18 Ottobre 2020

La sensazione? Si è rotto il giocattolo...
di Stefano Greco

Anche se le cose da scrivere sulla prestazione di Genova sarebbero tante, l’articolo di oggi più che sui fatti si basa su delle sensazioni, su quel qualcosa che percepisci a pelle, su quel sesto senso che, ad esempio, in giornate come quella di ieri dopo pochi minuti di partita ti fa capire che non è aria, che hai perso ancora prima di scendere in campo e che non segneresti neanche se si giocasse per 4 ore invece che per 90 minuti.

Il primo dovere di un giornalista è sempre quello di raccontare i fatti. Ma dopo quasi 40 anni di lavoro e più di 50 anni di Lazio, oltre ai fatti ci sono anche le sensazioni e, a costo di sbagliare, secondo me è giusto tirare fuori prima (dopo, è troppo facile) quello che hai percepito da tante piccole cose successe negli ultimi mesi: ovvero, che qualcosa si sia rotto. Non parlo di liti o di rapporti all’interno del gruppo, ma di magia. Qualcosa si è rotto durante quel maledetto lockdown e nonostante i disperati tentativi fatti alla ripresa, non abbiamo mai più rivisto quella Lazio travolgente che avevamo ammirato fino a Genoa-Lazio (già con il Bologna c’era stato qualche scricchiolio, ma sull’onda dell’entusiasmo era andato quasi tutto liscio come l’olio) e che aveva conquistato la vetta della classifica. Qualcosa si è rotto in quella lunghissima sosta, più nella testa che nel fisico. E serviva una grande estate per ricaricare le batterie e per continuare a credere nel sogno. Invece, con il mancato arrivo di David Silva è iniziata un’estate di delusioni, di sogni andati in frantumi, di presa di coscienza da parte di tanti che questa squadra il massimo non lo doveva ancora raggiungere, ma se lo era lasciato alle spalle con la fine del campionato. Anche perché questa società più di quello che aveva fatto (ovvero trattenere tutti i migliori) non poteva (o non voleva) fare. Il resto, è arrivato di conseguenza.

Tutti i giocatori più importanti si sono riempiti la pancia con sostanziosi rinnovi di contratto e il mancato rinnovo prima dell’inizio della stagione da parte di Simone Inzaghi è stato un segnale più forte e rumoroso di una conferenza stampa in cui un allenatore batte i pugni sul tavolo o protesta per un mercato non all’altezza delle aspettative. Chi conosce bene Simone Inzaghi sa benissimo che non è uno che si mette a fare casino in pubblico, non è uno che “sputtana” la società o che sbatte la porta e se ne va. Ognuno è fatto a modo suo e Simone (anche per educazione e rispetto) è uno che non lava e non laverà mai i panni sporchi in pubblico. Basta ricordare la vicenda del gesto di Immobile dello scorso anno, risolta dietro le quinte e non con un processo pubblico.

La prima sensazione è che Simone Inzaghi non rinnoverà il contratto con la Lazio. O meglio, magari rinnoverà formalmente fino al 30 giugno del 2020 ma con una clausola che gli consentirà di liberarsi comunque alla fine di questa stagione. E questo è il primo nodo di questa vicenda, il primo pessimo segnale. Simone è innamorato di Roma, della Lazio e di questo ambiente. Qui ha deciso di vivere, qui ha messo su famiglia e i figli sono cresciuti a pane e Lazio. Qui è nato e cresciuti come allenatore, quindi se la firma del rinnovo ritarda non è per gli impegni di Lotito o per il mancato accordo sulla cifra da mettere sul contratto. Ma da altro. Soprattutto dalla consapevolezza che qui serve un vero e proprio miracolo per fare di più di quello che si è fatto fino ad oggi. Insomma, che la qualificazione alla Champions League è la vetta più alta che si può raggiungere con questi mezzi. E quando sai che il massimo lo hai già fatto, diventa dura per tutti trovare la forza mentale per mettere SEMPRE in campo quel qualcosa in più indispensabile per fare un certo tipo di gioco e per battere anche squadre come la Sampdoria.

