14 Febbraio 2020

Una data, un solo grande amore...
di Stefano Greco

Pochi giorni fa, esattamente il 12 febbraio, ho tagliato il traguardo di 53 anni di Lazio. Lo so, oggi è San Valentino, la festa degli innamorati e l’amore verso una compagna (o un compagno) di vita è un’altra cosa, quello per i figli è forse la massima espressione dell’amore, ma per chi è tifoso, veramente tifoso, l'amore per la squadra di calcio è senza dubbio il primo vero amore. E nella stragrande maggioranza dei casi il più duraturo e l’unico destinato a durare per sempre.

La mia "scintilla" è scoccata in una giornata di sole di febbraio del 1967, in una domenica in cui l’inverno (come quest’anno…) aveva più il sapore di una primavera anticipata. E ricordo tutto di quella giornata. Ricordo il pranzo a casa di nonna a via Aterno (in quel meraviglioso angolo di Roma che è ancora oggi il quartiere Coppedé), la camminata su quei mosaici bianchi e neri del Parco del Foro Italico, mio padre che saliva in fretta la scalinata della Tribuna Tevere per godersi in pieno la mia espressione per lo spettacolo maestoso che mi sarei trovato davanti per la prima volta. Ricordo il verde intenso di quel prato immenso che faceva da contrasto con il bianco quasi accecante del marmo degli spalti baciato dal solo, ricordo le bandiere delle squadre della Serie A appese sui pennoni della Monte Mario, da sinistra verso destra, in ordine di classifica, con quella della Lazio relegata verso la Curva Nord. Ricordo la musica a tutto volume con gli altoparlanti dell’Olimpico che in attesa della partita riproponevano le hit di quei giorni che altro non erano che le canzoni del Festival di Sanremo, da “Cuore matto” di Little Tony a “Bisogna saper perdere” di Lucio Dalla, a due canzoni a cui sono legato in modo profondo per motivi che con il calcio non hanno nulla a che fare: “La musica è finita” (scritta da Califano e cantata da Ornella Vanoni) e “Ciao amore, ciao”, scritta da Tenco e cantata da Dalida, da sola e con un’intensità impossibile da riproporre, perché Tenco si era suicidato proprio il giorno in cui era iniziato il Festival. Poi ricordo l’ingresso in campo delle squadre, la maglia del Lecco a strisce verticali bianche e violetto che sembravano quelle della Juventus sbiadite, il boato dei due gol segnati dalla Lazio che in quella domenica regalò ai suoi tifosi una delle rare gioie di quella stagione che si chiuse mestamente con la retrocessione in Serie B.

Ricordo tutto di quel giorno, come la prima cotta, il primo bacio con il cuore che batteva all’impazzata, come la prima volta che ho fatto l’amore, la prima volta che ho visto mia moglie o la prima volta che in sala parto ho incrociato lo sguardo di Flaminia e Francesco, i diamanti più preziosi della mia vita. Ecco, in mezzo a tutti questi ricordi meravigliosi, c’è quello della prima volta mischiato alle emozioni che mi ha regalato la Lazio in questi 53 anni. Pianti di gioia e lacrime di dolore mischiate in un cocktail stordente.

Diventare tifosi è un qualcosa di naturale se cresci in una famiglia in cui tutti amano il calcio, diventare TIFOSI DEL TIFO, invece, è una scelta, un qualcosa che probabilmente hai dentro da sempre, un seme che germoglia fino a diventare una pianta destinata a crescere con te per tutta la vita. Essere tifoso del tifo, significa vedere le partite in tv solo con gli effetti dello stadio per sentire il pubblico e non le voci “disturbanti” dei telecronisti che alzano il tono della voce e si entusiasmano a volte per un nonnulla; significa ritrovarti da solo a cantare cori che sai meglio di quelle poesie che sei stato obbligato a imparare a memoria a scuola; significa vedere in un replay di un gol non l’azione, ma cosa fanno i tifosi piazzati dietro la porta dove è stato segnato il gol; significa amare o odiare in modo totale e, spesso e volentieri, senza un perché; significa vivere un San Valentino perenne con una compagna che hai scelto da bambino e che sai fin da subito che non tradirai mai per tutta la vita, anche se ti darà più dolori che gioie e che ti farà incazzare e litigare più di una volta con tutte le fidanzate, compagne, mogli e amanti che si alterneranno nel tempo e che cercheranno di conquistare quel posto privilegiato nel tuo cuore che hai riservato alla tua squadra. Ma senza successo…

