18 Marzo 2020

Nicoli e quel VE MANNAMO IN B!
di Stefano Greco

Guardi il collage di foto e ti rendi conto che sono passati 41 anni, 8 lustri volati via in un amen, con giorni, mesi e anni che ti sono scivolati via tra le mani come granelli di sabbia. Sono passati 41 anni da quel 18 marzo del 1979, da quel derby diventato leggenda grazie a uno dei tanti eroi per un giorno della storia del calcio e delle stracittadine romane. Da quel gol di Nicoli, arrivato alla fine di una domenica di cui, anche a distanza di così tanto tempo, ricordo ogni minimo dettaglio. Fotogrammi archiviati nella memoria.

Nella vita in generale, ma soprattutto quando si supera la soglia dei 50 anni che rappresenta un po’ il giro di boa della nostra esistenza, si tende spesso a voltarsi indietro e a rimpiangere i tempi andati. C’è la nostalgia per gli anni spensierati, quelli di una giovinezza sfuggita troppo in fretta dalle mani, ma anche per i ritmi meno frenetici di quelli attuali, in cui tutto brucia con una rapidità tale da impedirti quasi di gustare anche le cose più semplici. Questo senso di nostalgia è legato alla vita di tutti i giorni e alle cose più importanti, ma anche a quelle cose che fanno da contorno, tipo il calcio. E allora, nel narrare la storia di questo eroe per un giorno che risponde al nome di Aldo Nicoli, parto come si fa  quando si racconta una favola, ovvero, dal C’ERA UNA VOLTA…

C’era una volta il derby, quella partita irrazionale che faceva fermare una città intera: non solo per l’attesa dell’evento sportivo, ma per lo spettacolo che offriva ogni volta l’Olimpico. Il frastuono, lo stadio sempre pieno, tutti quei colori mischiati, gli striscioni ironici e a volte irriverenti, l’attesa per scoprire all’ingresso in campo delle squadre che cosa si erano inventate di nuovo le due curve per vincere la battaglia sugli spalti, in attesa di vincere poi l’altro derby: quello che si giocava sul rettangolo di gioco allora sempre verde del vecchio Stadio Olimpico, quello con le panchine di legno pitturate di verde come quelle dei giardinetti, quello con il marmo bianco che quando ci batteva il sole quasi ti accecava, quello senza copertura in cui se pioveva te la prendevi tutta l’acqua e se c’era il sole a picco era impossibile ripararsi da quei raggi infuocati.

Tutto è nato verso la metà degli anni settanta, quando è cambiato il modo di fare il tifo, quando agli sfottò e alle scommesse che avevano reso sempre speciale il derby di Roma rispetto a quello di Milano, Genova o Torino, si è aggiunta la sfida sugli spalti. In quegli anni, il derby iniziava almeno un mese prima, con le collette allo stadio per mettere insieme i soldi necessari per la scenografia e con le riunioni quasi carbonare a Via Simone de Saint Bon, nella sede degli Eagles’ Supporters per decidere che cosa fare per stupire ancora una volta tutti. Poi, con il lavoro preparatorio che andava avanti per giorni interi, in qualche piazzale fuori mano, oppure addirittura in capannoni industriali grandi come hangar, in grado di contenere striscioni di centinaia di metri quadrati destinati a volte a ricoprire l’intera curva.

La domenica standard del derby era questa: iniziava all’alba dopo una nottata passata insonne, spesso e volentieri la sfida era preceduta la mattina alle 10 dal derby Primavera a Tor di Quinto, con il “Maestrelli” stracolmo e con la gente che a fine partita scappava di corsa verso lo stadio. Sì, perché all’epoca si giocava solo alle 14,30 o alle 15, ma i cancelli aprivano massimo alle 10 di mattina e i posti popolari non erano numerati. Quindi, chi arrivava tardi in Curva Nord era destinato quasi a non vederla la partita, a finire nel parterre oppure a restare 4-5 ore seduto sugli scalini di marmo o in piedi.

Quella della stagione 1978-1979, è una Lazio fatta in casa. Oltre a D’Amico, Giordano e Manfredonia, sono approdati in prima squadra altri ragazzi provenienti dalla Primavera. Bob Lovati lancia uno dopo l’altro una serie di giovani tra cui spicca un ragazzo di San Basilio secco, alto e con un cesto di capelli ricci in testa. Uno che ara la fascia destra del campo e che nel derby d’andata, finito 0-0, ha messo la museruola a Ugolotti, altro ragazzo considerato un astro nascente del calcio romano in chiave giallorossa. Quel ragazzone di San Basilio si chiama Mauro Tassotti, ed è destinato a diventare insieme ad Alessandro Nesta il calciatore romano più vincente di tutti i tempi. Insieme a Tassotti, diventa un punto fisso Andrea Agostinelli e si affacciano in prima squadra Cantarutti, De Stefanis, Perrone, Ferretti e anche Fantini (portiere) e Labonia, un italo argentino portato a Roma da Giancarlo Morrone. Insomma, ben 11 giocatori su 23 schierati in quella stagione da Bob Lovati sono nati e cresciuti nel vivaio della Lazio. La stagione successiva, saranno addirittura 18 su 27, un qualcosa che non si vedeva dagli anni venti, quando non esisteva il professionismo e i giocatori della Lazio erano tutti romani e cresciuti in casa.

