12 Marzo 2020

11.3.2020: il nostro 11 settembre...
di Stefano Greco

Ogni americano si ricorda dove stava e cosa stava facendo quella mattina dell’11 settembre del 2001, quando quei due aerei sono entrati dentro le Torri Gemelle abbattendo un simbolo e cambiando per sempre il mondo. Ogni italiano, si ricorderà per sempre dove stava e cosa stava facendo la sera dell’11 marzo del 2020, quando il premier Giuseppe Conte ha di fatto tirato giù le serrande economiche del Paese, chiedendo agli italiani il più grande sacrificio dai tempi delle sanzioni economiche all'Italia fascista, scattate per l’invasione dell’Etiopia e rimaste in vigore dal 18 novembre 1935 sino al 4 luglio 1936.

In questo momento, l’Italia è isolata dal resto del mondo, sola fisicamente ed economicamente in questa lotta contro un mostro invisibile e contro il tempo, perché più dura questo stato di cose più sarà dura ripartire, riprendere la vita normale, risollevarsi dal più duro colpo subito dall’economia italiana in 159 di storia, dalla proclamazione del Regno d’Italia a oggi.

Saranno giorni e settimane duri, durissimi, da tutti i punti di vista. Con la speranza che tutto questo serva a qualcosa, che i sacrifici di oggi possano servire a rendere meno lungo congelamento del Paese. Oggi siamo come Wuhan il 23 gennaio, isolati da tutto e da tutti. Ci hanno chiuso in faccia le frontiere anche i paesi “amici”, anche quelli che abbiamo sempre aiutato o ai quali abbiamo sempre espresso solidarietà nei momenti di difficoltà e che ora ci hanno ripagato con battute e vignette maliziose o offensive, con video allucinanti messi in rete con leggerezza da chi pensava di essere immune o al sicuro, ma che oggi comincia ad avere paura di ritrovarsi tra pochi giorni o poche settimane come noi.

Nessuno è immune a questo virus. Non lo sono i politici e neanche gli sportivi. Ieri, nel giro di poche ore è arrivata la notizia della positività di Rugani e di Juventus e Inter finite in quarantena (con Ronaldo spedito a Madeira dalla madre per evitare di restare bloccato qui), poi verso l’una di notte è arrivata l’immagine che mai pensavo di poter vedere. Non riuscendo a prendere sonno, mi sono sintonizzato su SKY per vedere una partita della NBA, quella tra Utah Jazz e gli Oklahoma City Thunder di Danilo Gallinari. Pre partita normale, riscaldamento, sorrisi, l’ingresso sul campo dei quintetti titolari accompagnato dal boato del pubblico, poi poco prima della palla a due degli uomini in giacca e cravatta si avvicinano ai tre arbitri, gli sussurrano qualcosa e i tre direttori di gara cambiano espressione. E lì ho capito subito che cosa stava succedendo. Gli uomini in giacca vanno via, gli arbitri vanno verso il tavolo, uno in cuffia parla con il centro di controllo della NBA (quello in cui c’è anche la sala VAR) e per un paio di minuti ascolta, impietrito. Poi parla con i colleghi che convocano i due allenatori, un colloquio fitto e poi il gruppo si scioglie: le due squadre rientrano negli spogliatoi sui lati opposti del campo, gli arbitri prendono le loro cose e vanno via verso il loro spogliatoio, con la gente che guarda incredula e non capisce, mentre in campo c’è gente che balla, si agita per intrattenere il pubblico e lancia magliette agli spettatori. Così, in un clima surreale, anche la NBA, la seconda Lega Professionistica economicamente più potente del mondo (quasi 9 miliardi di fatturato, più del doppio del calcio italiano, ma meno del quasi 12 miliardi di fatturato della NFL, la lega di football americano…), ha tirato giù le saracinesche. Campionato sospeso, perché proprio pochi secondi prima della palla a due è arrivata la notizia della positività di Rudy Gobert (giocatore francese degli Utah Jazz) al COVID-19.

Insomma, mentre da noi si è discusso per settimane cosa fare, tra porte aperte e porte chiuse, in pochi minuti il gran capo della NBA ha deciso di fermare tutto con un comunicato di poche righe. È successo all’una di notte ora italiana, quando l’11 marzo era finito da poco in archivio. E la mia notte, come penso quella di tanti, tantissimi italiani, è diventata una sorta d’inferno popolato da incubi. Paura a tutti i livelli, da quella immediata per la salute dei figli (ho una figlia che sta a Siviglia a fare l’Erasmus e che è di fatto bloccata in Spagna) e dei parenti, a quella per il futuro economico della mia famiglia e di tutto il Paese.

È tanta la rabbia in questi giorni, rabbia che si mischia alla paura e alla frustrazione di chi sa di essere impotente che può dar vita ad una miscela che può esplodere ovunque e in qualsiasi momento: soprattutto sui social. Ma questo non è il momento delle polemiche, delle risse verbali o dell’odio, soprattutto dell’odio politico. In questo momento, secondo me, chi fomenta l'odio è pericoloso o dannoso come un contagiato che va a spargere il virus in giro. In questo momento, tutti dobbiamo deporre le armi, pur senza rinunciare alle nostre idee. Ma non è il momento dell'odio, non è il momento di dire "è colpa di tizio o è colpa di caio", non è il momento per fare sciacallaggio politico. Di nessun genere. Non sono un fervente cattolico, ma questo è il momento in cui si deve mettere l'IO dietro al NOI, è il momento in cui ognuno deve dare una mano per provare a seminare qualcosa di positivo, non post o parole piene di odio.

Proprio come hanno fatto gli americani l’11 settembre del 2001, quando hanno abbattuto qualsiasi barriera e si sono stretti intorno ad una bandiera. Una sola bandiera. Può suonare retorico, lo so, ma se ci sentiamo veramente italiani e popolo, dobbiamo dimostrarlo ora, reagendo nel migliore dei modi, tirando fuori il meglio e non il peggio di quello che abbiamo dentro. Tutti vorremmo urlare e imprecare per sfogare la rabbia e la paura che abbiamo dentro, ma a che serve farlo, se non a seminare ulteriore odio, rabbia o paura? Quindi, deponete la penna e chiudete il calamaio pieno d'inchiostro in cui fino ad oggi avete intinto il pennino per scrivere parole di odio e provate a fare qualcosa di buono e di positivo. Perché a fare i Bartali e a dire “L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!”, sono bravi tutti. È quando c’è da trovare soluzioni per non sbagliare più o per dimostrare di essere diversi da come ci dipingono in tanti all’estero, che casca l’asino. Quindi, prendiamo questo 11 marzo del 2020 non come il momento della fine di tutto, ma come un punto di ripartenza, un nuovo inizio. E che Dio ce la mandi buona, con la speranza di poter raccontare un giorno ai nostri nipoti cosa è successo quell'11 marzo del 2020 e, soprattutto, come ci siamo rialzati...




Accadde oggi 27.09

1931 Roma, Stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 0-0
1936 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1942 Torino, stadio Benito Mussolini - Juventus-Lazio 2-3
1953 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1954 Nasce a Termini Imerese (PA) Vincenzo Chiarenza
1959 Roma, stadio Flaminio - Lazio-Udinese 2-1
1970 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 1-1
1973 Spalato, stadio - Hajduk Split-Lazio 3-0
1981 Rimini, stadio Romeo Neri - Rimini-Lazio 1-0
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Dinamo Minsk 4-1
1997 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bari 3-2
2000 London, Arsenal Stadium- Arsenal FC-Lazio 2-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Palermo 1-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/09/2020
 

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