08 Agosto 2020

Riposino in pace. Amen...
di Stefano Greco

“…Riposino in pace. Amen”. Questi sono gli ultimi versi del Requiem aeternam, la preghiera dell’Eterno risposo che viene recitata in chiesa come ultimo atto del funerale. Parole che dovrebbero valere per tutti, perché la morte è come una livella che mette tutti sullo stesso piano. Ma non è così, purtroppo. Perché qualcuno a quanto pare non ha ben impresse nella mente né queste parole né la famosa frase di Chilone da Sparta, De mortuis nil nisi bonum dicendum est“dei morti niente si dica se non il bene”, che ho usato un anno fa per l’articolo sulla morte di Fabrizio Piscitelli. Uno che di certo non rientrava nella cerchia dei miei amici. Anzi…

Ma da cattolico e, soprattutto, da persona civile e che ha dei valori, io dopo la morte di Diabolik ho messo una pietra su tutto, perché è così che dovrebbe essere. Vale per i rapporti personali come dovrebbe valere anche per chi fa informazione. Invece, purtroppo, non è così. Sono bastati dei manifesti appesi in alcune zone di Roma per far scatenare nuovamente una certa parte dell’informazione (sempre la stessa…), che si è immediatamente indignata e ha puntato immediatamente l’indice bollando questi manifesti per ricordare il primo anniversario della morte di Diabolik e alcuni saluti in una messa privata, come una manifestazione Fascista, ritirando fuori tutto il campionario di intrecci criminali legati a tifo organizzato, droga e Fascismo che hanno accompagnato la vita di Fabrizio Piscitelli.

Purtroppo, in questo Paese non si può neanche morire in pace e a chi resta non viene lasciato in pace neanche mesi dopo la morte di una persona cara. E questo, al di la del pensiero di ognuno di noi su cosa e chi è stato Diabolik, non è degno di un Paese che si professa democratico e civile. Perché, ad esempio, si continua a scrivere di Fabrizio Piscitelli e a non lasciare in pace la sua famiglia, ma a distanza di un anno non si sa nulla su chi ha premuto il grilletto e sul perché di quell’omicidio.

De mortuis nil nisi bonum dicendum est“dei morti niente si dica se non il bene”, diceva Chilone da Sparta, uno dei “sette savi” (personalità pubbliche dell'antica Grecia vissute in un periodo compreso tra la fine del VII e il VI secolo a.C., esaltate dai posteri come modelli di saggezza pratica e autori di massime poste a fondamento della comune sensibilità culturale greca), perché la morte azzera qualsiasi cosa e l’unica cosa che si può fare davanti all’epilogo di una vita è restare in silenzio. O, comunque, rispettare il dolore di chi ha perso qualcuno di caro. Dovrebbe valere per tutti, ma purtroppo non è più così, perché in questa era in cui chiunque può fare comunicazione, il silenzio e il rispetto sono spazzati via dall’ipocrisia, dalla voglia delle persone di diventare a tutti i costi protagonisti di un evento che non li riguarda per sentirsi almeno per un momento importanti. Per alcune persone non c’è né rispetto né pace neanche dopo la morte. Perché anche a me ha sempre dato fastidio quell’ipocrisia che porta a dipingere come buoni e santi personaggi che tali non sono mai stati in vita, ma tra questo e la macchina che continua a produrre fango anche dopo la fine di una vita, dovrebbe esistere una sacra via di mezzo, quella rappresentata dal silenzio e dal rispetto per i morti, celebrata in chiesa con quel “riposino in pace. Amen”.  

Invece il mondo di oggi è pieno di persone che si sentono in diritto di puntare l’indice accusatorio, di giudicare tutto e tutti. Io, che sono cattolico anche se non praticante, di giudice, Supremo, ne riconosco solo uno e spetta a lui giudicare. Sempre che esista realmente un qualcosa che vada oltre il nostro passaggio su questa Terra. Invece, di giudici in giro ne vedo tanti, troppi.

Quella frase di Chilone di Sparta, bisognerebbe insegnarla a scuola e dovrebbe essere uno dei comandamenti di chi fa il mio lavoro, di chi per mestiere fa comunicazione. Perché non urtare i sentimenti delle persone vicine al defunto dovrebbe essere il minimo sindacale per chi parla e scrive. Perché la fine di una vita dovrebbe essere vista come una pietra tombale destinata a mettere la parola fine a polemiche o dicerie nei confronti di chi non c’è più. Non fosse altro che per rispetto verso chi resta: verso chi ha perso un figlio, un marito, un padre o un amico di una vita. E noi romani dovremmo saperlo bene, perché sono stati proprio i nostri avi latini a inventare il termine “pietas”. Che non era riferito solo alla pietà che si deve avere nei confronti di un morto, ma era un termine che andava ben oltre, che abbracciava il rispetto verso gli dei, la patria, i genitori e altri parenti. Insomma, quasi un dovere morale, un valore oramai calpestato, disperso. Perché chi è stato Fabrizio Piscitelli in quei 53 anni di vita è un qualcosa che riguarda solo lui e i suoi cari. E non chi è o è sempre stato fuori da quella cerchia. Né, tantomeno, chi intinge con gusto il pennino in un calamaio pieno di inchiostro avvelenato dall’odio o dal rancore.

“…Riposino in pace. Amen”. Non c’è altro da aggiungere…




Accadde oggi 29.09

1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 3-2
1940 Roma, Stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 6-2
1946 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Torino 1-2
1957 Napoli, stadio Vomero - Lazio-L.R.Vicenza 2-0
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0
1968 Catanzaro, stadio Comunale - Catanzaro-Lazio 1-1
1985 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Arezzo 2-0
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1993 Plovdiv, stadio Lokomotiv - Lokomotiv Plovdiv-Lazio 0-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NK Maribor 4-0

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Intervista a Luciano Moggi
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Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/09/2020
 

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