In questa Lazio con pochi soldi in cassa ma tanto entusiasmo, approda in quella stagione un ragazzo di Bologna, con i capelli castano chiari e ricci, cresciuto nelle giovanili dell’Inter ma che si è affermato con la maglia rossonera del Foggia. Il suo nome è Aldo Nicoli ed è lui il vero protagonista di questa storia.

Aldo gioca a centrocampo, è uno che abbina tecnica e dinamismo, ma che segna poco. Con il Foggia ha segnato appena 3 reti in 68 partite, ma alla Lazio serve il suo dinamismo a centrocampo per coprire quel vuoto mai colmato che si è creato dopo a morte di Luciano Re Cecconi. E visto che anche Nicoli ha i capelli chiari, anche se non biondi come Cecco, viene accolto con grande curiosità. Ma come avviene spesso nella storia della Lazio, il destino è in agguato proprio dietro l’angolo. In una delle prime amichevoli della stagione, Aldo Nicoli si infortuna. Non è un infortunio grave, si tratta solo di una piccola lesione muscolare che richiede qualche settimana di stop, ma per la smania di rientrare e di mettersi in mostra, Nicoli forza i tempi e di ricaduta in ricaduta perde quasi tutta la prima parte della stagione e fa il suo esordio solo il 19 novembre del 1978, a San Siro contro l’Inter, proprio una settimana dopo il derby d’andata finito 0-0. Ed è un esordio disastroso, perché quella domenica la Lazio viene letteralmente travolta dall’Inter: finisce 4-0 per i nerazzurri, con Bob Lovati che accusa i suoi ragazzi di aver smarrito quell’umiltà che nella prima parte della stagione aveva portato la squadra a fermare la Juventus e a subire una sola sconfitta nelle sette giornate di campionato. Sulla graticola, chiaramente, anche se non ha colpe finisce pure il povero Nicoli. Qualcuno, ricordando l’infelice acquisto di altri centrocampisti come Brignani e Boccolini lo descrive come una sorta di oggetto misterioso, altri sostengono che è arrivato già rotto, quindi l’avventura di Nicoli inizia in salita, tra contestazioni e scetticismo.

Domenica dopo domenica, però, quel ragazzo silenzioso che lotta su ogni pallone e non si risparmia mai conquista la fiducia di Bob Lovati e poi la stima dei tifosi laziali. Non è Re Cecconi e nessuno pretende che lo diventi cammin facendo, ma diventa un elemento prezioso. Unica pecca, non segna mai…

Alla vigilia del derby di ritorno, la Lazio è sesta in classifica a quota 22 punti. Milan e Perugia che si giocano lo scudetto sono lontane, ma la Juventus è davanti di appena 4 punti e quel sesto posto davanti al Napoli e al Vicenza di paolo Rossi che l’anno è arrivato addirittura secondo, consente alla Lazio di sperare di entrare in Coppa Uefa. Se la Lazio sogna, dall’altra parte della Tevere la Roma sta vivendo una stagione disastrosa, con l’incubo retrocessione distante appena 3 punti, ovvero il margine che la Roma quart’ultima con l’Ascoli ha sull’Atalanta.

Lo spettro della Serie B terrorizza la Roma e i suoi tifosi, ma è fonte di speranza e d’ispirazione per i tifosi della Lazio in vista del derby e il risultato è quella che viene considerata ancora oggi la madre di tutte le scenografie, datata 18 marzo del 1979. Fino ad allora, il colore a queste sfide è stato dato dai fumogeni che avvolgono le due curve, al punto da rendere quasi del tutto invisibile il campo. Gli striscioni ci sono, ma si tratta solo di pezzi di stoffa dedicati agli sfottò, a volte confezionati direttamente allo stadio con una bomboletta spray su lenzuoli bianchi, per rispondere ad altri esposti dalla curva avversaria. In quel derby, giocato in casa da una Roma mai come in quella stagione ad un passo dalla retrocessione in Serie B, in gran segreto viene decisa la svolta. L’idea nasce per caso. Niente fumogeni, nulla di nulla. Una curva all’apparenza spoglia, immobile e silenziosa per tutte le ore che precedono l’ingresso in campo delle squadre. L’unica eccezione è rappresentata da dieci galline (una è morta proprio la mattina del derby ed è stato impossibile trovarne un’altra per sostituirla) vestite di giallorosso liberate sulla pista e che cominciano a scorrazzare sul prato. Un colpo di genio degno dell’ironia che da sempre contraddistingue noi romani.

