13 Agosto 2020

AUGURI Bruno, centravanti per caso...
di Stefano Greco

Giordano Bruno a Roma è stato considerato un eretico e come tale condannato a morte e arso vivo sulla pubblica piazza. Bruno Giordano è un figlio calcistico di questa città, idolatrato e poi scalzato dal trono, salvato dal rogo solo dall’esilio volontario. E negli anni a seguire, quasi ripudiato da tanti di quelli che lo avevano amato alla follia. Perché Roma è così: brucia tutto in fretta, passando dall’amore all’odio con la rapidità di un battito di ciglia. E in questo, i laziali sono all’ennesima potenza figli di questa città.

Per questo, essere profeta in patria a Roma è impossibile o quasi, almeno sulla sponda laziale del Tevere. Figuriamoci, poi, se sulle spalle ti porti il fardello di un nome importante che rievoca a tutti quella statua in bronzo, dall’aspetto un po’ tetro, che domina la scena a Campo de Fiori, nel cuore di Trastevere.

Proprio lì, a pochi passi da quella piazza e da quella statua, il 13 agosto del 1956 è nato Bruno Giordano, uno che ha dovuto raccogliere, a 19 anni, l’eredita del più grande numero 9 della storia biancoceleste: Giorgio Chinaglia. Long John era suo idolo d’infanzia a cui aveva fatto tante volte da raccattapalle all’Olimpico, rubando con gli occhi tutto quello che c’era da rubare.

“Io non ero un centravanti, non lo sono mai stato. Quel nu ero 9 me lo sono trovato quasi per caso sulle spalle, perché qualcuno doveva raccogliere l’eredità di Chinaglia. Io, nelle giovanili, giocavo all’ala destra e sognavo di indossare la maglia numero dieci, perché il mio mito era Johan Cruijff e per regolamento all’epoca la maglia numero 14 la indossava una riserva, visto che i numeri dei titolari andavano dall’uno all’undici. Io Cruijff me lo mangiavo con gli occhi le poche volte che in tv si vedeva qualche partita dell’Ajax o della nazionale olandese. Sono andato non so quante volte al cinema a vedere il film sulla sua vita (“Il profeta del gol”, con Sandro Ciotti regista e voce narrante), cercavo di imitare i suoi movimenti e mai avrei pensato di fare una carriera da centravanti. Invece per una serie di motivi e di esigenze sono diventato centravanti. Un centravanti per caso più che per vocazione. Ma poi mi è piaciuto. Johan Cruijff era il mito, Giorgio Chinaglia era l’idolo, è stato l’idolo della mia infanzia. Perché era un trascinatore. E un ragazzino laziale che, all’epoca, sognava di giocare al calcio, in quel ruolo, non poteva non restare affascinato e innamorarsi perdutamente di uno come Chinaglia. Pensa, ho conservato una foto in bianco e nero di quando facevo il raccattapalle ed esultavo vicino a Giorgio. Da ragazzini, quando giocavamo, a volte imitavamo il suo gesto, quando si ingobbiva, incassando ancora di più la testa nelle spalle e partiva come un toro verso la porta. Tutti volevano essere Chinaglia all’epoca. E, tra di noi raccattapalle, litigavamo per metterci dietro la porta dove attaccava la Lazio, perché dare la palla a Giorgio e incrociare il suo sguardo per noi era già un qualcosa di incredibile. Lo so che sembra follia raccontato oggi, ma allora era veramente così. Avevo il suo poster in camera davanti al letto, quindi puoi immaginare l’emozione che potevo provare nel giocare insieme a lui”.

Ci sono giocatori che nascono con un numero già tatuato sulla pelle e con un ruolo figlio di un dna che gli è stato concesso in dono fin dalla nascita, Bruno Giordano è un centravanti per caso, un numero nove più per esigenza che per caratteristiche, forse l’antesignano dei “falsi nueve” che vanno tanto di moda oggi. Insomma, un eretico anche in questo come il suo quasi omonimo Giordano Bruno.

