20 Maggio 2020

L'importanza di quel Lazio-Inter...
di Stefano Greco

Ogni volta che vedo questa foto, provo sentimenti contrastanti, un mix stordente di orgoglio e di rabbia, perché ogni laziale fa fatica ad archiviare quella sera del 20 maggio del 2018. Oggi, a distanza di due anni la rabbia ha lasciato il posto all’orgoglio per lo spettacolo ammirato quella notte sugli spalti dell’Olimpico, per quello stadio stracolmo come non si vedeva da anni e per quella Tribuna Tevere che sembrava un quadro: un qualcosa di mai visto in uno stadio italiano se non nelle curve o nelle gradinate.

Quel Lazio-Inter è e resterà una ferita aperta, come lo sono sempre le sconfitte immeritate, difficile o impossibile da archiviare come accade per le occasioni perse, per quei traguardi sfiorati e mai raggiunti: vale per gli scudetti del 1973 e del 1999 persi all’ultima giornata come per quella finale di Coppa Uefa persa a Parigi, ma tolti le occasioni in cui c’era un titolo in palio, quel Lazio-Inter sta sicuramente al primo posto nella classifica dei rimpianti di ogni laziale. Almeno nella mia classifica è prima con distacco.

A distanza di due anni mi basta rivedere questa foto per sentir riaffiorare la rabbia provata dopo il triplice fischio finale di Rocchi, la voglia di spaccare il televisore vedendo l’immagine di De Vrij che piangeva (o fingeva di piangere) nascosto dentro quella maglia dell’Inter ricevuta da avversario ma che quella sera già indossava ben nascosta sotto quella della Lazio. Mentalmente l’avrò rivista e rigiocata mille volte quella partita, cercando di cambiare quel finale così ingiusto, anche più di quello di Salisburgo di poche settimane prima. Salisburgo e Inter, due pugni allo stomaco di quelli che lasciano senza fiato e decretano una sconfitta per KO in un match dominato e che sentivamo di avere in pugno. Due sconfitte maturate a causa di 5 minuti di follia collettiva, per due blackout che hanno mandato in frantumi i sogni cullati in quell’annata che abbiamo archiviato tra mille rimpianti. Sì, perché arrivare a 11 metri dalla finale di Coppa Italia (sconfitta dopo 14 rigori contro il Milan all’Olimpico), a pochi minuti dal centrare la Champions League e ad un solo gol dal superare il turno contro il Salisburgo con la prospettiva di andare a giocare una finale europea contro l’Atletico Madrid di Simeone è difficile sa digerire, soprattutto se quella serie di eventi capita tutta nella stessa stagione e in meno di 40 giorni.

In molti, sbagliando, dopo quel KO abbiamo pensato alla fine di un ciclo, ad un’occasione persa e che difficilmente ci sarebbe ricapitata a breve. Invece, dopo due anni ci ritroviamo qui a tentare di tenere in tutti i modi accesa la fiammella, con la speranza che a metà giugno quella flebile fiamma possa nuovamente dar vita a quel fuoco che ci ha riscaldato il cuore e l’anima per mesi fino all’inizio di marzo.

Sono sincero, dopo quel Lazio-Inter ero convinto di rivivere il solito copione, quello che aveva fatto seguito a tutti quei successi che potevano essere dei trampolini di lancio per spiccare definitivamente il volo e che invece si erano trasformati in altrettante occasioni perse. In quell’estate del 2018, vedendo la società che marciava per conto suo senza tener conto delle richieste di Inzaghi, ho pensato che avremmo rivisto gli stessi errori commessi nell’estate del 2007 (dopo la qualificazione alla Champions League), nelle stagioni 2010-2011 e 2011-2012 (quando siamo arrivati quinti quando bisognava arrivare quarti e poi quarti quando bisognava arrivare terzi, superati per un niente dall’Udinese anche perché a gennaio qualcuno fece orecchie da mercante alle richieste dell’allenatore di rinforzare la squadra), dopo la conquista della Coppa Italia del 2013 e infine nell’estate del 2015. Invece, per fortuna, le cose sono andate diversamente, forse anche per merito dei 70.000 di quella sera.