La sensazione, quindi, è che di cali mentali come quello di ieri (perché a Marassi è stata l’assenza di testa e di cattiveria a fare la differenza più delle assenze o del mancato mercato), purtroppo, ne vedremo altre in campionato. Specie alla vigilia o dopo una sfida di Champions League. E visto che la Champions quest’anno si gioca quasi tutte le settimane, da qui a Natale sarà dura, durissima. Perché se non credi più al mille per mille in quello che fai, inevitabilmente giochi alla grande quando la posta in palio è alta e quando l’avversario ha nome e lustro, ma stacchi leggermente la spina quando non c’è la grande vetrina.

Provate a rivedere mentalmente la partita di ieri e a calcolare quanti contrasti ha vinto la squadra, quante volte siamo arrivati in ritardo sulle palle vaganti, quante seconde palle abbiamo conquistato rispetto agli avversari. Perché quella è la chiave di lettura, più delle ZERO occasioni da gol confezionate. Ieri più di qualsiasi cosa sono mancate testa e cattiveria, perché secondo me in tanti sono scesi in campo pensando già alla sfida con il Borussia Dortmund. Magari inconsciamente, ma lo hanno fatto e nessuno ha gettato il cuore oltre l’ostacolo. La riprova l’avremo solo martedì sera, ma se avessi 1000 euro da buttare li metterei su una grande prestazione della Lazio. Non sul risultato, perché quello può dipendere da mille piccoli particolari, ma sulla prestazione. Perché per molti giocatori la Champions League è una vetrina importante per il loro futuro, la grande chance per dimostrare che meritano ben altri palcoscenici o quella maglia della nazionale che gli viene inspiegabilmente negata o assegnata controvoglia da qualche ct.

Questa è la sensazione che ho, quella che assisteremo a grandi prove di orgoglio come quella vista contro l’Inter e altrettante cadute mentali come quella di ieri. Che vedremo la Lazio migliore possibile in Champions League e contro le grandi in campionato ma forse mai contro Sampdoria, Benevento, Spezia, Crotone. Questo non significa che le partite contro le piccole squadre non le vinceremo, ma che non ci sarà quella continuità di rendimento che abbiamo visto lo scorso anno da ottobre a marzo, almeno non in campionato. Perché conquistare la Champions League era come vincere uno scudetto e ripetersi vincendo un secondo “scudetto” è difficile se pensi di aver già fatto il massimo dei massimo con i mezzi che hai a disposizione. E, ripeto, la mancata firma di Inzaghi sul rinnovo del contratto e per più anni (e senza clausole liberatorie) non aiuta certo a trovare quelle motivazioni che a quanto pare già latitano.

Spero di sbagliarmi, mai come questa volta mi auguro di essere tradito dalle mie sensazioni e di vedere da Lazio-Borussia Dortmund in poi e tutte le partite la Lazio di un anno fa: il gioco travolgente, la cattiveria, la voglia di vincere e la continuità di rendimento che hanno consentito a questa squadra di dare il massimo, forse addirittura il 110/120% di quello che poteva dare. Spero di sbagliarmi, ma la sensazione è che quel meraviglioso giocattolo si sia rotto.




Accadde oggi 27.10

1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Ambrosiana 1-1
1940 Novara, stadio Littorio - Novara-Lazio 0-0
1945 Nasce a Darlington (Gran Bretagna) Giuseppe Wilson, difensore
1946 Milano, Arena Civica - Inter-Lazio 3-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 3-0
1963 Messina, stadio Giovanni Celeste - Messina-Lazio 0-2 (per delibera del G.S.)
1985 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cagliari 3-1
1991 Verona, stadio Marc'Antonio Bentegodi – Verona-Lazio 0-2
1993 Avellino, stadio Partenio - Avellino-Lazio 0-0
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bayer 04 Leverkusen 1-1
2001 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 2-0
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Roma 2-2
2004 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Messina 2-0
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Portogruaro Summaga 3-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/09/2020
 

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