05 Aprile 2020

Auguri di cuore Simone, laziale vero!
di Stefano Greco

In questo periodo di quarantena, in cui tutti i giorni sono terribilmente uguali e si distingue un mercoledì da una domenica solo guardando il calendario, oppure la data sul cellulare o lo schermo del computer, questa per Simone Inzaghi è stata una settimana speciale. Ha tagliato venerdì (unico nell’era Lotito e primo dai tempi di Tommaso Maestrelli) il traguardo del quarto anno sulla panchina biancoceleste e oggi festeggia il compleanno, anche se non sarà una festa come tutte le altre. Perché niente è come era prima in questo periodo.

Simone Inzaghi oggi compie 44 anni e basterebbe un solo dato per far capire a tutti cos’è per lui la Lazio: 21 di questi 44 anni li ha vissuti qui a Roma, con quei colori biancocelesti addosso. E per capire cos’è Inzaghi per la Lazio di oggi, uso le parole che mi ha detto tanti anni fa un grande allenatore: “Se vuoi capire se e quanto è unito un gruppo, guarda che cosa succede dopo un gol! Controlla quello che fanno i giocatori in campo, ma soprattutto come si comportano quelli in panchina. E, soprattutto, guarda l’allenatore”. Ecco, credo che basterebbe ricordare quel placcaggio di Inzaghi a Milinkovic dopo il gol segnato al Chievo di due stagioni fa, oppure le immagini dei mucchi selvaggi di quest’anno dopo ogni gol per capire tutto. Perché Inzaghi è quello che corre sulla fascia per accompagnare un’azione da gol per poi andare sotto la curva ad esultare insieme al goleador; è quello che a Kiev a momenti si frattura scivolando sulla pista ghiacciata per esultare dopo un gol decisivo; è quello che consola chi esce e stimola chi entra; è quello che dopo il successo dello scorso anno nel derby saltava sotto la Curva Nord come un tifoso con addosso la divisa della Lazio. Ma, soprattutto, nonostante le critiche, anche spietate, che ha ricevuto lo scorso anno e all’inizio di questa stagione, è il PADRONE ASSOLUTO DEL MONDO LAZIO. E lo capisce a prima vista qualsiasi occhio attento. Due stagioni fa, all’inizio della grande cavalcata della Lazio, dopo la sfida con la Juventus vinta al Delle Alpi ho sentito su SKY Luca Toni dire queste parole nelle quali è racchiuso, secondo me, il vero segreto della Lazio di Simone Inzaghi.

“Il segreto di quello che stanno facendo sta nel fatto che Simone ha in mano il mondo Lazio. Ha giocato in questa squadra per quasi tutta la carriera, è tifoso della Lazio e si vede in tutte le cose che fa. E l’amore per quei colori è riuscito a trasmetterli a tutti. Guardate come si abbracciano, come si cercano in campo, come sorridono anche se entrano dalla panchina. Io le partite volevo giocarle tutte e mi incazzavo anche se mi mandavano in panchina in un’amichevole, perché volevo segnare sempre e il gol è vitale per un attaccante. Nella Lazio  ho visto Immobile uscire dalla panchina ed entrare in campo con il sorriso sulle labbra: uno che sta segnando quanto Messi, entra con il sorriso e corre ad abbracciare i compagni dopo un gol, felice anche se non ha segnato. Questo dimostra che non solo Simone ha in mano il gruppo, ma che è il padrone indiscusso della Lazio”.

Non credo che ci sia molto altro da aggiungere a quello che ha detto Luca Toni, perché Simone da ex giocatore ha centrato in pieno tutto, ha letto meglio di tanti altri quello che è successo nel mondo Lazio dal momento in cui ha lasciato la Primavera per prendere il posto di Stefano Pioli dopo un derby straperso: quattro anni fa esatti, alla vigilia del suo quarantesimo compleanno. Simone Inzaghi si è preso in mano le chiavi della Lazio, perché ha fatto cose da laziale che sono state apprezzate da tutti i tifosi, anche da chi nell’estate del 2016 gli ha dato del “servo del padrone” quando ha accettato la panchina della Lazio dopo il grande rifiuto di Bielsa, quando appena arrivato a Salerno per la conferenza stampa di presentazione è stato richiamato di corsa perché la Lazio non aveva un allenatore da mandare con la squadra in ritiro. Lotito gli ha offerto una panchina “pro-tempore” (giusto il tempo per trovare un’alternativa), ma lui in quel momento ha preteso e ottenuto un mandato pieno, convinto di poter vincere quella scommessa. E ha avuto ragione lui.