Dall’altra parte, i soliti fumogeni, legati addirittura a delle piccole mongolfiere formate da palloncini gialli e rossi per farli arrivare più in alto e rendere ancora più accattivante lo spettacolo di un Olimpico completamente gremito con 75.000 spettatori sugli spalti e con il cartello del tutto esaurito esposto già qualche giorno prima della partita, per la gioia dei bagarini. In Curva Nord, il silenzio è assoluto, anche all’ingresso in campo delle squadre. Poi, quasi all’improvviso, l’enorme tabellone luminoso si riempie di corde che si tendono come per issare su un’enorme vela, un qualcosa che metro dopo metro comincia a prendere forma e dà un senso compiuto ad un lavoro di giorni e a nottate passate in bianco. Anzi, colorate di vernice.  Ma qualcosa non funziona. La pioggia ha reso troppo pesante la tela, le corde si sono intrecciate e sembra quasi impossibile tirarla su per completare l’opera. Un ragazzo si arrampica sul tabellone come facevano i vecchi marinai sugli alberi maestri della nave, srotola le cime e quell’enorme vela viene issata, metro per metro. Quando il tabellone è completamente coperto da quel telo bianco immenso, a caratteri cubitali campeggia, enorme, la scritta VE MANNAMO IN B. Con la B rigorosamente mezza gialla e mezza rossa.

L’apparizione di quell’immensa scritta fa calare un silenzio quasi irreale nel lato Sud dello stadio e fa letteralmente esplodere la zona Nord che fino a quel momento era rimasta militarmente in silenzio. Il risultato è un boato simile a quello di un gol, accompagnato da un coro “Serie B, serie B” urlato a squarciagola e con le vene del collo gonfie dai 30.000 laziali presenti sugli spalti.

In campo, i giocatori della Lazio guardano quello spettacolo inatteso sorridendo, quelli della Roma hanno il volto tirato di chi medita vendetta. E la partita inizia con la Roma che parte a testa bassa, come un toro che vedendo quel drappo rosso carica per infilzare il torero. E quel drappo rosso è rappresentato da quell’enorme scritta VE MANNAMO IN B che campeggia al centro della Curva Nord, proprio dietro la porta in cui attacca la squadra di Ferruccio Valcareggi, ex ct della Nazionale chiamato dal presidente giallorosso Anzalone per salvare la nave dal naufragio.

Aldo Nicoli è in campo e, dopo un attimo di smarrimento, tipico di chi gioca il primo derby romano della sua vita,  prova a organizzare la diga chiamata ad arginare quel fiume in piena. Ma dopo poco più di un quarto d’ora di gioco, la Lazio viene travolta. Martini è costretto ad usare le maniere forti per fermare Di Bartolomei e Menicucci fischia la punizione a favore della Roma. Siamo a 30 metri dalla porta, ma Di Bartolomei ha nelle gambe la potenza per tentare il tiro a rete: il numero 8 giallorosso sistema con cura il pallone, prende la rincorsa e poi scarica tutta la sua rabbia di romanista su quel pallone che, carambolando sul piede di Cicco Cordova (ex capitano della Roma passato per polemica con la società alla Lazio), finisce la sua corsa gonfiando la rete, con Cacciatori completamente spiazzato. Il boato dello stadio è assordante, ma proprio nel momento in cui tutto sembra perduto, inizia la favola.

La Lazio si riorganizza, sfiora il pareggio con Wilson che gira sulla traversa una pennellata di D’amico e chiude senza ulteriori danni il primo tempo. Al ritorno in campo, la Roma prova a chiudere la pratica, prima con un gran tiro di Boni e poi con tocco ravvicinato di De Nadai che costringe Cacciatori ad un tuffo spettacolare. E come da legge non scritta del calcio, a un gol sbagliato segue un gol subito. Nell’azione successiva, D’Amico salta uno dopo l’altro due avversari come se fossero birilli e poi dà palla a Nando Viola che, dopo aver superato due difensori chiude gli occhi e calcia di destro con tutta la forza che ha in corpo: il pallone colpisce De Sisti e da quella carambola arriva il gol del pareggio.