Sia ben chiaro, non c’è stata nessuna svolta epocale, Inzaghi non è diventato né un Ferguson né un Simeone in grado di gestire direttamente il budget e scegliere i giocatori da vendere o da acquistare, ma Simone è riuscito comunque a costruire un qualcosa di solido che non si era mai visto prima nei tre lustri di questa gestione: un gruppo. A volte, nel calcio si parla a sproposito di gruppo, usando questa frase per giustificare risultati inspiegabili, sia in positivo che in negativo. Ma nel caso della Lazio, il termine gruppo non è usato a sproposito, perché tra Inzaghi e i giocatori si è creato un qualcosa di veramente speciale, un’empatia che consente a chiunque di tirare fuori il meglio: anche andando oltre alle proprie possibilità o potenzialità. O, comunque, un qualcosa che in pochi credevano che certi giocatori avrebbero potuto dare. Basta pensare a Patric e Caicedo, ad esempio, due crocifissi dopo quel finale di stagione scellerato di due anni fa. Il Caicedo che contro l’Atalanta e il Crotone aveva sbagliato gol impossibili da sbagliare, quest’anno ha segnato (sempre nel finale) gol che hanno regalato vittorie preziosissime alla Lazio: Cagliari, Sassuolo, Parma… Basta pensare a Cataldi, uno che era stato bandito dal mondo-Lazio e che Inzaghi ha recuperato piano, piano fino a farlo diventare un’arma letale in partite importanti, uno in grado di cambiare il volto della squadra nell’ultima mezz’ora di gioco, a partire da quel secondo tempo della sfida dell’Olimpico con l’Atalanta: poi sono arrivate Cagliari e Napoli a sugellare l’importanza di Danilo, con le perle su punizione nella Supercoppa di Riad e a Marassi contro il Genoa a certificare la rinascita di questo ragazzo che aveva indossato a 20 anni la fascia da capitano e poi si era perso.

Inzaghi e i suoi ragazzi, in quella stagione 2017-2018 per mesi hanno tenuto vivo un sogno, senza nessun aiuto per tenere accesa la fiammella della speranza se non quello che gli ha dato la gente laziale. Quella squadra è arrivata ad un passo dal tramutare i sogni in realtà, ma non c’è riuscita per sfortuna, per errori di inesperienza e di fatica che hanno causato quei blackout inspiegabili. Inzaghi ha avuto pazienza e ha resistito alla tentazione di seguire le voci delle sirene che lo portavano lontano da Roma e da quel mondo Lazio che oramai, dopo 20 anni, sente suo. Inzaghi è stato bravo a non alzare la voce e a non piangere in pubblico come hanno fatto ad esempio altri suoi colleghi (Conte e Spalletti in testa, tanto per non fare nomi) che si sono lamentati per anni dei mancati investimenti da parte della società per rinforzare la rosa. Inzaghi ha lavorato con quello che aveva a disposizione e ha fatto miracoli: ha trasformato Luis Alberto da oggetto misterioso a oggetto del desiderio di grandi club; ha fatto crescere e maturare Milinkovic Savic facendolo diventare un giocatore potenzialmente da Pallone d’Oro; ha costruito una macchina da gol che ha consentito a Immobile di cancellare tutti i record stagionali stabiliti da gente come Piola, Chinaglia, Giordano, Signori e Crespo. E il risultato finale di questo lavoro sono i tre trofei che ha conquistato (due contro la Juventus…) e la squadra di quest’anno, nata dalle ceneri di quel 20 maggio del 2018. Perché la storia ci insegna che i grandi successi nascono spesso e volentieri dal modo in cui vengono gestite le grandi sconfitte.

Non è un caso se la Lazio ha vinto i due scudetti che ha in bacheca proprio l’anno dopo due campionati che avrebbe strameritato di vincere e che invece ha perso al fotofinish. Non è un caso se dopo la sconfitta di Parigi, la Lazio ha conquistato due coppe europee, mentre altri dopo finali perse sono andati a picco.

È il destino della Lazio, eterna Fenice che ha bisogno di ridursi in cenere per risorgere più bella e lucente di prima. Per questo, forse, oggi il ricordo di quel 20 maggio fa ancora male ma meno di prima, perché quello non è stato in finale della solita storia ma l’inizio di una storia completamente diversa il cui finale deve essere ancora scritto. Con la speranza che ci sia un finale da vivere, qualunque esso sia. Perché così come nel viaggio conta raggiungere la meta ma poi a restare impresse sono le emozioni vissute durante il tragitto, nello sport conta vincere ma a restare impresse sono le emozioni provate durante le tappe di quel percorso, anche se poi alla fine si resta a mani vuote. Perché come ripetiamo da anni, senza l’emozione e la possibilità di sognare, il calcio è niente, solo una delle tante industrie che producono soldi. Sarò un inguaribile romantico, ma io resto aggrappato alle emozioni e alla forza dei sogni, anche in un mondo che non sento più mio perché è lontano anni luce da quello in cui sono cresciuto. Perché per dirla con le parole messe in bocca da Nick Hornby al protagonista di Fever Pitch: “noi non supereremo mai questa fase”. Perché chi nasce tifoso, lo resta a vita, anche se depone la sciarpa o la ripone in un cassetto pieno di ricordi…




Accadde oggi 07.08

1957 Nasce a Pescate (LC) Roberto Tavola
1990 Trossingen - Trossingen-Lazio 0-7
1991 Saint Vincent - Lazio-Cecoslovacchia 1-1 - Memorial Pier Cesare Baretti
1992 Bayer Leverkusen-Lazio 2-1
1999 Cadiz, - Betis Sevilla-Lazio 2-2 (6-4 dcr)
2004 Manchester - Manchester City-Lazio 3-1
2005 Fiuggi, Fiuggi-Lazio 0-11
2009 Muore a Treviglio (BG) Orlando Rozzoni
2010 Fiuggi - Stadio Campo i Prati - Triangolare Lazio-Latina-Sora

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/06/2020
 

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