Il sogno di ogni tifoso è quello di avere in panchina uno come lui, un allenatore che per prima cosa ama quei colori come li può amare solo un tifoso, uno che esulta ad ogni gol come farebbe un ragazzo di curva, correndo e tuffandosi nella mischia insieme agli altri giocatori per abbracciare chi ha segnato, buttando via la giacca e mettendo da parte quel selfcontrol che qualcuno vorrebbero imporre agli allenatori. Noi lo abbiamo sognato per anni un allenatore così e ora lo abbiamo. Guardandolo con occhi distratti uno magari lo vede debole e pensa che non abbia il carisma di Diego Pablo Simeone, ma non è così. Avere carisma non significa agitarsi e fare gesti come quello che fece il “cholo” dopo un gol alla Juventus o verso la Curva Sud dopo il gol di Castroman al derby, ma avere in mano un gruppo, essere riconosciuto da tutti come un punto di riferimento. E lui lo è: anche se non ha vinto come Conte e anche se non sarà mai un Mourinho. Ma Simone Inzaghi per questa Lazio è un valore aggiunto, immenso, non un “peso” che impediva alla Lazio di spiccare il volo come sosteneva fino a sei mesi fa chi, non volendo o non potendo attaccare la società, scaricava su Inzaghi le colpe degli errori commessi da altri.

Quella scommessa Simone l’ha vinta perché è entrato nello spogliatoio parlando e ragionando ancora da giocatore, grazie anche all’aiuto tanto prezioso quanto occulto di Angelo Peruzzi. L’ha vinta parlando in modo chiaro e onesto con tutti i giocatori; facendo sentire importante anche chi non giocava; restituendo certezze a chi (Immobile in testa) si era un po’ perso; facendo l’allenatore-psicologo con chi il mondo Lazio lo aveva già lasciato mentalmente (Keita e Biglia, fondamentali l’anno prima avevano già preparato la valigia per lasciare Roma) o con chi (Luis Alberto) era addirittura rimasto traumatizzato dall’impatto con il calcio italiano e il mondo Lazio al punto da aver meditato addirittura di lasciare il calcio. Ha parlato tanto Inzaghi con i suoi ragazzi, ma soprattutto ha fatto seguire i fatti alle parole concedendo minuti, spazio e chance a tutti, anche a costo di rischiare qualcosa, pronto a correggere magari le cose in corsa.

Ma lo ha fatto senza gettare la croce addosso a chi è uscito. Così come non ha pubblicamente fucilato nessuno dei suoi ragazzi neanche dopo errori clamorosi. Ha minimizzato in pubblico ma ha parlato in modo chiaro con i ragazzi dentro le quattro mura dello spogliatoio. Li ha difesi in pubblico e catechizzati in privato, come faceva sempre Tommaso Maestrelli. Il “maestro” non ha mai processato un giocatore in pubblico, ha sempre difeso a spada tratta i suoi ragazzi anche quando erano palesemente colpevoli (Giorgio in testa), salvo poi rimetterli in riga in quello stanzino di Tor di Quinto che a volte veniva usato come confessionale e a volte come aula di tribunale. Ma restava tutto chiuso lì dentro e Tommaso usava un tono pacato anche quando pronunciava parole che erano pesanti come pietre, come quando faceva capire a Chinaglia (che andava da lui per lamentarsi o per provare a fare la formazione) che il “capo” era lui, che solo lui decideva che cosa fare. E che lo faceva per il bene della squadra, non per gloria personale o per far contento qualcuno. Perché il suo obiettivo era far contenti tutti, anche chi giocava poco.