“Me lo ha messo mio padre quel nome Bruno e con quella decisione mi ha dato subito un bel carico di responsabilità. Perché c’è racchiuso tanto in quel nome, nel chiamarsi Bruno Giordano a Roma e per giunta nel quartiere dove sono nato io. Già essere laziale a Trastevere, in un covo di romanisti, non è facile, significa essere marchiati fin dalla nascita, perché sei quasi sempre solo contro tutti e devi imparare da subito cosa vuol dire essere aquila in un branco di lupi. Per cui, andando avanti nella vita, poi non ti spaventa più niente, ma portare un nome così pesante ti lascia comunque sensazioni che ti porti avanti per sempre. Sia per le prese in giro dei romanisti e di chi ti ha fatto pesare sempre e comunque quel nome, ma anche per il carico di responsabilità che ti porti dietro fin da piccolo, da quando inizi a tirare i primi calci ad un pallone e qualcuno ti attacca subito addosso l’etichetta di predestinato. È una via che porta verso la gloria, ma è tutta in salita, fatta di tante piccole tappe che ti segnano. L’ingresso giovanissimo nella Lazio, la società che hai amato fin da quando hai imparato a conoscere il calcio, la trafila nelle giovanili, le domeniche passate all’Olimpico a fare il raccattapalle guardando e toccando i tuoi idoli d’infanzia e sognando ad occhi aperti, durante le partite, di poter indossare un giorno quella maglia, di poter esultare dopo un gol correndo verso la curva, di essere portato in trionfo dai compagni con la gente che urla il tuo nome. Quello che magari ti pesava come un macigno quando da ‘pischello’ qualcuno ti diceva: ‘Aho, te chiami come la statua del filosofo che sta a Campo de Fiori, occhio che se non stai attento fai la stessa fine de quello’… Sono cose che ti porti dietro per sempre, piccole battute anche banali ma che non dimentichi, che oggi magari ti fanno sorridere ma che da piccolo ti pesavano come macigni anche se ti hanno comunque aiutato a crescere in fretta”.

All’epoca si cresceva in fretta e se avevi i numeri anche a 18/19 anni ti ritrovavi in Serie A. Mancini addirittura a 16 anni, D’Amico ha vinto lo scudetto da protagonista a 19 anni e alla stessa età Bruno Giordano ha segnato il primo gol in Serie A proprio nella partita d’esordio. Era un altro calcio, sia dentro il rettangolo di gioco la domenica che durante la settimana.

“Mi ricordo le prime volte in cui Maestrelli  mi aggregava alla prima squadra; l’imbarazzo nell’entrare in quello spogliatoio e nell’incrociare, da compagno di squadra, quello sguardo visto decine di volte in campo da un bambino che sognava di fare il calciatore . All’epoca, funzionava che i ragazzini aggregati alla prima squadra portavano le borse dei campioni, oppure giocavano le partitelle  con i loro scarpini nuovi, così le vesciche venivano ai piccoli e i grandi giocavano poi con le scarpe modellate. Questo, per far capire come andavano le cose. Oggi li vedi che scendono dal pullman con le cuffie in testa, con i magazzinieri che portano le borse negli spogliatoi anche se appartengono ad un ragazzino di 19 anni, mentre alla loro età, per me, scaricare la borsa di Giorgio dal pullman e portarla negli spogliatoi era quasi un vanto. Anzi, era proprio un vanto, perché poi tornavo a Trastevere dagli amici e dicevo orgoglioso: ‘Oggi Chinaglia mi ha fatto portare la sua borsa’. Penso ad oggi e capisco che è cambiato tutto, che certe situazioni non sono riproponibili, ma a me è piaciuto farlo. Certe cose le ricordo con piacere e sono dell’idea che mi sono anche servite a crescere, non solo come calciatore”.

E il giovane Giordano è stato costretto a crescere in fretta, perché a soli 19 anni si è trovato a dover portare sulle spalle non solo la maglia numero 9 lasciata da Giorgio Chinaglia, ma anche a caricarsi della responsabilità di guidare una squadra che, appena due anni prima, aveva vinto lo scudetto alla conquista di una salvezza che a poche giornate dal termine sembrava quasi una chimera. Come avete già letto nel capitolo dedicato a Giorgio, è successo che Long John, pressato dalla famiglia, ha fatto i bagagli ed è volato a New York, per restarci definitivamente, per chiudere la carriera con la maglia dei Cosmos. Maestrelli, così, non ha alternative se non quella di fidarsi dell’estro di Giordano, della classe e dell’incoscienza di quel ragazzino cresciuto nei vicoli di Trastevere che sognava di diventare Cruijff e che invece si ritrova a dover raccogliere l’eredità di Long John. Una responsabilità enorme, un carico che avrebbe piegato le gambe a chiunque, ma non a quel ragazzino sfrontato che in allenamento si permetteva di fare i tunnel ai titolari e di segnare con un pallonetto beffardo un gol nientemeno che a Felice Pulici, uno che non ci stava a prendere gol neanche se a segnarglielo era Giorgio Chinaglia.

