12 Ottobre 2020

"Se io fossi Simone Inzaghi"...
di Stefano Greco

“Io al posto di Simone Inzaghi avrei dato le dimissioni alla fine del mercato”. “Io al posto di Simone Inzaghi, resterei a vita alla Lazio”. “Io al posto di Simone Inzaghi, andrei in conferenza stampa e farei l’elenco dei giocatori che avevo chiesto e che non mi hanno comprato”. “Io se fossi Inzaghi resterei a priori, per riconoscenza verso chi mi ha dato la possibilità di allenare subito una grande squadra in Serie A”. “Io al posto di Inzaghi non rinnoverei il contratto e me ne andrei alla fine di questa stagione sbattendo la porta”

Mettersi nei panni degli altri e dire “io farei così”, è da sempre lo sport preferito di tutti i tifosi, a qualsiasi latitudine. Non a caso, qualcuno una volta disse che in Italia ci sono più di 50.000.000 di allenatori e di commissari tecnici della Nazionale. Perché ogni tifoso è convinto di avere la ricetta giusta per fare le cose meglio degli altri, anche di allenatori che hanno vinto tutto quello che c’è da vincere. Ma anche perché, come si dice qui a Roma in modo un po’ colorito ma che rende bene l’idea, specie qui nella Capitale sono tutti bravi a fare i… gay con i sederi degli altri. L’ho edulcorata la frase, perché i termini non sono proprio quelli, ma rende comunque bene l’idea.

Mettersi nei panni degli altri, poi, a Roma è un must, specie sulla sponda laziale del Tevere. Tutti sanno tutto, tutti farebbero meglio di chiunque, tutti hanno la ricetta giusta e a parole sono infallibili, tutti rinuncerebbero a cuor leggero al proprio lavoro stracciando contratti milionari. A parole, appunto, sui social, nei forum, chiamando le radio o chiacchierando al bar con gli amici, perché poi il 99% di quelli che farebbero e disferebbero tutto, di quelli che insulterebbero il datore di lavoro andandosene sbattendo la porta, nella vita reale attaccano tutti i giorni i buoi al carro come dice il padrone e sono costretti a ingoiare qualsiasi cosa per non perdere il prezioso posto di lavoro che gli consente di mandare avanti la famiglia. Perché la vita reale è molto diversa da quella virtuale in cui chiunque trova il coraggio di recitare un ruolo diverso da quello che è costretto a recitare tutti i giorni.

“Se io fossi Simone Inzaghi” è una frase che ho letto e ho sentito migliaia e migliaia di volte in questi anni, ma mai quanto in questi ultimi mesi di mercato, pronunciata sia dai filo societari che da chi contesta da sempre la società. Sì, perché la cosa assurda di questa situazione è che Simone è diventato agli occhi dei tifosi, al tempo stesso, sia il simbolo di una possibile ribellione o rivoluzione che un signorsì, l’emblema dell’uomo dell’allenatore complice della società che per soldi accetta qualsiasi cosa. Il bello, è che a dire e a pensare certe cose è gente che con Simone Inzaghi non ha mai scambiato una parola, che non sa neanche lontanamente cosa passi per la mente di Simone e, soprattutto, che cosa succede da anni dietro le quinte.

Quelli che contestano a Simone Inzaghi il fatto di essere troppo debole, ad esempio, sono quelli che esaltano Antonio Conte che, a detta loro, è l’emblema dell’uomo forte, di quello che sbattendo i pugni sul tavolo ottiene qualsiasi cosa e che piega la società alle sue volontà. Già, peccato che dopo la sparata fatta alla fine della passata stagione, Antonio Conte sia tornato a Canossa, abbia abbassato la cresta e accettato il mercato al risparmio che ha deciso di fare la proprietà cinese dell’Inter. Perché anche uno come Antonio Conte deve fare i conti con la realtà.

Ma torniamo a Simone Inzaghi. Chi accusa l’allenatore della Lazio di essere uno che non chiede e non pretende, sbaglia. Perché Simone è ambizioso e ha sempre chiesto e preteso. Basta ricordare quell’intercettazione di Lotito a Cortina in cui urlando al telefono il presidente della Lazio diceva al suo allenatore: “A Simò, te stai sempre a lamentà”… Simone chiede, come tutti gli allenatori, ma dall’altra parte trova un interlocutore che il più delle volte fa orecchie da mercante, promette e non mantiene, oppure resta completamente sordo alle richieste dell’allenatore e della piazza che gli chiede solo di fare quel piccolo passo in più. Lo ha fatto in passato, lo ha fatto anche questa estate. E per questo, secondo qualcuno, Simone Inzaghi dovrebbe andarsene sbattendo la porta o andare in conferenza stampa a raccontare tutti i retroscena di questo mercato, tutte le promesse tradite oppure le sue richieste non esaudite. Sì, potrebbe farlo, ma significherebbe sfasciare tutto e, per certi versi, anche tradire i giocatori. A che serve oggi dire, ad esempio: “Hoedt non lo avevo perché per rinforzare la difesa avevo chiesto Izzo e Kumbulla, ma l’ho dovuto accettare perché era meglio di un Wallace reintegrato…”. A Niente, se non a distruggere tutto, a far sentire Hoedt un ripiego, a togliere fiducia agli altri difensori che automaticamente verrebbero additati come inadeguati per una squadra come la Lazio.

