trincerarsi dietro le promesse disattese. Perché forse Simone Inzaghi non è il miglior allenatore possibile e quella della Lazio non è la miglior panchina possibile per lui (nonostante l’amore sconfinato per la città e l’ambiente), ma entrambi sono attualmente la migliore opzione possibile l’uno per l’altro e un nuovo accordo (sulle basi descritte sopra) potrebbe anche fare le reciproche fortune.

Ma solo a patto che non sia unSEMPLICE RINNOVO ma unRINNOVAMENTO CONDIVISO.





Accadde oggi 23.01

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 2-0
1927 Taranto, - Audace Taranto-Lazio 1-3
1938 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genova 1893-Lazio 2-1
1949 Milano, Stadio di San Siro - Inter-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Triestina 1-1
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 Roma, stadio Olimpico, Lazio-Juventus 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cavese 1-1
1994 Parma, stadio Ennio Tardini – Parma-Lazio 2-0
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-2
2011 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 15/1/2021
 

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