“La mia fortuna è stata quella di avere 19 anni e l’incoscienza di quell’età, del ragazzino. Non ho avvertito troppo né la pressione né il carico di responsabilità, perché non ho fatto quasi a tempo ad accorgermi di quello che stava succedendo. Anche perché Maestrelli è stato bravissimo sia nel gestire me che la situazione in generale. A 30 anni sarebbe stato probabilmente drammatico indossare dall’oggi al domani la maglia di Chinaglia, abbandonata così, in quel modo, da chi l’aveva fatta diventare leggendaria. Con l’aggiunta della responsabilità di dover trascinare la Lazio in salvo in una situazione ambientale disastrosa e con Maestrelli che stava nuovamente male e si vedeva: lo percepivamo tutti che c’era qualcosa che non andava, anche se lui e il dottor Ziaco cercavano in tutti i modi di nascondere la verità”.

Già, Tommaso. Se Chinaglia è stato l’idolo, Maestrelli è stato, come Paolo Carosi prima, una sorta di padre calcistico per Bruno Giordano. E anche se quel padre se n’è andato via presto, troppo presto, i suoi insegnamenti Bruno se li è portati dietro per tutta la vita.

“Io penso che sia troppo limitativo parlare sempre delle doti umane di Tommaso, che sia come fargli un torto, sottovalutare o far passare in secondo piano il suo lavoro dal punto di vista tecnico e tattico. Perché di lui si parla sempre come di un grande papà che teneva a vada una famiglia piena di figli ribelli, mentre lui è stato un vero innovatore, uno dei primi a giocare a zona, uno che ha cambiato il calcio italiano come e più di Sacchi, ma senza aver avuto la fortuna, soprattutto a livello mediatico, di allenare un grande club come il Milan, l’Inter o la Juventus. Lui era fantastico anche sotto l’aspetto tecnico e dal punto di vista tattico, per come ti faceva ripetere certi movimenti, per come studiava gli avversari e preparava le partite. La squadra del 1973, forse ancora più di quella del 1974, credo sia stata la Lazio più bella della storia: per come giocava a calcio e per la ventata di novità che ha portato. Poi, Maestrelli, a questa abilità abbinava anche delle doti umane fuori dal comune. Perché a lui bastava guardarti negli occhi per entrarti in testa, per capire cosa provavi e cosa pensavi. Era un rapporto fatto di sguardi più che di parole e lui trattava ogni giocatore in un modo diverso. Non per favoritismo, per simpatia o antipatia, ma perché ognuno di noi aveva bisogno di essere preso per il verso giusto per rendere al massimo. Ricordo il giorno in cui mi diede ufficialmente la maglia numero nove, il 2 maggio 1976, negli spogliatoi dello stadio di Firenze. Non mi disse nulla ma, guardandomi negli occhi, capì che ero teso. All’epoca il riscaldamento non si faceva in campo, ma nei corridoi, con il rumore dei tacchetti sul marmo o sul pavimento che aumentava la tensione del momento. Ricordo che, all’improvviso, mi chiamò e mi disse: ‘Bruno, mettiti la cuffia che c’è Sandro Ciotti che ti deve parlare per un’intervista alla radio’. Mancavano venti minuti all’ingresso in campo, smisi di correre e mi misi la cuffia in testa cominciando a fare ‘pronto, pronto, sono Bruno Giordano’… ma solo dopo un po’, vedendo Maestrelli che sorrideva insieme a Ziaco, capii che dall’altra parte non c’era nessuno e che lui aveva montato quella messa in scena per farmi sbollire un po’, per far calare la tensione. Risultato, entro in campo e dopo appena 8 minuti segno il gol che porta in vantaggio la Lazio. Anche in questo si vedeva la grandezza dell’uomo e dell’allenatore”.

Per Giordano, che chiude la stagione con 5 reti, è la consacrazione…  Di lui si accorgono tutti, anche il suo idolo Johan Cruijff, che lo tiene a battesimo nell’esordio europeo e che, anni dopo, in un’intervista che gli feci durante i Mondiali di Italia ’90, mi disse: “L’unico giocatore in cui mi sono riconosciuto, tra i tanti eredi che mi hanno affibbiato, è Bruno Giordano. L’ho visto giocare per la prima volta il 5 novembre del 1975 al ‘Camp Nou’ in Coppa Uefa contro il mio Barcellona. Noi vincemmo facile, ma lui a 19 anni fece delle cose che solo i grandi giocatori sanno fare a quell’età. E ha continuato a farle per tutta la carriera. E’ un giocatore straordinario, il prototipo dell’attaccante moderno”.