Alzi lamano chi non ha discusso, litigato o mentito ad una compagna di vita per seguire la squadra del cuore? Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha organizzato feste di compleanno, battesimi, comunioni o addirittura matrimoni scegliendo una data non in base al calendario “normale” ma a quello del campionato? E quanti quest’anno hanno ringraziato Dio o il destino perché ha piazzato questo San Valentino di venerdì e non di domenica sera, in coincidenza con quel Lazio-Inter che da giorni sta al centro di tutti i pensieri. Dei laziali, degli interisti, ma anche degli juventini e di tutti quelli che domenica tiferanno per l’arbitro, perché se potessero farebbero perdere sia la Lazio che l’Inter.

Tutto questo amore verso una squadra di calcio, mi fa tornare in mente Mabel Arnold, la tifosa numero uno del West Ham morta il 12 febbraio dello scorso anno a 102, di cui 84 passati sugli spalti del Boleyn Ground e negli ultimi tre anni della sua vita al London Stadium, dove l’ho conosciuta il 31 marzo del 2018, alla viglia di Pasqua, quando è stata premiata e applaudita da tutto lo stadio per il suo ultimo compleanno, quello dei 102. La folla davanti allo stadio si apriva come il Mar Rosso al passaggio di questa signora piccola e sorridente, che indossava sempre la maglia della squadra del cuore. Quel giorno, è apparsa sul prato dell’Olympic Stadium sulla sua sedia a rotelle e quando si è alzata per ricevere la maglia con il numero 102 come regalo anticipato per il suo compleanno (era nata il 3 aprile del 1916), con lei si sono alzati tutti i 60.000 presenti allo stadio per tributarle quello che è stato l’ultimo omaggio, anche se ha continuato ad andare a vedere il West Ham fino a una settimana prima di lasciare questa terra. L’ho applaudita e, oltre a provare grande ammirazione per lei, ammetto di aver provato anche un filo d’invidia. Non tanto per il traguardo dei 102 anni, quanto per la purezza di quell’amore rimasto incontaminato per più di 84 anni, dal giorno di quell’amore a prima vista che fulmina un tifoso nel momento stesso in cui mette piede per la prima volta allo stadio a quando ha chiuso gli occhi per sempre. Perché, come scrivevo prima, chi è veramente tifoso l’immagine di quella prima volta ce l’ha scolpita nella mente e ricorda tutto: la grandezza di quel teatro, i rumori e soprattutto i colori. Specie per chi come noi gli stadi li aveva visti in tv solo in bianco e nero, quindi non poteva non rimanere abbagliato dal verde smeraldo di quel prato immenso che faceva da contrasto con il bianco accecante dei marmi del vecchio Olimpico baciati dal sole.

Ecco, nel giorno di San Valentino questo è il pensiero d’amore che mi viene in mente. Perché nonostante tutto quello che è successo negli ultimi tre lustri io questo amore per la Lazio me lo porto dietro da 53 anni, da quel gol del vantaggio della Lazio segnato da Morrone in quella sfida con il Lecco del 12 febbraio del 1967 a oggi. E, come è successo per Mabel (e come succede per milioni di tifosi…), si spegnerà insieme a me quando me ne andrò via ma continuerà a vivere nel cuore di mio figlio. Perché, come ripeto sempre, “di padre in figlio” non è solo uno slogan, ma uno stile di vita, un passaggio di testimone naturale per ogni tifoso che ha una squadra nel cuore. Nel nostro caso, la LAZIO




Accadde oggi 24.02

1929 Vercelli – Pro Vercelli-Lazio 3-1
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 0-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 3-2
1980 Cagliari, stadio Sant’Elia - Cagliari-Lazio 1-1
1985 Napoli, stadio San Paolo – Napoli-Lazio 4-0
1991 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 1-2
2002 Bergamo, stadio Atleti Azzurri d'Italia - Atalanta-Lazio 0-1
2008 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/01/2020
 

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