21 Marzo 2020

Addio papà! Spiega le ali e vola...
di Stefano Greco

Questa volta il destino non è arrivato in punta dei piedi e non mi ha colpito alle spalle a tradimento, come è successo nel 1998. No, questa volta l’angelo della morte non è arrivato all’improvviso, ma si è fatto annunciare. Ieri, vedendo papà per l’ultima volta, anche se le carezze passavano attraverso i guanti protettivi e i baci erano filtrati da una mascherina, ho pregato. Prego raramente, ma ieri vedendolo ridotto in quel modo, uno scheletro con lo sguardo fisso nel vuoto, l’ho fatto. Ho pregato che una mano lo sollevasse da qui, che gli consentisse di spiegare finalmente le ali per farlo volare da mamma, per quell’abbraccio infinito che gli è mancato come l’aria per respirare in questi ultimi 22 anni.

Forse è per questo che fa male, ma mai come 22 anni fa. Anche se non ci rassegna mai all’idea di veder sparire un genitore, una delle colonne portanti della tua vita. Nel bene e nel male, sia ben chiaro, perché i rapporti genitori-figli non sono mai sempre e solo rose e fiori, anche se in questi momenti le cose brutte svaniscono come d’incanto e restano solo quelle belle: l’amore che ti ha dato la vita, quel senso di protezione che ti ha accompagnato quando muovevi i primi passi e l’esempio. Già, l’esempio, quello che ti porta a dire in alcuni casi “io sarò così da padre”, oppure “io sarò diverso”.

Quello con mio padre è sempre stato un rapporto difficile, fatto di alti e bassi, di grandi silenzi e di pochi abbracci. L’esatto contrario di quello che avevo con mamma. Colpa di due caratteri forti e di un modo completamente diverso di vedere la vita. Ma essere diversi, non significa essere distanti, non significa non poter condividere qualcosa. Lui amava la caccia, io la odiavo, ad esempio, ma quando nelle gare di tiro a volo sparava ai piattelli invece che ai piccioni, io restavo le ore a guardarlo, affascinato dal suo stile, dall’istinto, dalla prontezza di riflessi e dalla calma olimpica che serve per restare concentrati per così tanto tempo e per metabolizzare un eventuale errore. Anche se lui sbagliava raramente.

Grazie a lui ho odiato la caccia ma ho amato fin da bambino i cani, perché ne avevamo una decina in giro per casa quando da piccolo abitavo a via Cavalier d'Arpino, in quella che più che una casa era una piccola reggia. Grazie a lui, ma anche a nonno, nonna e ai miei zii (i suoi due fratelli), mi sono innamorato perdutamente a 5 anni. Un amore forte, totale, anche questo fatto di alti e di bassi, ma di quelli che durano per sempre. Un amore chiamato Lazio.

Per qualcuno l’amore per una squadra di calcio è inconcepibile o nel migliore dei casi incomprensibile. E li capisco quelli che non sono innamorati e ci vedono come pazzi, perché vedere dall’esterno qualcuno che stravolge la propria vita per 11 ricchi che rincorrono in mutande e maglietta un pallone, è un qualcosa difficile da comprendere, perché sfugge ad ogni logica. Il calendario della tua vita condizionato da settembre a maggio da quello del campionato; feste di compleanno, battesimi, comunioni, cresime e matrimoni decisi a tavolino e solo e rigorosamente dopo l’uscita del calendario; interi weekend passati a viaggiare verso posti dimenticati da Dio per vivere 90 minuti fianco a fianco con altri “pazzi” come te, rischiando spesso e volentieri botte e in qualche caso addirittura un viaggio in commissariato; giorni di mutismo assoluto a scuola o sul lavoro dopo ogni sconfitta; anni di lotta quotidiana con “inquelli” con discussioni che non portano da nessuna parte perché nessuno accetta di essere incudine e pretende di essere martello anche quando il suo ruolo è quello di incassare colpi; a volta addirittura una carriera lavorativa condizionata da quella scelta d’amore fatta a 5 anni, a quel “per sempre” pronunciato anche senza aprire la bocca quella prima volta. Ecco, il tifoso di calcio è l’esempio lampante che esiste veramente l’amore a prima vista e che quel “per sempre” non è solo una frase pronunciata per rito.