Il resto della vita di Bruno Giordano, è storia conosciuta. L’Europa conquistata da protagonista a 21, il titolo di capocannoniere a 22 anni, la caduta all’Inferno a 24 per il calcio scommesse, i due anni di squalifica, poi la resurrezione con la maglia della Lazio prima della rottura, definitiva, con il trasferimento a Napoli per vincere tutto insieme a Maradona. Il sogno di Bruno era chiudere la carriera con la maglia della Lazio, ma non si è avverato. Da nemico, però, un piccolo regalo alla sua vecchia squadra glielo ha fatto. È il 25 giugno del 1989. La Lazio è appena tornata in Serie A, Bruno gioca ad Ascoli e proprio all’ultima giornata di campionato incrocia per la prima volta in campionato la sua vecchia squadra. L’Ascoli è già salvo, la Lazio invece ha bisogno di un punto per ottenere una sofferta salvezza. Sembra una partita dallo 0-0 già scritto, come tante di fine stagione in quell’epoca in cui la vittoria valeva ancora due punti: soprattutto quando si incontravano una squadra salva e una che aveva bisogno del punticino per stare tranquilla. E la partita, infatti, va avanti seguendo questo canovaccio, all’insegna del “volemose bene”, oppure del “non famose male”. Gli oltre 5000 tifosi laziali saliti a Ascoli aspettano solo il fischio finale di D’Elia per esultare ma, ad un certo punto, Giordano si ritrova solo davanti a Valerio Fiori: invece di tirare la botta o di piazzare il pallone alle spalle del portiere con un tocco preciso all’angolino basso, come ha fatto decine di volte in maglia laziale, Bruno tenta un improbabile pallonetto e il pallone finisce fuori, altissimo, lontano dalla traversa.

“Volevo fare un pallonetto che non è riuscito”, dice sorridendo a distanza di tanti anni Bruno ricordando quell’episodio, ma il sorriso da trasteverino con cui accompagna quella frase di prassi racconta una verità diversa da quella del campione che per l’emozione di fare un gol alla sua ex squadra perde la concentrazione e la freddezza che lo hanno sempre contraddistinto in vent’anni di carriera. E infatti il bluff dura poco, perché non si può mentire su queste cose, tantomeno ad un amico. Bruno Giordano lo conosco da sempre. È stato, insieme a Vincenzo D’Amico, uno dei giocatori della storia della Lazio con cui ho legato di più e fin dall’inizio. Forse perché come età erano quelli più vicini a me, forse perché pur essendo completamente diversi uno dall’altro, sia nell’uno che nell’altro c’è un qualcosa in cui mi riconosco. A livello caratteriale, sia ben chiaro, perché calcisticamente parlando siamo lontani anni luce: visto che io ho sempre avuto una sorta di interruzione tra la testa e i piedi perché, fin da quando ho preso per la prima volta a calci un pallone in modo serio, sapevo benissimo cosa fare e come farlo ma loro, i miei piedi, non eseguivano mai gli input che partivano dal cervello. Mentre Bruno e Vincenzo quello che pensavano lo facevano e, spesso e volentieri, gli veniva addirittura meglio di come lo avevamo pensato o immaginato. Per questo, quel pallone spedito alle stelle quel giorno ad Ascoli non è stato un banale errore.

“A Ste, ma secondo te potevo condannare la Lazio alla retrocessione? Impossibile. Non sarà stato giusto agli occhi di qualche spettatore neutrale o di quelli che fanno i finti sportivi, ma non potevo essere io a segnare quel gol, perché ero laziale allora come lo sono oggi. E non mi sarei mai potuto macchiare di una cosa del genere. Non me lo sarei mai perdonato. Perché la Lazio è stata la mia vita, sedici anni meravigliosi e indimenticabili. Perché quel cordone ombelicale, anche se è stato tagliato, in realtà non si è mai interrotto del tutto. Napoli è stata solo una parentesi, bellissima, perché lì ho vinto tutto, ma io sono nato e morirò laziale, con quella maglia numero nove che è come un tatuaggio disegnato in modo indelebile sulle spalle”.

AUGURI BRUNO, AUGURI BOMBER




Accadde oggi 29.09

1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 3-2
1940 Roma, Stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 6-2
1946 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Torino 1-2
1957 Napoli, stadio Vomero - Lazio-L.R.Vicenza 2-0
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0
1968 Catanzaro, stadio Comunale - Catanzaro-Lazio 1-1
1985 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Arezzo 2-0
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1993 Plovdiv, stadio Lokomotiv - Lokomotiv Plovdiv-Lazio 0-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NK Maribor 4-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/09/2020
 

50.937 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,258
Variazione del +0,00%