“Eh, ma orgoglio e dignità contano più di qualsiasi cosa”, replicano quelli del “se io fossi Inzaghi me ne andrei”, aggiungendo pure: “lui è ricco, lo potrebbe stracciare senza problemi quel contratto, perché 2/3 milioni di euro in più o in meno non gli cambiano la vita”. Tutto facile a parole, così come nella vita spesso e volentieri è più facile scappare che restare e combattere. Pensate se questo ragionamento lo avessero fatto Fascetti e tutti i giocatori della Lazio quel giorno di agosto del 1986, con la squadra appena retrocessa in Serie C. Avrebbero avuto tutte le ragioni per stracciare quei contratti e andarsene, specie uno come Pin che aveva appena lasciato la Juventus con cui aveva vinto tutto e da un momento all’altro si era ritrovato addirittura in Serie C. Ma non lo fece nessuno. Restarono tutti, strinsero un patto tra loro e tutti insieme scrissero una delle pagine più belle della storia della Lazio.

Ecco, la situazione di partenza non è certo la stessa, ma Simone Inzaghi ha stretto un patto con i suoi ragazzi, della serie: “restiamo tutti e ci giochiamo questa Champions League che ci siamo conquistati sul campo”. Già, perché forse nessuno ci ha fatto caso più di tanto, ma questa è stata la prima estate in cui non si è mai parlato di dove sarebbe finito Milinkovic, di Luis Alberto che aveva il mal di pancia e voleva tornare in Spagna, oppure di Immobile pronto a fare le valigie. Non se n’è mai parlato perché tutti hanno deciso di restare e tutti quelli che sono stati contattati dalla società hanno accettato di rinnovare i contratti, anche quelli che non erano prossimi a scadenza. Tutti, compreso il “mercenario Acerbi” come era stato prontamente dipinto Ace dopo le voci messe in giro ad arte da qualcuno su una richiesta di 4 milioni di euro netti all’anno per rinnovare il contratto, con i soliti “ben informati” che sostenevano che si era già accordato con l’Inter e che quella sparata in conferenza stampa in Nazionale era il primo atto per arrivare al divorzio o per forzare la mano la società a cederlo all’Inter. Sbagliato, perché anche Acerbi ha siglato quel patto ed è rimasto, come tutti gli altri, senza chiedere o pretendere la Luna.

Per chiudere, visto che tutti si mettono nei panni di Simone Inzaghi, per gioco lo faccio anche io. “Se io fossi Simone Inzaghi, firmerei il rinnovo del contratto fino a giugno del 2022, ma con una clausola che mi consentirebbe di svincolarmi senza dover pagare penali alla fine di questa stagione”. Il mio carattere probabilmente mi porterebbe a fare altro, ma se fossi Simone Inzaghi io farei così. Ma per fortuna di Inzaghi ce n’è uno solo e, nonostante quello che possa pensare qualcuno, Simone ha le idee chiare e sa benissimo che cosa deve fare, senza bisogno di suggeritori o di consiglieri. Per il suo bene e per quello della Lazio. E visto che non sono un suo fan della prima ora ma ho imparato cammin facendo ad apprezzarlo sia come uomo che come allenatore, io non mi metto nei panni di Inzaghi e non dico o scrivo che cosa dovrebbe fare. Semplicemente, lascio fare a lui, mi fido di lui e non lo giudico…




Accadde oggi 27.10

1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Ambrosiana 1-1
1940 Novara, stadio Littorio - Novara-Lazio 0-0
1945 Nasce a Darlington (Gran Bretagna) Giuseppe Wilson, difensore
1946 Milano, Arena Civica - Inter-Lazio 3-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 3-0
1963 Messina, stadio Giovanni Celeste - Messina-Lazio 0-2 (per delibera del G.S.)
1985 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cagliari 3-1
1991 Verona, stadio Marc'Antonio Bentegodi – Verona-Lazio 0-2
1993 Avellino, stadio Partenio - Avellino-Lazio 0-0
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bayer 04 Leverkusen 1-1
2001 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 2-0
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Roma 2-2
2004 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Messina 2-0
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Portogruaro Summaga 3-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/09/2020
 

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