Tre sole cose per me sono "per sempre": i genitori, la famiglia che mi sono costruito e l’amore per la Lazio. Tutto il resto, è relativo, suscettibile di fine o di cambiamento. Ora che i genitori non ci sono più, mi restano solo la famiglia e il calcio.

Ieri, in quelle ultime ore silenziose passate vicino a papà con la speranza che mi riconoscesse e mi sorridesse per l’ultima volta, quei 53 anni d’amore li ho rivissuti mentalmente. Come in un film a rallentatore e con le immagini sfocate per via della pellicola vecchia su cui sono impresse. Mi è tornata in mente quella sua corsa sulle scale della Tribuna Tevere mentre io tenendo per mano nonna mi arrampicavo a fatica su quegli scalini. Ricordo che mi sono sentito quasi abbandonato in quel momento, ma solo a distanza di anni, di tanti anni, ho capito il perché di quella corsa. L’ho capito il giorno in cui, con l’ennesimo passaggio di testimone in famiglia, sono stato io a portare per la prima volta mio figlio all’Olimpico. Chiaramente in Tribuna Tevere (così come, di padre in figlio, oggi lui va in Curva Nord), il giorno della finale di Coppa Italia contro la Sampdoria. Quella corsa era per godersi la mia espressione all’ingresso in quel catino magico, abbagliato dal sole, dai colori, dal frastuono. Sono passati 53 anni da quel 12 febbraio 1967 ma ricordo tutto di quel momento: il bianco dei marmi del vecchio Olimpico, il verde scuro delle panche di legno sugli spalti, il verde smeraldo di quel prato immenso. Le stesse sensazioni che ha provato mio figlio quel giorno e che mi hanno provocato un brivido quando mi ha raccontato quella sua prima volta.

In quelle ore passare vicino a papà mi è tornato in mente quel 19 aprile del 1970 quando battendo il Bari per 4-1 nell’ultima in casa la Lazio conquistò per la prima volta il diritto a giocare in Europa. Ho sentito quasi scorrere nuovamente sul volto le lacrime di dolore per le retrocessioni e quelle di gioia per le promozioni. Ho rivissuto il calore di quell’abbraccio infinito al triplice fischio finale di Panzino che ci consegnò il primo scudetto e la corsa folle per cercare l’abbraccio di papà il giorno di Lazio-Reggina (sempre in Tevere, ma distanti) al triplice fischio di Collina. Lo ricordo bene, perché non è stato solo l’abbraccio orgiastico per festeggiare lo scudetto più incredibile nella storia del calcio (roba da far impallidire anche la trama di “Fever Pitch”), ma è stato l’ultimo abbraccio dentro uno stadio con mio padre.

Ora, è tutto finito, svanito. Restano solo i ricordi di quegli abbracci e di quei sorrisi, ma sono conservati nel forziere del cuore in cui sono racchiuse le cose più preziose della nostra vita. Ora sei solo spirito, un’anima finalmente libera di spiegare le ali per volare lassù dove ti aspetta mamma per quell’abbraccio destinato a durare per l'eternità. Non ho certezze sul fatto che sia realmente così, ma voglio credere che sia cosi.

Quindi, addio papà, spiega le tue ali e vola da mamma: per sempre…




Accadde oggi 31.05

1891 Nasce a Roma Augusto Faccani
1931 Foligno, stadio del Littorio - Lazio-Legnano 4-0
1942 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 5-2
1964 Bologna - Bologna-Lazio 1-0
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-0
1974 Roma, stadio Flaminio, Lazio-Cynthia 1-0
2009 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 29/04/2020
 

795.609 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,196
Variazione del -0,33%