Sull’1-1, la Lazio non si accontenta e la Roma comincia a vedere i fantasmi. Giordano fa il diavolo a quattro, D’Amico sale in cattedra e Aldo Nicoli si avvia a grandi passi verso il viale della gloria eterna. Quando mancano meno di due giri d’orologio al termine, Vincenzino avanza verso la porta della Roma e prova a sorprendere Paolo Conti: il tiro forte, Peccenini prova ad opporsi come può, ma nella carambola in area il pallone finisce sui piedi di Aldo Nicoli che senza pensarci due volte tira al volo e segna il go del 2-1! E il primo gol di Aldo Nicoli con la maglia della Lazio e,ironia della sorte, sarà anche l’ultimo. Ma chi ha la fortuna di segnare un gol nel derby di Roma, entra direttamente nella storia. E se come nel caso di Nicoli quel gol arriva a tempo quasi scaduto, vale una vittoria e suona quasi come una condanna alla Serie B per la Roma, allora fa diventare chi lo ha segnato quasi un eroe, anche se solo per un giorno.

Grazie a quel successo nel derby la Lazio vola in classifica mentre la Roma, dopo quella sconfitta bruciante subita nel derby si ritrova addirittura da sola quartultima in classifica, con un solo punto di vantaggio sull’Atalanta. Si salverà solo alla penultima giornata, proprio grazie ad un soffertissimo 2-2 casalingo ottenuto contro l’Atalanta.

“La prima cosa che ricordo tra il milione di cose e immagini che mi sono passate nella mente, era che finalmente ero riuscito a prendermi una rivincita contro il destino che mi aveva fatto iniziare quell’avventura tutta in salita a causa dell’infortunio e delle successive ricadute”, mi dice Aldo Nicoli a distanza di 40 anni esatti da quel derby. L’ho chiamato proprio il 18 marzo del 2019, il giorno dopo una trionfale vittoria ottenuta dalla Lazio contro il Parma. E al telefono ha sorriso ripensando a quel giorno e riaprendo un album dei ricordi impolverato ma con le foto di quei giorni ancora nitide, colorate, vive come le emozioni che gli suscita ripensare a quell’impresa.

“Nei miei rapporti con gli ambienti calcistici in cui ho lavorato, sono sempre stato distaccato, però da quel gol segnato al derby ho provato qualcosa di diverso. I tifosi mi hanno dimostrato un affetto continuo, a volte addirittura esagerato per quel poco che ho fatto, ma che fa enormemente piacere. Ancora oggi mi chiamano, mi ringraziano. A Roma è così. Quel gol ha cancellato tutto il resto, il prima e il dopo”.

Per Aldo Nicoli quel gol sembra essere il trampolino di lancio ideale per spiccare il volo e per una lunga carriera in biancoceleste. Invece, al contrario di quello che succede nelle favole, nella vita reale difficilmente le grandi storie si concludono con un lieto fine. Il 6 maggio del 1979, a Perugia, la caviglia di Aldo fa crack. Spinto da un avversario in una banalissima azione di gioco, Nicoli finisce con il piede sotto il corpo di Cacciatori proteso in tuffo e la torsione innaturale gli provoca una grave frattura alla caviglia. Al 33’ minuto di quel Perugia-Lazio, di fatto, finisce l’avventura in biancoceleste e la carriera di Aldo Nicoli. Dopo le 21 presenze collezionate in quella stagione, riuscirà a giocare appena 5 spezzoni di partita nelle due annate successive, prima di essere ceduto al Pescara.

“Se guardi le foto a fine partita, ce n’è una in cui sto vicino a Bruno Giordano e ho gli occhi chiusi. Mi sembrava tutto un sogno, un qualcosa di irreale. Negli spogliatoi ancora non mi rendevo conto di quello che era successo, ho cominciato a capire qualcosa le settimane successive, quando sono passato quasi dall’anonimato alla celebrità. La gente veniva a Tor di Quinto, urlava il mio nome, mi aspettava fuori dai cancelli e mi abbracciava ripetendo: ‘grazie, grazie’. E a distanza di 40 anni succede ancora. Qualche anno fa, durante una vacanza all’estero mi è capitato di essere riconosciuto da un tifoso che quando ha avuto la certezza che ero veramente io si è letteralmente inginocchiato per ringraziarmi.  Cose che possono succedere solo a chi ha giocato a Roma e ha avuto la fortuna di segnare un gol decisivo in un derby. A me è bastato un solo gol per diventare eroe e per entrare nella storia”.




Accadde oggi 30.03

1930 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Triestina 0-0
1941 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 1-1
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Livorno 3-0
1952 Torino, stadio Filadelfia (detto Stadio Torino) - Torino-Lazio 1-1
1958 Firenze, stadio Comunale - Fiorentina-Lazio 2-0
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Mantova 1-1
1972 Nasce a Jindichuv-Hadec (Repubblica Ceca) Karel Poborsky
1976 Nasce a Siena Bernardo Corradi
1980 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catanzaro 2-0
1983 Amichevole - Roma, stadio Flaminio, Lazio-Italia Under 21 1-1
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cesena 1-1
2002 Torino, stadio Delle Alpi - Juventus-Lazio 1-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/01/2020
 

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