Per chi non ha grande memoria di questo, ricordo un particolare. Nell’annata dello scudetto, Luciano Re Cecconi fu costretto a saltare per infortunio addirittura sette partite: “Cecco” si infortunò il 13 gennaio, in casa contro il Torino, nella terzultima giornata di andata. Al suo posto, Tommaso lanciò nella mischia Fausto Inselvini, un centrocampista capace di giocare in più ruoli. Con Inselvini in campo al posto di Re Cecconi la Lazio mise le ali. Vinse 5 partite (compreso lo scontro diretto con la Juventus, decisivo per volare verso lo scudetto), pareggiò a Firenze e perse di misura solo a Genova contro la Sampdoria, in una partita strana. Ristabilito Re Cecconi, Maestrelli lo rimise subito in campo e con lui titolare la Lazio perse 3-1 a San Siro con l’Inter. Chinaglia, furibondo, alla ripresa degli allenamenti andò da Maestrelli in quella stanzetta di Tor di Quinto chiedendo la testa di Re Cecconi e Tommaso gli rispose: “Va bene Giorgio. Allora domenica tu giochi a centrocampo con la maglia numero 8 di Re Cecconi e al posto tuo metto Franzoni con la maglia numero 9”. Chiaramente, la domenica contro il Cagliari Re Cecconi giocò titolare, la Lazio vinse e Chinaglia segnò una doppietta. Ecco, con tutte le proporzioni del caso, Inzaghi sta facendo da 4 anni a questa parte qualcosa del genere. Due estati fa, con Felipe Anderson infortunato e con Nani inutilizzabile, Simone si è inventato Luis Alberto (che durante il ritiro aveva utilizzato come regista arretrato visto che mancava Biglia) in quella posizione al posto Felipe Anderson, facendo la fortuna dello spagnolo e della Lazio. Poi lo ha messo più avanzato, sacrificando un po’ in zona-gol Milinkovic, ma ha avuto nuovamente ragione lui, perché Luis Alberto, da oggetto misterioso è diventato uno dei giocatori fondamentali di questa Lazio.

Questo significa avere in mano il gruppo, sapere sempre cosa fare e come farlo, in modo da non incrinare i rapporti all’interno al gruppo e i delicati equilibri di uno spogliatoio. Come quando ha spento sul nascere ogni polemica dopo il gesto di nervosismo di Immobile. È nn segreto di Pulcinella, ma in quanti riescono a farlo? Chi tra gli allenatori che ci sono in Italia ha la capacità di avere il controllo assoluto del gruppo e di godere della stima e della fiducia incondizionata da parte dei giocatori che allena? Secondo me, nessuno. In tempi recenti ci è riuscito Conte e ha vinto tutto, rivitalizzando una Nazionale raccolta a pezzi dopo la gestione-Prandelli e che ha fallito la qualificazione ai Mondiali dopo che l’ha lasciata per volare a Londra. E in parte Allegri. Ma dopo di loro c’è Inzaghi. Per questo in tanti hanno messo gli occhi su Simone. Ma non c’è da essere arrabbiati o da aver paura per questo, perché Simone è laziale e la Lazio per lui viene prima di qualsiasi cosa: dei soldi, della fama, della gloria. E lo ha dimostrato nell’estate del 2004 quando pur di legarsi alla Lazio a vita ha spalmato su più anni quell’ingaggio da oltre 2,5 milioni di euro per garantirsi un futuro in questa società dopo aver appeso gli scarpini al chiodo.

Simone lo ha fatto perché Roma e la Lazio sono il suo mondo da quando, ragazzino, è sbarcato nella Capitale. È stato adottato da questa città e da questa società. E Formello è casa sua, la casa della sua famiglia, dei suoi figli. Guardate la scena della foto e ditemi se cambiando i colori con il bianco e nero non sembra un’immagine di Tommaso con uno dei due gemelli sul prato di Tor di Quinto. E se quel bambino ritratto in foto si chiama Tommaso, non è né un caso né una coincidenza, ma una scleta precisa, di cuore.

Per Simone la Lazio non è solo una bandiera da sventolare per accattivarsi le simpatie della piazza: no, è la sua vita. E se qualcuno si chiede ancora perché per tanti anni in tanti abbiamo martellato la società chiedendo e pretendendo di portare un po’ di Lazialità dentro la Lazio, ecco, Simone Inzaghi e Angelo Peruzzi sono la risposta a quel perché. E ora sono uno dei segreti se non il vero segreto dei risultati che sta ottenendo la Lazio! Per questo ho sempre difeso Inzaghi a spada tratta. Perché basta parlarci 5 minuti per capire che lui è uno di noi. Non so se questo campionato riprenderà e se ripartirà se riusciremo a veder realizzato quel sogno proibito che culliamo da mesi. Ma alla fine, comunque vada a finire, dirà grazie a Inzaghi, perché mi ha consentito di tornare a sognare. E per un tifoso, il sogno è tutto, o quasi. Perché è nei sogni che racchiudiamo i nostri desideri più segreti...

AUGURI DI CUORE SIMONE, LAZIALE VERO!




Accadde oggi 27.11

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana
1927 Torino, - Torino-Lazio 3-0
1938 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Liguria 1-0
1956 Nasce a Roma Lionello Manfredonia
1964 Nasce a Jesi (AN) Roberto Mancini
1977 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Foggia 1-1
1983 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 3-0
1988 Bologna, stadio Renato Dall'Ara – Bologna-Lazio 0-0
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Roma 0-3
2005 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 2-3

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 19/11/2020
 

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